
(Mauro Morbello – lafionda.org) – Cuba appare oggi al centro di un possibile duplice calcolo strategico per gli Stati Uniti. Da un lato, nel momento più opportuno, l’isola potrebbe essere utilizzata da Washington come diversivo per spostare rapidamente l’attenzione pubblica dall’intervento militare in Iran, rivelatosi fallimentare perché incapace di trasformare la superiorità militare americana in un risultato geopolitico concreto. Dall’altro, si inserisce come tassello rilevante nella nuova strategia statunitense per l’emisfero occidentale, orientata a ricondurre progressivamente l’America Latina e i Caraibi all’interno di una propria sfera di egemonia, con l’obiettivo di contrastare l’espansione cinese nell’area. In questo quadro, Cuba non sarebbe più soltanto lo storico avversario ideologico di Washington a poca distanza dalle sue coste, ma anche uno snodo geostrategico nella competizione per il controllo della regione.
Le pressioni statunitensi su Cuba si esercitano da oltre sessant’anni principalmente attraverso l’embargo economico-finanziario, accompagnato nel tempo da interventi armati puntuali, spesso presentati come iniziative di esuli controrivoluzionari. È però con la presidenza Trump che la strategia nordamericana ha assunto una forma più ampia e coercitiva. Il rafforzamento di un blocco energetico, ormai quasi totale, ha ristretto drasticamente l’accesso dell’isola a petrolio e combustibili, incidendo in modo sempre più insostenibile sulle condizioni materiali di vita della popolazione. A questa pressione si è affiancato il ricorso ad accuse giudiziarie usate come pretesto per legittimare nuove sanzioni, ulteriori pressioni e interventi contro i vertici del governo cubano.
Si tratta di un meccanismo volto alla delegittimazione giudiziaria come parte integrante di una strategia di coercizione già utilizzata in passato in diversi contesti, ma che oggi conosce una nuova accelerazione e un’applicazione sistematica in particolare nei confronti dei Paesi latinoamericani non allineati alle politiche di Washington, utilizzando la retorica della lotta al narcotraffico o altri pretesti.
È accaduto recentemente con il presidente del Venezuela Nicolás Maduro, presentato come capo del cosiddetto “Cartel de los Soles”, una costruzione propagandistica funzionale a sovrapporre governo venezuelano, traffico di droga e minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti, servita come pretesto per l’attacco militare e il sequestro del presidente lo scorso mese di gennaio. È in corso contro l’attuale presidente di sinistra della Colombia, Gustavo Petro, indicato dall’Agenzia antidroga americana DEA come obiettivo prioritario nell’ambito di indagini federali su presunti legami con organizzazioni di narcotraffico. Accade ora con Raúl Castro, incriminato dal Dipartimento di Giustizia americano per fatti risalenti al 1996, relativi all’abbattimento di due velivoli dell’organizzazione cubano-statunitense Brothers to the Rescue. Un episodio che da oltre trent’anni è al centro di versioni contrapposte tra Washington e L’Avana e che ripreso oggi, oltre ad apparire surreale per la distanza temporale dei fatti contestati, risulta quantomeno sospetto per il suo tempismo.
Vi è infine la dimensione propriamente intimidatoria di tipo militare, con la presenza del gruppo d’attacco della portaerei USS Nimitz, i voli di sorveglianza e le esercitazioni del Comando Sud, che confermano la crescente presenza armata statunitense nel quadrante caraibico. Non si tratta di semplici manovre di routine, ma di una dimostrazione di forza che serve a presidiare le rotte marittime ed energetiche dell’area per impedire l’arrivo di petrolio e combustibili a Cuba, intensificare la sorveglianza degli Stati Uniti sull’isola e mantenere la minaccia concreta di un intervento armato di grandi dimensioni. La forza militare diventa così il complemento della pressione economica e giudiziaria, trasformando l’isolamento di Cuba in una strategia più ampia di accerchiamento. Una condizione, che non promette nulla di buono e lascia intravedere il rischio reale, e forse imminente, di escalation. Nel dubbio, Cuba si prepara comunque a resistere. Mi auguro che, in caso di necessità, non venga lasciata sola.