
(di Marcello Veneziani) – La repubblica della stampa o se preferite la stampa nella repubblica compie ottant’anni.
In principio accompagnò un Paese disfatto, in ogni senso, dalla guerra alla pace, dal fascismo alla democrazia, dalla monarchia alla repubblica. In quel tempo i giornali contavano assai, erano il termometro del paese, il luogo d’incontro tra opinioni, fatti, popolo e potenti. Partiamo da un dato statistico, che pure è un dato sensibile e civile: la vendita dei quotidiani in Italia dagli anni trenta fino a pochi anni fa, si è difficilmente allontanata da un numero che oscillava intorno ai 5 milioni e mezzo di copie. Perfino un paese povero, meno istruito, sotto un regime autoritario come il fascismo, leggeva quanto ha continuato a leggere in democrazia fino alla fine del novecento e oltre, in condizioni politiche, sociali ed economiche diverse. Quel fervore di lettura e militanza accompagnò il referendum del 2 giugno 1946 e le decisive elezioni politiche del 18 aprile del ’48; la stampa aveva allora un ruolo determinante e coagulante. L’Unità, il Popolo, L’Avanti!, l’Uomo qualunque, Candido… Negli anni maturi della repubblica quella percentuale stabile di copie era ritenuta deludente, se paragonata ad altri paesi occidentali; era grosso modo il 10% della popolazione. Più le copie collettive, nei bar e nei circoli, nelle sezioni e nelle bacheche. L’irruzione della tv e poi la grande crescita della tv commerciale non alterò quel numero di lettori; l’informazione televisiva veniva compensata dall’allargarsi di una platea di benestanti istruiti, così quel numero di lettori ha retto fino ai primi anni del ventunesimo secolo. Poi è crollato con la diffusione degli smartphone, dei social, dei new media; allora, dicono i dati, è cominciato pure il calo del Quoziente Intellettivo. Significativa coincidenza… Copie vendute ridotte ora a due milioni, quasi a un terzo di quelle diffuse nell’arco degli ottant’anni precedenti, edicole decimate, lettori over 50, con parziale compenso con le copie online (anche pirata). Sui social è possibile carpire al volo flash di notizie, ancor più sommarie di quelle dei telegiornali, accompagnate spesso da un debordante opinionismo universale e autarchico, distorsione del principio di sovranità popolare. Meno fatti più opinioni, meno storia più illazioni e una tendenza preoccupante: un’ignoranza enciclopedica che esprime giudizi universali, su tutto.
Cosa è successo? Si, maggiore efficacia dei nuovi mezzi tecnologici, società velocizzata, concentrata nel privato e spaesata nel globale, più individualista ed egoriferita. Ma anche, caduta verticale dell’interesse politico e delle appartenenze ideologiche e culturali. Il dato che più somiglia al calo dei lettori è il calo dei votanti; impensabile nella repubblica di ieri, ma oggi quasi la metà degli elettori non vota. E il calo delle edicole fa il paio con il calo delle librerie, perché è un calo dei lettori, al cui posto ci sono i “guardoni” online.
La politica ha sempre contato molto nella diffusione dei giornali, e la sua polarizzazione è stata una calamita; comprare il giornale di partito era un po’ come dare l’8per mille alla Chiesa, un attestato di fedeltà, devozione, appartenenza.
La stampa ha avuto tre funzioni prevalenti a cui corrispondevano tre motivazioni d’acquisto differenti: informazione, intrattenimento e militanza. Per informarsi era la motivazione di chi cercava quotidiani indipendenti, autorevoli, non schierati, almeno apertamente. Per appartenenza politica, militanza ideale e ideologica è stata la molla dei quotidiani politici e di partito che sfociava nella mobilitazione. Per intrattenersi era infine la motivazione di chi seguiva la stampa sportiva, assai diffusa per decenni in Italia e dei rotocalchi settimanali, che sulle famiglie reali, sui vip e sulle loro storie hanno costruito il loro target. Non ha mai attecchito il quotidiano popolare, molte delle sue prerogative erano espletate da noi dai settimanali.
Alla metà degli anni settanta apparvero nuove creature ibride: i giornali-partito, ossia giornali che non aderivano e non appartenevano a un partito, ma facevano partito a sé, quotidiani d’opinione, di cui i più marcati furono il Giornale di Montanelli e la Repubblica di Scalfari (e più in piccolo il Manifesto); Il primo nato da una costola dissidente del Corriere della sera, il secondo da una gemmazione del settimanale L’Espresso (e ispirato da Il Mondo di Pannunzio). Quotidiani a destra o a sinistra ma non affiliati a un partito; trasversali, suggeritori della politica più che seguaci.
Negli anni settanta avvenne però un cambiamento radicale nella stampa: molti quotidiani, anche benpensanti, moderati, considerati neutrali, espressione della borghesia, si spinsero verso una linea progressista, alimentati da una generazione venuta dal ’68, dai comitati di redazioni guidati da collettivi “democratici” e da alcune operazioni culturali, imprenditoriali e politiche. Allo slittamento verso “sinistra” dei giornali corrispondevano assetti proprietari legati al capitalismo, ai poteri finanziari e ai “padroni”. Per dirla in una formula: compagni in redazione, padroni nell’amministrazione. Quel clima raggiunse quotidiani come il Corriere della sera, La Stampa, Il Giorno, Il Messaggero, vari quotidiani leader a livello regionale.
E a destra? Nei primi anni settanta resistevano alcune isole, da Il Tempo a Il Giornale d’Italia, dal Roma di Napoli a La Notte di Milano, a cui poi si aggiunse il Giornale. E per i militanti missini c’era il Secolo d’Italia. C’erano anche vivaci testate settimanali come Il Borghese longanesiano, Candido passato da Guareschi a Pisanò, Lo Specchio. O per la borghesia moderata e meno politicizzata i rotocalchi di Rusconi, come Oggi (poi passato a Rizzoli), Gente, il mondadoriano Epoca. Poca incidenza hanno avuto i quotidiani gratuiti. Poi ci fu una progressiva e sospetta moria, che s’inquadrò nella strategia della ghettizzazione della destra. Con una nota curiosa: quando la destra era piccola c’erano molti lettori di destra, quando è diventata maggioranza nel Paese, i lettori di destra si sono ridotti a una piccola minoranza.
Intanto, con quegli assetti proprietari e quell’egemonia ideologica la libertà nella stampa viene condizionata pesantemente. Le dichiarazioni di antifascismo richieste in alcuni festival librari sono già implicite e vigenti da tempo nella stampa nostrana. Il punto debole della stampa non è solo nel manico ma anche nella lama: il conformismo e il servilismo della stampa nasce non solo dalle pressioni del potere ma anche dalla propensione dei sottoposti ad allinearsi e a godere dei relativi benefici della livrea.
Oggi il quadro è il seguente: non ci sono più giornali di partito ma sono prevalenti i giornali di setta e di bottega, o megafoni di poteri. Il risultato è una stampa meno autorevole, meno affidabile e meno influente. La diffidenza è cresciuta. La gente legge poco e male, comprende meno, si arrabbia di più, trincia giudizi in diretta che risentono di malumori e frustrazioni di vita. Ma c’è pure chi non si accontenta perché si è più esigenti.
Su tutto aleggia l’attesa di una fine: quanto ancora durerà il regno della stampa, i giornali di carta e di video, e cosa ci sarà dopo, al loro posto? Quel giorno ci sarà un’edizione straordinaria per il giudizio universale.