
(Marcello Veneziani) – “Sapete perché ci sono tanti comunisti? Perché c’è tanta ignorantità”. Così diceva sempre Antonio, un vecchio militante di sezione, al mio paese. E subito dopo agitava una copia del Secolo d’Italia come antidoto all’”ignorantità”. Rispettavamo il suo fervore anche perché era in carrozzella. A me Bonaccini un po’ ha ricordato quel militante missino che credeva di essere colto perché leggeva con devozione il suo giornale di partito, e confondeva militanza, propaganda e appartenenza con istruzione, informazione e cultura. In quel tempo non si parlava ancora di egemonia culturale anche se di fatto si andava propagando nei piani alti della cultura, dell’editoria e dell’università, oltre che del cinema e dell’arte, sull’onda del ’68, più che del Pci e dei suoi funzionari. Ma nell’immaginario collettivo di quel tempo, il Pci era il partito dei poveri e degli ignoranti; un po’ come oggi Bonaccini considera il grosso dell’elettorato di destra.
Non sono entrato e non entrerò nella polemica che è seguita alla sua dichiarazione, per nausea e disinteresse bipartisan. Provo invece a soffermarmi su un’altra cosa: ma la cultura militante di un tempo, in cui si formò da ragazzo nel modello emiliano il vecchio compagno antifascista Bonaccini era davvero preferibile al sentire comune della gente che non aveva quella mediazione ideologica nel leggere la realtà?
Senso comune contro comunismo, si sarebbe detto in quel tempo.
Riformulo la domanda, oltrepassando colui che inconsapevolmente l’ha suscitata: ma la deculturazione massiccia del nostro paese deriva più dal realismo ignorante degli apolitici o dall’ideologismo vigile dei militanti che credevano che la cultura fosse la settaria istruzione di parte e di partito? O meglio: ha fatto più male la prima o la seconda alla cultura? Si, hanno nuociuto entrambi (e anche giovato, in altri campi), ma ha fatto più male una terza cosa, sopraggiunta con gli anni: l’euforia ebete, volutamente spensierata e consumista, indotta dalla televisione e dai media che hanno dominato il paese negli ultimi quarant’anni e più. Anzi mettiamola così, in progressione: in principio c’era l’ignoranza popolare, cattolica, borghese, artigianale, contadina che si cibava di buon senso e di abitudini, costumi ereditati, principi morali e religiosi e proverbi, refrattaria alla cultura, studiava il minimo necessario e poi tutto era frutto di mestiere, vita comune ed esperienza. Poi venne il secondo strato refrattario alla cultura, ovvero la spiegazione del mondo, della vita, della politica attraverso lo schema rigido dei buoni e dei cattivi, dei padroni e degli schiavi, della rivoluzione necessaria e della militanza ideologica che si pose come una cataratta rispetto alla cultura (stadio Bonaccini o Antonio il missino, per intenderci). Infine, giunse la sostituzione della cultura con l’intrattenimento, il culto dei personaggi in video, la promozione di un modello fondato sulla capacità di bucare il video e cancellare il pensiero. E fu il terzo stadio della deculturazione di massa. Probabilmente non è l’ultimo, se pensiamo al ruolo che hanno da alcuni anni i social tramite un mezzo più piccolo, ma più insidioso e interattivo, come lo smartphone. La platea social, stavo per scrivere la plebe social, è naturalmente assai composita e vanno distinti livelli e tipi di accesso. Ma l’onda più nociva che risale dai social è quel mix di ignoranza e di arroganza, di invidia e disprezzo verso chi viene considerato un dotto, un “professore” o un personaggio famoso, una star della tv, del sistema mediatico. Eccoli a cercare la buccia di banana, lo spiraglio in cui infilare il petardo, il punto di caduta del vip per poter poi inveire in branco e insultare, denigrare, trascinarlo nella melma – nome gentile che indica ben altro- e poter dire, sei come noi, anzi sei peggio di noi. Trovi dichiarazioni di odio e di gioioso disprezzo verso non solo i famosi ma anche i cosiddetti colti, intellettuali. Un tempo c’era, e c’è ancora, quella che Vico chiamava “la boria dei dotti”; oggi serpeggia nei social la boria degli ignoranti contro chiunque abbia fama di essere dotto di chiara fama. E questo sarebbe un intellettuale, uno scrittore, un grande? Ma no, trasciniamolo nella fogna, è tutta finzione e posa, lui è peggio di noi.
In tutto questo, quel che viene a mancare è la cultura; al più sostituita con qualche notizia rubata a wikipedia, a chat gpt, all’intelligenza artificiale. Questa gente da che parte sta? Bonaccini o chi per lui, non ha dubbi, direbbe: sta a destra, tra i fascisti. E uno di destra non avrebbe dubbi: sta tra gli woke, a sinistra, tra i comunisti o gli antifa. Invece, bisogna ammettere che è trasversale: se navighi tra gli insulti e gli assalti in giro hai difficoltà a distinguere tra reazionari ciechi e progressisti ottusi, tra maschilisti in caduta libera e gay o femministe isteriche. È il livello che si abbassa, anche se bisogna sempre evitare le generalizzazioni, saper distinguere, non fare di tutti i social un fascio, o un soviet. Resta il fatto che queste stratificazioni hanno creato una dura, callosa, scorza d’insofferenza e d’indifferenza verso la cultura, appena mitigata da alcuni surrogati pop che servono per darsi un alibi di sapere tramite i venditori tele-librari di mezza cultura a buon mercato.
Naturalmente, non si può pretendere di avere popolazioni colte e livelli alti estesi alle masse; la cultura è sempre stata un fenomeno elitario, va per strati fino a comporre una piramide: lo strato più largo è la cultura visiva e musicale, poi viene quella storica e divulgativa, via via salendo nei livelli più alti di lettura, nel pensiero e nella ricerca, restringendosi nel numero e crescendo nella qualità.
Ma una civiltà può dirsi tale se riconosce quella piramide, distingue gli ambiti, i livelli, le gradazioni e perfino le gerarchie, la quantità e la qualità. E sa distinguere tra fenomeni di passaggio e presenze che restano, tra maestri e influencer, tra capolavori e best seller. Ci sono poi esempi di grande cultura che diventano pure popolari: da Omero a Dante, dal teatro di Shakespeare alla poesia in alcune società medio-orientali (come l’Iran) ad alcuni grandi romanzi popolari. Per non dire di artisti, pittori e musicisti che toccarono vertici di bellezza senza perdere la loro capacità di affascinare anche I popoli. In tutto questo, l’egemonia culturale è una ben meschina cosa, anche se a volta pesa e ingombra troppo. Dove cresce il potere decresce la qualità della cultura, e dove la finalità della cultura è subordinata a un disegno di controllo, di comando, di direzione sociale, si fa sempre più grigia, servile e meschina. Il potere ha due modi per nuocere alla cultura: negandole ogni dignità e valore o pretendendo di dirigerla, filtrarla e incanalarla. Inavvertitamente sto parlando della destra e della sinistra al potere.