
(Andrea Zhok) – Visto che i fatti di Belfast hanno rimesso al centro della discussione temi oramai sviscerati in tutti i loro aspetti, proviamo a fare una sintesi per ottenere un po’ d’ordine mentale.
1) Il fenomeno migratorio in Occidente è integralmente un fenomeno con radici economiche, dipendente dalla logica di capitale. Vengono favoriti gli spostamenti di forza-lavoro che cerca di occupare gli spazi lavorativi disponibili sul mercato mondiale. È nell’interesse del capitale ottenere forza lavoro massimamente disponibile a lavorare per poco e facilmente ricattabile. Non è una questione di “immigrazione irregolare”. Gli irregolari sono anch’essi parte del gioco, perché un po’ più ricattabili, ma il gioco nel suo complesso è accettato, desiderato e teorizzato.
2) La pressione che viene esercitata dalle forme di vita coltivate in Occidente (dai costi per crescere la prole, alle responsabilità legali, alle difficoltà pedagogiche per figli che crescono in ambienti desocializzati, ecc.) crea costantemente le condizioni per una riduzione della fecondità. (Questo succede anche per le seconde generazioni dei migranti, non appena si acclimatano). La mancanza di forza lavoro interna dei paesi occidentali viene compensata importandola da parti del mondo dove i “costi di produzione di bambini” sono bassi, perché non esiste un sistema di tutele pubbliche, servizi sanitari, sistemi scolastici, ecc. L’Occidente è una tomba indaffarata che assorbe giovani “prodotti” altrove per trasformarli in concentrazioni di capitale.
3) Questo processo non è mai guidato e controllato perché per guidarlo e controllarlo ci vorrebbero enormi investimenti: denari per i processi di assimilazione, educazione o rieducazione, istruzione linguistica, socializzazione, ma anche per il controllo e la repressione di comportamenti illeciti. Dunque si lasciano ad alcuni clown politici le parole d’ordine dell’inclusione e dell’accoglienza, ma siccome l’intero senso del processo è esclusivamente volto a incrementare i margini di profitto, tutto questo “processo di inclusione e accoglienza” rimane necessariamente sulla carta.
Peraltro, se vivessimo in Stati disponibili a sostenere questi livelli di spesa pubblica per i processi di socializzazione-inclusione il problema migratorio non sorgerebbe proprio: saremmo in Stati disposti a drenare denaro dal grande capitale per migliorare le condizioni di lavoro degli autoctoni, per migliorare i servizi pubblici, per reprimere lo sfruttamento e il lavoro nero, per aiutare le famiglie ad allevare i figli, ecc. Dunque, se fossimo nel mondo fantasticato (ma mai implementato) dai promotori dell’“accoglienza infinita”, non ci sarebbe semplicemente nessun interesse a importare forza-lavoro, perché appena arrivata da noi essa sarebbe tutelata e dunque costosa.
4) Il processo è dunque sempre lasciato a sé stesso, perché chi comanda questi processi è il capitale ed esso non ha alcun interesse a guidare gli effetti sociali dei processi migratori.
Dunque, costantemente ed inevitabilmente, questi processi creano forme di destabilizzazione sociale. La scuola pubblica ne esce degradata perché sopraffatta da un eccesso di domanda senza mezzi adeguati per rispondere; gli alloggi popolari scompaiono dalla disponibilità pubblica; soggetti culturalmente estranei e non integrabili – perché l’unica forma di integrazione offerta è il lavoro e non ce n’è per tutti – finiscono per nutrire le fila della piccola delinquenza. Mi si risparmi l’ovvietà che non c’è equazione tra immigrazione e delinquenza. Ovviamente non c’è equivalenza, ma altrettanto ovviamente ed irrefutabilmente, nelle società in cui crescono gruppi di soggetti culturalmente estranei e non lavorativamente impiegabili, aumentano insicurezza e reati. Solo persone in perfetta e colpevole malafede possono negare questo nesso che è testimoniato costantemente e registrato statisticamente.
5) In un sistema competitivo come il nostro, il peso di questa situazione ricade prevalentemente sulle persone che sono in relazione di competizione diretta con la forza-lavoro d’importazione, cioè quel proletariato o quella piccola borghesia che fatica a tenere insieme salario e dignità.
Queste persone appartengono spesso ad aree socialmente già deprivate o a rischio di deprivazione, e percepiscono lo Stato come lontano ed anzi ostile, come non interessato a difenderli né sul piano lavorativo né sul piano della sicurezza pubblica.
L’inefficienza ed inerzia dei sistemi repressivi (come ogni servizio pubblico, sottodimensionato e tenuto a dieta) finisce paradossalmente per essere più efficace nel colpire le piccole violazioni di quel proletariato che ha faticosamente conservato un poco (un’auto, una casa), che le grandi violazioni di chi è appena arrivato e non ha niente da perdere (se e quando delinque).
Chiedere infinita saggezza, perenne moderazione e santo autocontrollo a queste persone significa essere o stupidi o in malafede. È certo come il sorgere del sole che ad un certo punto queste situazioni sono destinate ad esplodere in forme di violenza civile.
6) Che queste forme di violenza civile siano brutte, immorali, che prendano forme di violenza indeterminata, incapace di distinguere i bersagli colpevoli da quelli innocenti, è ovvio ed inevitabile.
Il problema, il vero problema, è che ora – solo ora – ceti politici privi di vergogna sono pronti ad arrivare come avvoltoi sulla scena della violenza sociale.
Non c’erano quando le famiglie, siano esse autoctone o migranti, non riuscivano a star dietro ad un figlio malato o soccombevano di fronte al minimo rovescio di fortuna, non c’erano quando le persone venivano ricattate per anni, per decenni, ad accettare condizioni di lavoro sempre più precarie.
Ma ci sono ora.
Ci sono da un lato a sciacallare soffiando sul fuoco della “sacrosanta protesta contro l’intruso”, e dall’altro a sciacallare indignandosi per il “razzismo” e il “fascismo”. Così trasformano i problemi, quei problemi che hanno contribuito entrambi a creare, in altrettante occasioni personali per un’intervista piena di sdegno e per qualche photo opportunity.
7) In conclusione. La trappola che è stata predisposta (se intenzionalmente o per caso, non importa) è questa.
Finché la gente non reagisce, si finge che il sistema stia magicamente funzionando secondo i meccanismi di qualche “mano invisibile” e che tutti ne stiano beneficiando.
Quando la pentola a pressione scoppia, quando ci sono tumulti e violenze (possono essere degli autoctoni, ma possono anche essere di migranti di prima o seconda generazione – si pensi alle banlieue), a questo punto si scatena il gioco della polarizzazione artefatta, che tiene in vita il ceto politico che ha creato il danno, e anzi gli attribuisce maggiori poteri.
Se non reagisci non esisti e ti ridono in faccia.
Se reagisci ti metti dalla parte del torto e dai forza a chi ha creato il problema.
Senza una trasformazione della rappresentanza politica (oggi difficile anche da immaginare) questo circo occidentale continuerà a marcire, fino a qualche forma di guerra civile.
Caro Zhok… l’ipocrisia umana non ha limiti …come il capitalismo!
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Siamo un sistema squilibrato, dubito che ci si potrà iniziare a riprendere senza prima passare per il crollo, come per gli individui.
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La gente non reagisce e si rifugia nell’assenteismo perché consapevole della sua impotenza, perché “loro” ci sono quando, se ti ribelli, la giustizia giusta ti incrimina. La gente non si ribella perché…non può!
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Perchè la gente non reagisce?
Forse perchè, per fortuna, sono meno coglioni, di Zhok che non ha mai lavorato in vita sua, ha letto tanto, non ha capito una mazza ed è rimasto al 1826.
Nel testo MANCA TOTALMENTE almeno un minimo di accenno al fatto che la forza lavoro è stata sostituita dalla tecnologia, dall’automazione.
Se un magazzino passa da 1.000 addetti a 400 grazie all’automazione, il problema occupazionale non deriva dall’arrivo di migranti, ma dal fatto che servono 600 lavoratori in meno.
La tecnologia può distruggere domanda di lavoro tanto quanto l’immigrazione può aumentare l’offerta.
C’è poi un’altra contraddizione.
Da un lato sostiene che il capitale importa lavoratori perché ne ha bisogno; dall’altro descrive masse di immigrati che restano ai margini, disoccupati o sottoccupati.
Ma se il capitale avesse davvero una fame insaziabile di manodopera, questi lavoratori dovrebbero essere assorbiti; se invece non vengono assorbiti, allora bisogna spiegare perché.
E una delle possibili spiegazioni è proprio che l’economia moderna richiede sempre meno lavoro poco qualificato rispetto al passato.
Zhok dedica ben 7 punti a parlare di emigrazione e 0 righe alla tecnologia; ma dove kazzo campa?
C’è poi un altro aspetto che manca; negli ultimi anni ci sono stati paesi che sono stati caratterizzati da una crescita economica vertiginosa, eppure i migranti vanno sempre in occidente, almeno in larghissima parte.
Se il fenomeno fosse spiegato soltanto dalla ricerca di manodopera da parte del capitale, ci si aspetterebbe che i flussi si distribuiscano molto più uniformemente verso tutte le economie in forte crescita.
Eppure la destinazione più ambita continua a essere in larga misura l’Europa occidentale, il Nord America e, in misura minore, l’Australia.
Questo suggerisce che i migranti non valutano soltanto i salari e la possibilità di lavoro, ma anche tutele sociali che altrove sono carenti o mancano.
Emblematico il caso dell’India che ha avuto una crescita invidiabile eppure continua ad “esportare gente”.
Ultimamente anche i paesi mediorientali hanno avuto forti afflussi di migranti, ma li si va, si fa un pò di soldi e si ritorna a casa; nessuno si sogna di mettere su famiglia in Arabia Saudita.
Ammesso che il capitale abbia una fame insaziabile di manodopera; non mi risulta che i capitalisti vadano nei paesi dove c’è abbonadanza di manodopera, li prendono per un’orecchio e li portano dove hanno bisogno.
Sono generalmente i migranti che, sulla base di una scelta individuale, decidono di muoversi; non c’è solo domanda da parte del capitale e offerta di migranti; è il migrante stesso che DOMANDA.
Se il capitale ha così disperatamente bisogno di manodopera, perché non vediamo programmi sistematici di reclutamento su scala gigantesca, come avveniva ad esempio nella Germania degli anni ’50 e ’60 con i gastarbeiter?
Oggi gran parte dei flussi verso l’Europa nasce da iniziative autonome dei migranti e dalle reti familiari già presenti, non da un piano industriale coordinato delle imprese.
Questo non significa che l’economia non influenzi i flussi, ma significa che l’equazione “capitale ha bisogno di lavoratori e quindi lavoratori vengono importati” è semplicemente una semplificazione che alla luce dei fatti assume il titolo di stronzata del giorno.
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