La premier ammette che governare è difficile. Una verità che arriva sempre dopo le promesse elettorali

(Sebastiano Messina – lespresso.it) – C’è una frase, nell’intervista di Giorgia Meloni al direttore del Foglio, che vale più di molte rivendicazioni del governo. È l’ammissione che soltanto entrando a Palazzo Chigi si scopre quanto sia difficile governare l’Italia. «Ci sono migliaia di ostacoli che da fuori non vedi, che fanno sembrare ogni cosa molto più facile di quanto lo sia in realtà». È una confessione onesta, ma anche la conferma di un antico vizio: fingere, finché si è all’opposizione, che la realtà sia un alibi di chi governa.

Quella che Nenni chiamava “la stanza dei bottoni” ha sempre avuto una porta girevole. Chi entra arriva con un baule di promesse ma, varcata la soglia, comincia a disfarlo: una misura richiede tempo, l’altra costa troppo, una terza dipende dall’Europa o dalla burocrazia. Ragioni fondate. Peccato che lo fossero anche prima, quando venivano liquidate come scuse. La realtà era pure lì, visibile a chi volesse guardarla.

La promessa del candidato è diventata una moneta senza copertura, stampata in campagna elettorale e ritirata dopo il voto. Berlusconi offrì l’Irpef al 33 per cento. Grillo la sconfitta della povertà. Salvini l’abolizione delle accise. Bossi l’indipendenza della Padania. E Meloni, quando toccò a lei, annunciò il blocco navale.

Non è uno scandalo che un governante corregga un progetto quando urta contro i fatti. Lo scandalo è il patto truccato: prima si nascondono i limiti, poi si invoca il realismo; prima ogni cautela è codardia, poi diventa responsabilità. Le promesse non vengono smentite, ma spostate. Non erano impegni: erano obiettivi. Non sono state tradite: attendono tempi migliori. Il futuro è il magazzino dove la politica deposita ciò che non vuole consegnare.

Kruscev diceva che i politici promettono ponti anche dove non ci sono fiumi. Sturzo raccomandava di non promettere ciò che si dubita di poter mantenere, e di «non affidarsi al tempo per cercare di non mantenere quel che si è promesso». Saggio consiglio: ma purtroppo la prudenza non prende applausi.

Per questo l’ammissione di Meloni conta. Il suo partito era l’ultimo, tra quelli maggiori, a non aver compiuto il viaggio dall’opposizione al governo. Ora anche la destra postmissina ha scoperto che lo Stato non è una ruspa pronta a partire con il conducente giusto. Governarlo significa scegliere, mediare, rinunciare; soprattutto, dire dei no. La coscienza del limite può rendere più adulta una classe dirigente e meno infantile la democrazia.

Ma non basta. Mentre i partiti imparano la lezione del governo, gli elettori dimenticano quella delle promesse. Ogni delusione non li vaccina: spesso li rende più disponibili al prossimo incantatore, purché abbia un flauto nuovo e un colpevole convincente. Così, quando sembrava concluso il giro di giostra — centrosinistra, centrodestra, tecnici, populisti, destra nazionale — dalla destra della destra è comparso un altro venditore di soluzioni assolute. Il catalogo è pronto: meno tasse, più ordine, confini invalicabili, sovranità senza vincoli.

La democrazia italiana ha imparato tutto e non ha imparato niente. Sa che la stanza dei bottoni contiene meno bottoni di quanti se ne vedano sui manifesti. Ma continua a premiare chi giura di aver trovato quello segreto. Meloni ha aperto la porta e mostrato il meccanismo. Sarebbe un progresso se chi aspira a entrare dicesse prima ciò che lei ha scoperto dopo. Il guaio è che la verità aiuta a governare, ma per conquistare il governo la bugia conserva un formidabile vantaggio competitivo.