Lo scrittore sul caso dei braccianti bruciati vivi: «Il governo è indifferente: la narrazione contro i migranti favorisce questo stato di schiavitù»

(Federico Genta – lastampa.it) – «L’agricoltura italiana è morta, e questo governo non conosce nemmeno lontanamente un problema che può essere affrontato solo con una gestione europea e con la defiscalizzazione». Da anni Roberto Saviano denuncia la piaga del caporalato e come le organizzazioni criminali gestiscano la filiera agricola e il controllo sui braccianti, specie nel Sud Italia.
Quattro cittadini pakistani uccisi da altri cittadini pakistani, è la guerra degli ultimi?
«In un primo momento sembrava una guerra tra caporali. Ora sta emergendo qualcosa di impensato: sarebbero stati uccisi perché non avevano pagato l’estorsione, cioè il pedaggio per essere trasportati al campo. Se qualcuno si rifiuta di pagare, tutti gli altri smettono di pagare. Un’esecuzione esemplare. Il controllo della manodopera nelle campagne vale denaro. Chi gestisce i lavoratori decide chi lavora, chi mangia, ma non solo: anche chi resta in quel territorio. La violenza è la negoziazione unica possibile tra gruppi che gestiscono il lavoro. La guerra tra poveri è la garanzia di pace per i ricchi. E non è un episodio isolato.
Era già successo?
«Negli ultimi mesi nella zona di Corigliano-Rossano ci sarebbero stati quattordici incendi dolosi di auto e furgoncini di braccianti. Una escalation sistematica, sempre all’interno delle comunità migranti. Il controllo non riguarda solo il lavoro nei campi: riguarda i permessi di soggiorno, gli alloggi, tutto ciò che regola la permanenza in Italia».
I sindacati parlano di almeno dieci mila schiavi impegnati ogni anno nei campi e nei vivai della piana. Serve una svolta culturale?
«La parola “culturale” è un lusso che si usa quando non si vuole parlare di legge, di controlli, di responsabilità penale. La legge 199 del 2016 – il decennale cade quest’anno – è una buona legge. Va ricordato che nacque grazie a Yvan Sagnet, camerunense, studente del Politecnico di Torino, che nel 2011 organizzò lo sciopero di Nardò, la prima rivolta dei braccianti stranieri contro il caporalato in Italia. Un africano diede all’Italia una delle migliori leggi sul lavoro degli ultimi vent’anni. Punisce il caporalato con la reclusione da uno a sei anni, prevede la confisca dei beni, introduce la responsabilità delle aziende committenti. È sistematicamente inapplicata non per mancanza di cultura. Per scelta».
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Manca la voglia oppure le risorse economiche per cambiare?
«Bisognerebbe chiedersi se manca la volontà politica. Le risorse ci sono. La legge c’è. Manca la volontà. E la volontà manca perché il sistema deve funzionare esattamente così. I responsabili sono le grandi catene della distribuzione, le aziende conserviere, i marchi che tutti conosciamo e che comprano a prezzi che rendono impossibile pagare un salario dignitoso. Il caporale è l’ultimo anello visibile di una filiera costruita apposta per non lasciare tracce».
Qual è il ruolo della ’Ndrangheta nella diffusione e organizzazione del caporalato?
«La ’Ndrangheta non gestisce direttamente il caporalato come gestisce il traffico di cocaina. Si accorda con le aziende agricole, assicura che le dinamiche di sfruttamento non vengano disturbate. È una funzione di protezione e di omertà, non di gestione operativa. E lo dimostra proprio questo omicidio: se i caporali fossero sotto il controllo diretto della ’Ndrangheta, quattro morti in quel modo non sarebbero stati permessi».
È lo Stato che non è abbastanza presente?
«Quale Stato? Non esiste uno Stato soltanto. Esistono diverse declinazioni di Stato. Una parte dello Stato è complice attiva di questo sistema: alcuni politici locali, alcuni amministratori, diversi funzionari. Ha mai visto un ministro nelle campagne della Piana di Gioia Tauro? Nei campi del Cosentino? Quella non è assenza, è scelta precisa».
Pochi mesi fa il governo ha affrontato in commissione alla Camera il caso dei lavoratori sfruttati nel Cosentino. Alla fine dello scorso anno c’erano già stati quattro morti e i primi arresti. Cosa ci dice questo?
«Ci dice che il sistema funziona finché non muore qualcuno. Quando arrivano i morti arriva la Commissione. Poi torna il silenzio. Senza quei lavoratori pagati tre euro l’ora, spesso meno, spesso a cottimo, l’agricoltura italiana non regge. Lo sa il governo, lo sa la grande distribuzione, lo sanno le aziende conserviere».
Combattere lo sfruttamento nei campi non porta voti?
«Non porta voti perché ti inimichi chi pesa sulla politica. La grande distribuzione e le associazioni dell’agroalimentare sono potentati economici con un’enorme capacità di pressione, soprattutto a livello locale, dove un’azienda che dà lavoro a migliaia di persone condiziona qualunque amministratore. Nessun politico tocca chi può determinare la sua rielezione».
È così che muore l’agricoltura italiana?
«Le aziende agricole italiane competono con prodotti importati dalla Spagna, dal Nordafrica, dal Medio Oriente, dove il costo del lavoro è più basso o le importazioni costano meno. Il produttore italiano ha due sole scelte: comprimere il lavoro o farsi spazzare via dal pomodoro che arriva via nave a un terzo del prezzo. Lo sfruttamento diventa la risposta a una concorrenza che lo Stato e l’Europa non governano. Non si risolverà mai. E tutta la messa in scena contro l’immigrazione ha spesso un solo compito: tenere i braccianti inchiodati alla schiavitù, con i prezzi bassi. Il migrante criminalizzato nel discorso pubblico è il migrante docile nel campo. La paura serve a non far alzare la testa a chi raccoglie».