(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] È stata pronunciata la parola-tabù. Altro che bomba atomica, blocco del petrolio, droni killer. Elly Schlein, ospite ad Accordi e Disaccordi, ha detto di essere favorevole a una tassa europea sui grandi patrimoni, detta anche patrimoniale. Bum! Non bastava quel terrorista di Landini, che ha proposto di far pagare l’1,3% a chi ha una rendita superiore ai 2 milioni di euro (500mila persone, l’1% della popolazione), il che frutterebbe allo Stato 26 miliardi l’anno. Tu guarda se si spaventa la gente così.

[…] Stefano Folli su Repubblica lancia un grido: “Come ha commentato Matteo Renzi (che per Folli è un riferimento autorevole, ndr), inutile fare dell’autolesionismo e regalare alla destra qualche altro argomento per spaventare i ceti medi. Ma perché i ceti medi?”. Già, perché? “Il preannuncio… riguarda… l’uno o il due per cento della popolazione, titolare di vasti patrimoni, a cui si chiederebbe un sacrificio per aiutare la parte più debole del popolo italiano”. Ma allora tutto bene, no? No. “Qui si comincia a navigare nella nebbia. Perché un’altra versione dell’imposta fa riferimento a patrimoni tassabili non inferiori ai 5 milioni di euro. Gente benestante, certo, ma non più solo super-miliardari”. Vero: chi non ha 3 o 4 case da un milione di euro ciascuna che farebbero scattare ingiustamente la quota patrimoniale? “Come si calcolano le ricchezze individuali per arrivare, poniamo, ai cinque milioni?”. Sono problemi davanti ai quali non ci vorremmo mai trovare. La conclusione è drastica: “Sentir parlare di patrimoniale suscita inquietudine diffusa”. […]

“L’inquietudine diffusa” è in realtà quella dei commentatori dell’establishment, dove si accetta placidamente che ci sia chi fa gli interessi dei milionari (al governo e all’opposizione), ma si rabbrividisce di orrore se ogni tanto qualcuno dice di voler fare gli interessi dei cittadini comuni, se non proprio, absit iniuria verbis, dei poveri. Così fu per il Rdc, “voto di scambio” (Renzi) e “metadone” (Meloni) col consenso dei media padronali.

Sul Corriere, De Bortoli scrive l’editoriale “Tutti i pericoli di una patrimoniale” (che evidentemente non si esauriscono nel fatto che gli ultra-ricchi pagherebbero un po’ più di adesso): “Insistere sull’idea di una patrimoniale è il modo migliore per perdere le elezioni”. “La ragione principale”, dice, “è che i grandi capitali, quelli che si vorrebbero colpire, se ne vanno all’istante”; ma proprio per questo sia Schlein che Conte parlano di una tassa “a livello europeo”, di modo che chi scappa in Lussemburgo troverebbe ad attenderlo la stessa tassa che pagherebbe qui. Altri pericoli? Che i detentori di patrimoni “più piccoli, anche se non toccati dall’eventuale provvedimento, si sentirebbero subito minacciati”. Vabbè: in quel caso basta che si rechino in qualsiasi Caf d’Italia per essere rassicurati dall’impiegato, calcolatrice alla mano; altrimenti ci sono sempre le benzodiazepine, che purtroppo non sono mutuabili e sarebbero a carico del detentore di piccolo patrimonio, pazienza.

[…] Il Foglio arruola Cottarelli (“Idea inutile e dannosa, i dem andrebbero oltre Mamdani”: non sia mai) e irride “la linea del M5S di Conte, che invece la patrimoniale la vuole ‘a livello globale o quantomeno europeo’, se proprio non si può imporre a livello intergalattico”. L’idea di una patrimoniale globale è di Inácio Lula, presidente del Brasile: un’imposta annuale del 2% sui patrimoni dei 3.000 super-miliardari del pianeta; poveracci: colpiti da una misura sadica solo per sfamare 673 milioni di persone colpite da fame cronica (Report Sofi dell’Onu). In Spagna, dove il Pil è cresciuto del 3,2% nel ’24 e del 2,9% nel ’25, e dove si prevede per il ‘26 il +2% (da noi il +0,5%), esiste dal 2023 un’aliquota progressiva dall’1,7% su patrimoni netti da 3 milioni e del 3,5% oltre i 10 milioni. Il problema dell’Italia, peraltro, non è la fuga dei ricconi, ma di disoccupati e precari ultra-scolarizzati. Il Financial Times ha rivelato che Milano attrae i super-ricchi mentre espelle il ceto medio. Il motivo? La flat tax, che tanto piace ai liberisti di destra e asserita sinistra, quindi a Salvini, a Meloni e naturalmente all’accoppiata perdente Calenda-Renzi, il quale ultimo introdusse per i ricconi trasferitisi in Italia una tassa fissa di 100mila euro, diventati 200mila con l’attuale governo di finta destra sociale (per Meloni le tasse sono “pizzo di Stato”; la patrimoniale sarebbe una strage). Si tenga conto che un operaio o un dipendente pubblico pagano in tasse più di un terzo del salario tra trattenute e imposte. Il movimento Tax the rich chiede alla Commissione di adottare la misura elaborata dagli economisti Saez, Zucman e Landais, che prevede aliquote dell’1% tra 2 e 8 milioni, del 2% per chi possiede da 8 milioni a 1 miliardo e del 3% oltre 1 miliardo di euro. La maggior parte di noi può stare tranquilla; forse anche gli editorialisti italiani.