La colpa non è soltanto della segretaria del Pd, ma di tutti gli oppositori interni che hanno cercata di sabotarla senza avere il coraggio di allargare la coalizione del centrosinistra. A meno di un anno dal voto, da Conte a Salis, da Renzi a Ruffini, tutti sono legati allo stesso filo. E devono trovare presto un accordo. Che è già tardi.

(Carlo Tecce – lespresso.it) – Questa non la potete addebitare a Elly Schlein: la definizione di «Campo largo» non è una sua invenzione. Per chiarirsi, che vuol dire poi «Campo largo»? La Treccani, appena due anni fa, lo ha incluso nel novero dei neologismi e così lo ha decifrato: «Progetto di ampliamento della coalizione di centrosinistra sia verso forze collocate più al centro nello schieramento politico sia verso forze collocate più a sinistra». Ragionevole: per un elettorato che pende a destra, soltanto una sinistra larga – altro non si poté scegliere, proprio per non litigare con gli aggettivi – potrebbe avere opportunità di vittoria.
Benché al «Campo largo» sia riconosciuta una dignità lessicale da un paio di anni, coincidente più o meno con l’avvento di Schlein segretaria dem (2023), la ricerca del «Campo largo» impegna da decenni gli eruditi del segmento politico e, con rigore storico, sempre la Treccani cita gli sforzi di Walter Veltroni, Goffredo Bettini, in ultimo Dario Franceschini. Schlein viene spesso accusata – e ne incassa di accuse provenienti da ogni lato del campo, larghissimo all’occorrenza – di non essere decisa, di non essere lungimirante, di non essere carismatica. In breve: di non essere leader. Su questo tema presto legifererà il tempo con le elezioni, a noi interessa raccontare il tempo che è trascorso da quando la trentenne Schlein ha battuto Stefano Bonaccini ai gazebo e, soprattutto, il tempo che si è impiegato male o, peggio, il tempo che si è sprecato.
Non vi è dubbio che in quasi tre anni e mezzo di segreteria, il «Campo largo» sia la più evidente e la più solida, se non l’unica, proposta politica di Elly Schlein. Una proposta politica, però, non è un piatto di un menu: va interpretata, migliorata, rielaborata. Schlein ha scritto la sua proposta politica, col suo fare diligente, e non l’ha mai corretta né adeguata ai sommovimenti nel centrosinistra e nel governo: «Te piace ’o presepio?».
L’esigenza di allestire un «Campo largo» è sorta da una semplice constatazione: la divisione fra Pd di Enrico Letta e 5S di Giuseppe Conte ha favorito il trionfo di Giorgia Meloni. Divisi, perdiamo. Uniti, forse. Uniti forse, competiamo. Non c’era bisogno di teorici gramsciani o sciamani danzanti: è sufficiente una modesta dimestichezza con l’aritmetica. Perciò Schlein, non più ossessionata dai centristi senza consenso che vietano alleanze con gli ex grillini, ha impostato il «Campo largo» con Conte, la coppia Fratoianni & Bonelli e una spruzzatina – le dosi non sono quantificate – di moderati apolidi da Matteo Renzi in giù. Il campo è risultato subito abbastanza largo, non rigorosamente equilibrato.
Schlein ha cominciato a vacillare, ha faticato – e fatica – a tenersi in piedi al vertice di questo spazio politico che si ha paura a chiamare per quello che è, incapace di indicare una traiettoria politica. Ha anteposto la sopravvivenza del suo progetto politico, che ha per lieto fine la sua candidatura a Palazzo Chigi, alla stessa crescita di voti e di idee del Partito democratico.
Il comunista migliorista Emanuele Macaluso, che di leader se ne intendeva e di masse ancora di più, sosteneva che un vero leader di un partito di massa doveva essere “prevedibile” per i suoi elettori. La sua risposta deve essere scontata prima che si sollevi la domanda. E invece ogni volta che il Pd deve prendere una posizione intellegibile su riarmo europeo o guerra in Ucraina, e non esclusivamente su questioni spartiacque di politica estera, i suoi elettori devono scrutare un bugiardino; oppure, è il caso di questi giorni alla Camera, aspettare che si approvino involute mozioni del «Campo largo» senza convocare l’intero «Campo largo».
In quasi tre anni e mezzo di segreteria, e il referto appare unanime, il «Campo largo» è riuscito a manifestare più le sue contraddizioni che la sua potenziale coesione. Nessuno da quelle parti, fra i cosiddetti moderati, s’è mosso con generosità e coraggio per puntellare la coalizione, semplicemente per aiutare la proposta politica della segretaria. S’è lasciato fare, anzi non fare a Schlein pensando o sperando che si stancasse di insistere con una soluzione claudicante. Tutti hanno pregato per una “conceptio domini” e l’arrivo insperato di un federatore/una federatrice.
La segretaria ha superato con un colpo di tosse la tendenza stagionale di Ernesto Maria Ruffini; ha attraversato indenne l’ipotesi di una scissione al Nazareno con la fioritura di una nuova Margherita di Graziano Delrio; ha ascoltato le invocazioni a Paolo Gentiloni per il suo prestigio internazionale e ai sindaci Gaetano Manfredi di Napoli e Roberto Gualtieri di Roma per il loro prestigio comunale; ha praticato la tanatosi politica dinanzi alla travolgente moda Silvia Salis.
Con cinismo i numerosi oppositori di Schlein, e ce ne sono di oppositori nonostante fra i banchi dem prevalga il conformismo annaffiato con l’ipocrisia, potrebbero gioire del fallimento di Schlein e scommettere sul “dopo”. Vi sveliamo un segreto: il “dopo” non esiste.
Il voto del ’27 è probabilmente il voto più determinante della Repubblica. Rivelare banalità è noioso: se il centrodestra si riprendesse Palazzo Chigi con Giorgia Meloni, poi espugnerebbe il Quirinale con Giorgia Meloni o con un delegato di suo stretto gradimento. Il futuro di Salis e di Schlein e quello di Delrio e di Manfredi come quello di Ruffini e di Gualtieri è inestricabilmente connesso. Certo, pure quello di Conte.
Il capo dei Cinque stelle ha gioco facile a scassinare la già scassinata compattezza del Partito democratico. La sua forza è impregnata della debolezza di Schlein e sovverte le gerarchie elettorali, allora perché rischiare – Schlein conta sull’appoggio di Fratoianni & Bonelli al secondo turno – di soccombere con le primarie?
C’è un’urgenza, verosimilmente più preoccupante, che affligge il «Campo largo». Può sembrare un’urgenza bagatellare, ma sempre di urgenza si tratta. Che fare della quarta lista, la quarta gamba, la quarta cosa che giustifica l’esistenza di un centro e acquieta i moderati Pd? Salis non ha deciso ancora, o almeno non ha intenzione di farcelo sapere, se e come e quando e quanto sarà coinvolta nelle elezioni nazionali. Una valutazione più circostanziata ci sarà a ottobre, apprendiamo, quando il libro per la sua promozione sarà in libreria e in giro per l’Italia. Un pochino tardi.
Il paradosso è che Schlein e Salis hanno bisogno di stare assieme, e di starci adesso. Schlein perché ha necessità che un volto credibile – per i media, che ne certificano la credibilità – si intesti la quarta lista dove infilare Renzi, Ruffini eccetera. Salis perché ha l’occasione di capitalizzare la fama mediatica (attesa messianica) che s’è addensata rapidamente attorno a sé e altrettanto rapidamente potrebbe dissolversi.
«Con un “Campo largo” che spinge a sinistra, avrei difficoltà a votare il mio partito», confessa un autorevole esponente Pd. La sindaca di Genova dovrebbe tentare un’operazione come quella di Renzi con Pier Luigi Bersani nel dicembre 2013 con le primarie che lo videro sconfitto e da lì in poi principale azionista e referente della minoranza del partito. Il ribaltone del governo di Enrico Letta fu una naturale conseguenza di quella ordalia interna.
Un viandante del «Campo largo» pronostica le primarie a doppio turno e con una sestina di partecipanti: Conte e Schlein, ovvio, e poi un rappresentante di Avs, uno di Italia Viva con o senza radicali, uno dei civici dell’assessore romano Alessandro Onorato, una sorpresa in stile Salis, se non Salis. Il campo sarà comunque larghissimo, Schlein ce l’ha fatta. Quanto minato lo si capirà.
vincere per fare cosa? Idee, programmi, valori, tutto si riduce alla persona. Articolo inutile come il giornalista, basato sull’appartenenza, al tifo che non qualifica la visione della società che si vuole costruire
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