Sanità, alta velocità, edilizia scolastica, squilibrio nord-sud: il divario tra obiettivi raggiunti e spesa effettiva è immenso. Tra ritardi, definanziamenti, e rimodulazioni, il Piano si è rivelato un percorso a ostacoli con buona parte delle somme stanziate bloccate nei meandri della burocrazia o dirottati altrove. Solo con la rendicontazione del 31 agosto sapremo quanto del Pnrr sarà realtà e quanto resterà nel libro dei sogni

(Cristina d’Ambrosio – editoraledomani.it) – A pochi giorni dalla scadenza del 30 giugno, il bilancio del Pnrr assume i contorni di una disfatta strutturale. Il de profundis è stato suonato nientemeno che dal Financial Times che ha definito «un fallimento la gestione italiana del Pnrr». Tra ritardi, definanziamenti, e rimodulazioni, il Piano si è rivelato un percorso a ostacoli con buona parte delle somme stanziate bloccate nei meandri della burocrazia o dirottati altrove.
A maggio la Corte dei conti, nella sua relazione semestrale, ha evidenziato un avanzamento complessivo del Piano. Sono stati, infatti, raggiunti i 50 obiettivi Ue previsti per il 2025 con un aumento complessivo del 72%. Dati rivendicati dal governo come un successo ma, come ricorda Pagella Politica, «l’analisi si concentra solo su alcuni progetti specifici, che rappresentano il 42 per cento delle risorse che si sarebbero dovute spendere durante tutto lo scorso anno». Così se ad esempio la digitalizzazione nella Pa corre e, anzi, è in anticipo sui tempi di completamento, resta il complessivo divario tra obiettivi raggiunti e spesa effettiva, considerando anche lo slittamento di 24,2 miliardi oltre il 2026.

Il fallimento più eclatante è la gestione dei fondi destinati al superamento dei ghetti dei braccianti agricoli. Il governo Draghi aveva stanziato 200 milioni di euro per smantellare le baraccopoli, restituendo dignità a migliaia di lavoratori invisibili realizzando circa 11mila alloggi. Di quei fondi verranno spesi appena 24 milioni. I grandi insediamenti pugliesi, come Borgo Mezzanone, dove migliaia di persone vivono ancora senza acqua né luce. La Corte dei conti per la Puglia, a febbraio 2026, ha bocciato i piani per il superamento dei ghetti, dichiarando «del tutto insufficiente» la gestione dei fondi Pnrr a causa delle inefficienze e dei ritardi accumulati.
Non meno critica è la situazione della sanità. I dati della Fondazione Gimbe fotografati al 31 dicembre 2025 raccontano una realtà impietosa: su 1.083 case di comunità finanziate solo 66 erano pienamente attive, vale a dire il 3,9% del totale, mentre 781 avevano almeno un servizio operativo. Non va meglio agli ospedali di comunità. Sui 594 progetti programmati solo 163 risultano avere almeno un servizio attivo (il 27,4% del totale previsto). Il rischio concreto è quello di lasciare in eredità alle future generazioni scatole vuote e mancanza di servizi territoriali. La riforma sui medici di famiglia voluta dal ministro della Salute Orazio Schillaci, e per ora saltata, prevedeva la presenza dei sanitari nelle case e negli ospedali di comunità. Ma se al momento la riforma resta ferma al palo il ministro ha ribadito che «si troverà la quadra perché è una rivoluzione dalla quale non possiamo tirarci indietro».

Sulle infrastrutture, il divario territoriale è netto: il centro-nord ha rendicontato il 52,7% delle spese, il Mezzogiorno soltanto il 39,5%. E mentre si tagliano i fondi per collegare il Sud al resto d’Europa, si continuano a privilegiare grandi opere come il Ponte sullo Stretto, rimandando o rimodulando interventi sulla rete ferroviaria o autostradale. Secondo i dati di Banca d’Italia, il 40% dei cantieri è in ritardo mentre solo il 2% è completato e per le opere che superano i cinque milioni di euro, al 28 febbraio scorso il 48% non era ancora stato avviato. L’Alta Velocità Salerno-Reggio Calabria, ad esempio, opera strategica per il Mezzogiorno ha subito un drastico definanziamento di 9,4 miliardi di euro dirottati verso «diversi capitoli di bilancio» mentre il completamento di altre grandi opere, spostate su diverse linee di finanziamento, è previsto per il 2032.
Come già scritto da Domani, i ritardi su edilizia scolastica rischiano di vanificare i fondi stanziati dal piano. Molti istituti fanno i conti con problemi di amianto, efficientamento energetico e danni strutturali con i quali si dovranno fare i conti a settembre fondi non spesi o, in alcuni casi, mai arrivati. Stessa sorte per gli asili nido, passati con l’ultima rimodulazione dagli oltre 254mila nuovi posti a 150mila, obiettivo difficilmente raggiungibile come certificato dall’Ufficio parlamentare di bilancio. A farne le spese soprattutto i piccoli Comuni e le aree del Sud. E l’università? Dimezzato l’obiettivo dei 60mila posti letto per i fuori sede passati a 30mila, e tagliato il finanziamento da 1,1 miliardi di euro a 599 milioni per completare i progetti già avviati entro la rendicontazione del 31 agosto.

L’orologio corre e il percorso resta ancora in salita. Così se Openpolis dà per spesi 104,6 dei 194 miliardi stanziati, oggi restano da completare più di 100 progetti, mentre si deve riscuotere ancora la decima e ultima rata da 28,4 miliardi. Nodo cruciale la trasparenza, il vero scoglio che dovrà superare il governo Meloni. Non basterà sbandierare le milestone per evitare di restituire i fondi, ma presentare progetti concreti anche perché il vicepresidente europeo Raffaele Fitto ha detto più volte che non ci saranno proroghe: solo con la rendicontazione del 31 agosto sapremo quanto del Pnrr sarà realtà e quanto resterà nel libro dei sogni.
L’articolo al solito fa del sensazionalismo e parte da una posizione preconcetta.
“il bilancio del Pnrr assume i contorni di una disfatta strutturale”
Inoltre la presentazione dei dati non lo rende di per se analitico; tutt’altro quei dati sono cercati apposta per dimostrare la posizione di partenza.
Poi commette l’errore di attribuire al FT una sorta di certificazione che non esiste in quanto il FT dice cose ben diverse, e ben più analitiche; già dal titolo
How the EU’s plan to turbocharge Italy’s economy fell flat
Come il piano dell’UE per rilanciare l’economia italiana si è rivelato deludente;
che è una cosa ben diversa dal de profundis.
In sintesi il FT che osserva in modo critico il fenomeno dice
a)molti soldi spesi o impegnati solo sul piano contabile, ma risultati economici inferiori alle aspettative
b) il piano è stato modificato più volte (ma anche qui non si spiegano le ragioni)
c) L’articolo cita economisti come Tito Boeri, secondo cui il Pnrr era fin dall’inizio eccessivamente ambizioso per la capacità amministrativa italiana.
Qui le ragioni sono molto più chiare anche se non spiegate: PA carente di risorse umane e materiali per effetto di leggi pregresse che l’hanno ridimensionata; ricorso a contratti a termine mal pagati e con elevato turnover.
In estrema sintesi quel che dice il FT è che l’Italia non era preparata per gestire quella massa enorme di soldi il che ha prodotto risultati al di sotto delle aspettative.
Ma questo è un male cronico dell’Italia; la lentezza amministrativa, la burocrazia farraginosa, non sono mali solo di questo governo, semmai un problema irrisolto che si è incancrenito.
Questo governo ha le sue colpe, non c’è dubbio e a fine agosto si spera di saperne di più sugli errori che ha commesso; quando si passerà dai soldi spesi contabilmente a quelli realmente spesi.
Ma in Italia vale la regola del tutti colpevoli nessun colpevole quindi tutto finirà a tarallucci e vino, ma a pagare saranno sempre gli stessi.
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