
(Mario Catania – lindipendente.online) – Quarantuno miliardi e cento milioni di euro. È la cifra che l’Italia ha destinato alla difesa nel 2025, anno in cui il Paese ha raggiunto per la prima volta la soglia del 2% del PIL concordata, o meglio imposta, dalla NATO. Un numero così grande da risultare quasi privo di senso se non lo si decostruisce, pezzo per pezzo, per capire come questi soldi avrebbero potuto migliorare la vita concreta dei cittadini. Proviamo a farlo.
Gli ospedali
Un ospedale di medie dimensioni, tra i 200 e i 300 posti letto, costa in Italia tra i 150 e i 250 milioni di euro. Con i 41,1 miliardi spesi in armi nel 2025 ne avremmo potuti costruire oltre duecento: duecento ospedali nuovi, distribuiti su un territorio che ha liste d’attesa di anni e pronto soccorso al collasso. Il Servizio Sanitario Nazionale assorbe ogni anno circa 130 miliardi: la sola spesa militare del 2025 vale quasi un terzo di quel budget, lo stesso che negli ultimi anni si è cercato di comprimere e razionalizzare fino a svuotarlo.
Le scuole
L’Italia ha circa 40mila edifici scolastici. La maggior parte è stata costruita tra gli anni Cinquanta e Settanta, quando le norme antisismiche non esistevano. Secondo le stime degli esperti, la messa in sicurezza sismica dell’intero patrimonio edilizio scolastico richiederebbe tra i 40 e i 50 miliardi di euro: con la sola spesa militare del 2025 avremmo potuto completare quasi interamente quell’operazione. Invece, i bambini italiani continuano a studiare in edifici che in caso di terremoto non offrono garanzie. Nel frattempo, i 78 programmi di riarmo avviati in tre anni di governo Meloni pesano da soli 35 miliardi: l’equivalente di 7mila nuovi edifici scolastici al costo medio di 5 milioni ciascuno.
Gli asili nido
La carenza di asili nido pubblici è una delle emergenze sociali più silenziose d’Italia: poco più di un bambino su quattro sotto i tre anni ha accesso a una struttura pubblica, con distanze abissali tra nord e sud. Il PNRR ha stanziato 4,6 miliardi per creare 264mila nuovi posti nido. Con i 41 miliardi della difesa ne avremmo potuti finanziare quasi dieci volte tanti: un cambiamento strutturale capace di rimettere in moto l’occupazione e alleggerire il carico che oggi grava quasi interamente sulle famiglie, e in particolare sulle madri sole – circa 1,5 milioni in Italia secondo i dati ISTAT.
La povertà
Nel 2023 vivevano in condizione di povertà assoluta circa 5,7 milioni di italiani, in 2,2 milioni di famiglie. Dividendo i 41 miliardi della spesa militare per il numero di famiglie coinvolte, otterremmo quasi 18.700 euro per nucleo familiare all’anno: non è uno sforzo finanziario inaccessibile per uno Stato, è una scelta politica. Il Reddito di Cittadinanza – la misura anti-povertà più ambiziosa tentata in Italia, poi smantellata – costava circa 7-8 miliardi l’anno. Con il budget della difesa 2025 lo avremmo finanziato per cinque anni consecutivi.
Il territorio
L’Italia è uno dei Paesi europei più esposti al rischio idrogeologico: frane, alluvioni, smottamenti colpiscono ogni anno comunità su tutto il territorio, causando morti, sfollati e danni miliardari. ISPRA e il Consiglio Nazionale dei Geologi stimano in circa 40 miliardi il costo necessario per mettere davvero in sicurezza il Paese. Con i 41,1 miliardi spesi in armi nel 2025 avremmo potuto avviare e quasi completare quel piano. Invece, ogni autunno le stesse scene si ripetono: fiumi esondati, strade interrotte, case evacuate, stati di emergenza dichiarati. La manutenzione del territorio non produce scatti nei sondaggi, e si vede.
Le pensioni, i lavoratori, i fragili
L’Italia conta circa 16 milioni di pensionati. Dividere i 41 miliardi per quel numero restituisce un calcolo semplice: oltre 2500 euro in più l’anno per ciascuno, circa 215 euro al mese. Per chi sopravvive con 600 o 700 euro di pensione minima non è un dettaglio: è la differenza tra pagare l’affitto e non pagarlo, tra comprare le medicine e rinunciarci. Sul fronte dei lavoratori, il Paese registra quasi due milioni di disoccupati e un tasso di inoccupazione giovanile tra i più alti d’Europa: con 41 miliardi si potrebbero finanziare anni di politiche attive del lavoro, formazione, sostegno al reddito. Si potrebbero pagare gli stipendi di tutti gli 800mila insegnanti italiani per anni – oggi tra i più bassi d’Europa – o raddoppiare i fondi destinati alla non autosufficienza, che oggi lasciano sole centinaia di migliaia di famiglie con anziani e disabili a carico.
La casa
Tra le crisi che il dibattito politico italiano fatica a guardare in faccia c’è quella della casa. L’Italia ha uno dei tassi più bassi di edilizia residenziale pubblica in Europa: appena il 4% del totale delle abitazioni, contro una media UE che si avvicina al 9%. Le liste d’attesa per un alloggio popolare contano centinaia di migliaia di famiglie nelle principali città, e gli affitti privati nelle aree urbane crescono a un ritmo che i salari non hanno mai inseguito. Un alloggio di edilizia residenziale pubblica costa in Italia tra i 100mila e i 150mila euro. Con i 41,1 miliardi spesi in armi nel 2025 ne avremmo potuti costruire tra 270mila e 410mila: abbastanza da dimezzare le liste d’attesa delle grandi città e da rimettere in discussione le dinamiche speculative di un mercato immobiliare che da anni espelle dai centri urbani giovani, lavoratori precari e famiglie monoreddito. Altro che i 10mila alloggi previsti dall’ennesimo annuncio del “piano casa” del governo.
La ricerca e i cervelli
L’Italia investe in ricerca pubblica circa lo 0,5% del PIL, tra i valori più bassi dell’Europa occidentale, contro una media UE prossima allo 0,7%. Il risultato è un’emorragia silenziosa ma costante: ogni anno migliaia di ricercatori formati nelle università italiane – a spese dei contribuenti – lasciano il Paese perché non trovano contratti, laboratori finanziati, prospettive. È una perdita secca e difficile da quantificare, ma non da immaginare: formare un laureato in medicina o in ingegneria all’università pubblica costa allo Stato tra i 100mila e i 150mila euro. Ogni partenza è un investimento regalato ad altri Paesi. Aumentare di un punto percentuale il PIL destinato alla ricerca costerebbe circa 20 miliardi l’anno: con i 41 miliardi della difesa 2025 avremmo potuto raddoppiare per due anni l’intera spesa pubblica in ricerca e sviluppo, stabilizzare migliaia di precari accademici, costruire le infrastrutture scientifiche che mancano. Invece, l’Italia continua a formare talenti per l’estero e a importare tecnologia militare.
Il debito e i suoi interessi
Questo è il paradosso più osceno, e anche il meno discusso. L’Italia paga ogni anno circa 80 miliardi di euro in interessi sul proprio debito pubblico: una cifra superiore all’intera spesa militare del 2025, pari a quasi il 4% del PIL. Ogni euro che lo Stato prende in prestito oggi si trasforma in un peso che le prossime generazioni porteranno per decenni. Eppure il piano di riarmo europeo che il governo Meloni sostiene è costruito esattamente su questo meccanismo: il fondo SAFE prevede prestiti agli Stati per finanziare i programmi militari, e la deroga al Patto di stabilità apre formalmente all’indebitamento per l’acquisto di armi. L’Italia ha già chiesto di accedere a quasi 15 miliardi da quel fondo. Significa missili comprati a rate, interessi pagati per anni, debito che cresce. E significa che tutti i paragoni fatti finora vanno riletti in una luce ancora più cruda: non si tratta solo di scegliere tra ospedali e carri armati oggi, ma di scegliere tra ospedali e rate dei carri armati da pagare per anni e anni.
Il conto che verrà
La NATO ha concordato un innalzamento della soglia fino al 5% del PIL, il che significherebbe, secondo l’osservatorio Mil€x, altri 66 miliardi di euro all’anno da trovare. Non è un’ipotesi astratta: è l’orizzonte verso cui il governo Meloni sta orientando le politiche di bilancio. Sessantasei miliardi equivalgono a metà del bilancio sanitario nazionale, a più di sette volte la spesa annuale per l’intera istruzione universitaria pubblica, a quasi un anno di interessi sul debito. Riarmare l’Italia o curarla, metterla in sicurezza o venderla pezzo per pezzo per pagare i caccia di sesta generazione: la scelta è già stata fatta, e le conseguenze ricadranno, come sempre, su chi già oggi è in lista d’attesa per un alloggio o un’operazione sanitaria.