(di Marcello Veneziani) – Il corpo è una lavagna dove scriviamo chi siamo e chi vorremmo essere. È il primo mezzo di comunicazione che usiamo per dire al mondo la nostra identità, il nostro pensiero, i nostri desideri, e per rispondere al perenne conflitto tra la realtà e le possibilità, tra la natura e la volontà.

L’estate è la stagione dei corpi, la loro rivelazione in pubblico, alla luce del sole. Vedo la distesa di corpi in una spiaggia che non frequento: lettini e ombrelloni nel solleone. Vedo la sfilata di corpi, tra quelli distesi, quelli in piedi o in procinto di entrare e di uscire dall’acqua e noto una prima distinzione tra due etnie, due popoli, un tempo si sarebbe detto due razze: quelli che si presentano secondo natura e come la loro vita, il loro mangiare, vivere e camminare li ha fatti, che chiamerò naturalisti; e quelli modificati, ritoccati nei modi più vari, dai più semplici e naive a quelli più complicati, che chiamerò artefatti, nel senso letterale di rifatti con arte. I primi si espongono al sole come li ha fatti Madre Natura e Padre Tempo, le naturali fattezze dei loro corpi e il segno degli anni, come vivono e come si nutrono. Li chiami naturalisti ma in realtà non intendi dire che sono sgorgati puri e incontaminati dalla sorgente, ma lungo il percorso sono stati pesantemente rimodellati o deformati dalla vita che conducono. Il contrasto più vistoso è nella pinguedine; se li vedi grassi, con pance prominenti, vuol dire che il loro abbandono alla vita, o la loro sconfitta rispetto alle loro predisposizioni genetiche e ai loro vizi alimentari, li ha modificati pesantemente. Al mare non si vedono o sono eccezioni gli anoressici, mentre di alcuni incontinenti alimentari si intuisce la bulimia. C’è pure una fascia di giovani obese che indossano la loro ciccia come se fossero pornostar, credendosi “iconiche”. Più curiosa, degna di studio e in crescita da tanti decenni è invece la popolazione degli etnomutanti, in cui si distinguono vari gironi: I palestrati, i tatuati, i dietomorfi, i ritoccati, i plastificati. Uso la definizione al maschile sottraendomi alla stupida cantilena del “signore e signori”, perché sin da piccoli sappiamo che la definizione generale comprende sia il genere maschile che femminile. 

Entriamo nel dettaglio. I palestrati sono la falange più guerriera nella fiera dei corpi al mare. Sono una minoranza, di solito in età giovanile, e l’esibizione muscolare è il messaggio di questi eroici combattenti con lo specchio, per dimostrare la loro volontà di potenza e la loro capacità di trasformare il corpo vivente e movente in statue di eroi e miti dell’antichità o di guerre stellari. Ci sono i palestrati sobri che in palestra tengono in forma il corpo e amano lo sport; ma saltano all’occhio gli Ercole, i Maciste nella valle degli zombie, i Sansone che mortificano tutti i filistei. Di solito i muscolari non sono soli ma si uniscono ad altri energumeni figurati, come se fossero una pattuglia di bodyguard che guardano i loro stessi corpi. Decisamente più numerosi sono i corpi riscritti e ridisegnati con i tatuaggi, coi loro arabeschi su cosce, polpacci, caviglie, braccia e fondoschiena. Ragazzi e qualche maturo esibiscono la carne da parati che si oppone alla stirpe residua degli abbronzati col loro lucido ducotone marino. Alcuni tatuaggi sono ammiccanti, copertine che annunciano contenuti erotici o vite avventurose; ma prevalgono messaggi esotici ed esoterici, atletici, epici o solo simbolici. I tatoo fingono estro ma esprimono serialità. Menti semplici abitano a volte pelli complicate; forme di barocco epidermico e anche epidemico, visto il contagio. I corpi dei tatuati sono più loquaci dei portatori, raccontano la voglia di entrare nel mito, di fare dei corpi la loro opera d’arte, il loro manifesto e il loro biglietto da visita. Affrescati come cappelle e sculture semoventi, non sono uomini ma installazioni. I loro arazzi invasivi coprono i loro corpi, i loro murales corporali, sembra che continui la loro narrazione sul corpo dell’amico o della compagna accanto, come in un dittico. Le loro pance sembrano touch screen damascati, l’ombelico è come la presa per lo spinoA vederli distesi hai l’impressione che siano caduti in guerra, sfigurati da mine e sfregiati da baionette. 

Più subdola è lentiggini dei ritoccati perché vogliono esibire gli effetti e nascondere le cause, tra chirurgia estetica, botulino e altri accorgimenti che modificano labbra, zigomi, facce, seni, colli, glutei e altro ancora. Pochi tra i ritoccati sono migliorati rispetto all’originale, spesso sono finti come bambole di gomma o pupi di plastica; molti soprattutto col passare del tempo, peggiorano, acuiscono la decadenza anziché frenarla o nascondere, e assumono espressioni innaturali. 

La prestanza artificiale di palestrati, tatuati e ritoccati, è assai più diffusa dell’intelligenza artificiale. Sarò un conservatore ma preferisco l’imperfezione naturale dei corpi che accettano la sorte, l’età, i loro limiti e i loro corpi difettati, così come viene. 

Noto infine una cosa: quanto più si modificano i corpi e si usano per mandare messaggi ego-narcisisti, tanto più si nega il corpo, la sua vita naturale e il suo uso, anche sessuale: cresce la tendenza a disincarnarsi, a diventare ologrammi, cloni, droni e protesi. Nella pretesa di farci “iconici” stiamo fuggendo dai nostri corpi. Ma ovunque andremo, i nostri corpi ci riagguanteranno e ci riporteranno a terra.