(Giancarlo Selmi) – Signora Meloni le racconto una tragedia: si chiamavano Luca e Valentina ed erano i genitori della piccola Bianca, cinque anni, nata con una paralisi cerebrale. Avevano dedicato al loro piccolo angioletto la vita, gli sforzi, i risparmi, ogni energia possibile, come fanno tanti genitori di bambini speciali: genitori che non si rassegnano, che non accettano di vedere i propri figli inghiottiti dalle voragini burocratiche, dai tagli mascherati da riorganizzazioni, dai muri di gomma eretti proprio da quelle istituzioni che dovrebbero aiutare e che, invece, spesso intralciano. Luca e Valentina avevano scelto di fare, non di aspettare, avevano scelto la speranza, non la rassegnazione. Avevano cercato cure, pratiche riabilitative, percorsi capaci di migliorare la qualità della vita e il futuro della loro amatissima figlia. Erano arrivati fino in Messico, dove sistemi riabilitativi moderni avevano mostrato risultati apprezzabili. Ma quei percorsi costavano moltissimo. Troppo.

Si sono rovinati economicamente, ma volevano continuare ad avere speranza e vedere risultati, forse piccoli, ma risultati. Non potevano più e nessuno li ha aiutati. Neppure quello Stato che continuiamo ostinatamente a considerare civile, avanzato, degno di stare nel cosiddetto “primo mondo” e che, davanti alla fragilità più assoluta, troppo spesso non è più nulla di tutto questo. Sono rimasti soli. Soli con la fatica, con la paura, con i conti da pagare, con una bambina da proteggere. Sono rimasti soli con la disperazione che, alla fine, ha preso il sopravvento. E se ne sono andati, insieme, tutti e tre. Luca, Valentina e Bianca non parteciperanno ai festeggiamenti per la longevità del suo governo, signora Meloni. Non ci saranno. Non possono esserci più.

Forse avevano capito, prima di tanti altri, che non c’è davvero nulla da festeggiare in un Paese che lascia soli i suoi figli più fragili e le famiglie che provano a tenerli in vita, a curarli, ad accompagnarli, ad amarli oltre ogni limite umano. Non c’è nulla da festeggiare quando una famiglia viene costretta a diventare bancomat, infermiera, autista, fisioterapista, segreteria amministrativa, ufficio reclami, santa e martire al posto di chi avrebbe il dovere di esserci. Non c’è nulla da festeggiare quando il mondo della disabilità viene trattato come una voce di spesa, un fastidio contabile, un problema da accorpare, comprimere, rinviare, scaricare sulle famiglie. Lei, signora Meloni, sta apparecchiando un Paese sempre più duro con i deboli e sempre più premuroso con i forti. Un Paese che chiede sacrifici a chi è già stremato, che pretende resistenza da chi è già allo stremo, che lascia che i genitori coprano con il proprio corpo, con il proprio lavoro, con la propria salute e con i propri risparmi i buchi sempre più grandi del sistema.

E intanto i giornali che hanno dedicato migliaia di articoli a Ranucci, alla famiglia nel bosco, a Garlasco, su Luca, Valentina e Bianca hanno detto poco o nulla. Un trafiletto. Una notizia laterale. Una tragedia enorme infilata dove non disturba troppo. I telegiornali, idem. Perché il dolore dei disabili e delle loro famiglie non fa rumore, non porta share, forse neppure voti. Non genera indignazione comoda e non serve neppure per la grande recita quotidiana. E lei, signora Meloni, oggi trova il tempo per dedicare un post a un disagiato che ha molestato una bambina, perché “straniero”, ma non trova una parola per Luca, Valentina e Bianca. Non una parola per questi genitori che, secondo me, sono eroi civili. Vittime di uno Stato canaglia che non protegge i suoi figli più fragili. O forse quel post non lo poteva fare. Perché bisognerebbe dire che i fondi per la disabilità sono stati accorpati tutti in uno e che, in quell’operazione, secondo studi autorevoli e accreditati, si sono perse per strada risorse per molti milioni. Qualcuno ha scritto che siano 380.

Ma non si sono perse per strada, vero, signora Meloni? Li avete risparmiati. Sono risparmi tolti alla vita, risparmi sottratti alle famiglie, ai bambini, alle terapie, all’assistenza, alla dignità, alla possibilità di respirare un giorno in più senza sentirsi abbandonati. Risparmi tolti alla vita per comprare strumenti di morte. E uno solo di quei milioni, o anche solo una parte, forse avrebbe potuto cambiare il destino di Luca, Valentina e Bianca. Forse avrebbe potuto tenere accesa una possibilità. Forse avrebbe impedito che una famiglia intera arrivasse a pensare di non avere più alcuna via d’uscita. Forse, chissà, avrebbero potuto festeggiare anche loro, invece non festeggeranno. Perché non ci sono più e perché non c’è nulla da festeggiare. Non c’è nulla da festeggiare in un Paese che costringe i genitori dei bambini disabili a mendicare diritti. Non c’è nulla da festeggiare in un Paese che trasforma l’amore in debito, la cura in rovina economica, la fragilità in condanna. Non c’è nulla da festeggiare in un Paese dove chi dovrebbe proteggere si volta dall’altra parte e poi si presenta sorridente davanti alle telecamere.

Luca, Valentina e Bianca meritavano molto più di un post. Meritavano uno Stato, aiuto, ascolto. Meritavano una rete vera, non promesse, una vita possibile. Invece sono diventati l’ennesima ferita nascosta sotto il tappeto della propaganda. Si vergogni, signora Meloni. Si vergogni per la politica da macelleria sociale, per i tagli mascherati, per le assenze, per le parole non dette, per i post scritti e per quelli non scritti. Si vergogni per le menzogne raccontate a chi ogni giorno combatte dentro case trasformate in reparti, ambulanze, palestre, uffici e trincee. Per il disagio e le sofferenze che questa politica sta provocando a tante, troppe persone. Si vergogni lei, e si vergognino i suoi compagni di succulente e non condivise merende.

Perché Luca, Valentina e Bianca non sono una notizia minore, sono uno specchio e dentro quello specchio c’è il volto di un Paese che ha smesso di proteggere i più fragili. Un Paese che, oggi, non ha proprio nulla da festeggiare. La longevità del suo governo, signora Meloni, è il requiem da voi dedicato a questo Paese. Altro che festa.