La vera novità del vertice è la parità formale tra i due colossi. A Pechino la chiamano «stabilità strategica costruttiva». Piattaforma certo fragile di una convivenza tra Stati Uniti e Cina tutta da stabilizzare. Ammissione di provvisoria sconfitta da parte americana

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Oramai lo sappiamo: le parole di Trump non vanno prese troppo sul serio, anche perché spesso smentite da esternazioni opposte. Ma quando il presidente degli Stati Uniti comunica di non voler spedire le sue truppe a 15mila chilometri da casa per difendere Taiwan se si proclamasse indipendente, descrive l’ovvio. Forse qualcuno immagina che gli americani siano interessati a ingaggiare la guerra mondiale, ovvero rischiare la vita, per impedire a Pechino di mettere le mani su quell’arcipelago riottoso, per il quale Xi Jinping si dichiara pronto alla guerra?
In diplomazia il linguaggio può servire per mascherare fatti e intenzioni, per creare provvisori teatri virtuali, non per sovvertire in permanenza la realtà. Specialmente se i fatti sono palesi: qualsiasi guerra tra Stati Uniti e Cina scalerebbe presto al grado atomico. Forse scatterebbe come tale. Washington non vuole morire per Taipei. Nemmeno Pechino, checché proclami Xi. Di qui il ricorso alla neolingua diplomatica concordata dalle parti per suggellare lo stallo. Ambiguità costruttiva. Disarmante perché armata.
Taiwan vive di vita propria ma non può proclamarsi ufficialmente indipendente. Se lo facesse e Xi vi si piegasse, il Partito comunista cinese perderebbe il “mandato del cielo”. Il suo regime diverrebbe illegittimo agli occhi del popolo cinese. La Repubblica Popolare sarebbe obbligata alla reazione armata. A prendersi un rischio mortale.

C’è un parallelismo tra Stati Uniti e Cina: tutte le alternative sono peggiori dello stallo diplomatico perché sfociano nella distruzione reciproca. Di qui l’ambiguità strategica inaugurata via legge sulle relazioni con Taiwan varata il 13-14 marzo 1979 dal Congresso. Da allora, nessun presidente americano si è mai impegnato a difendere sempre e comunque Taiwan da un attacco cinese.
Ma la partita è più complessa di quanto appaia. La vera novità del vertice Xi-Trump — sancita dallo spettacolare protocollo cinese, subìto dagli americani — è la parità formale tra i due colossi. A Pechino la chiamano «stabilità strategica costruttiva». Piattaforma certo fragile di una convivenza tra Stati Uniti e Cina tutta da stabilizzare. Ammissione di provvisoria sconfitta da parte americana.
Come il disimpegno dalla Nato ha sconvolto gli europei, così la frase su Taiwan — appena ammorbidita dal rifiuto di Trump di rispondere alla domanda di Xi sulla sua disponibilità a difenderla — ha suscitato un’onda di tsunami tra “amici e alleati” asiatici degli Stati Uniti.
A cominciare dal Giappone, dalla Corea del Sud e dalle Filippine. Nel viaggio di ritorno Trump ha dovuto impegnarsi in un giro di telefonate con i partner regionali più stretti, offrendo rassicurazioni a mezza bocca. Ma nessun leader europeo o asiatico confida più nell’ombrello strategico americano. Di qui il riarmo tra i vedovi di Washington in entrambi gli emisferi.

Il 20 maggio l’ennesima visita di Putin a Pechino contribuirà a chiarire il senso del summit Xi-Trump, la cui riedizione americana è prevista per il 24 settembre a Washington. Tre vertici in cinque mesi ci aiuteranno a capire se la marcia di avvicinamento verso la terza guerra mondiale sia destino o se prevarrà lo spirito di autoconservazione che illustra la specie umana.
Da escludere per ora un patto sino-russo-americano paragonabile allo schema di Jalta. Accordi di tale portata occorrono dopo, non prima di una grande guerra. Fissano gerarchie, non le inventano. L’ordine del giorno riguarda l’intesa su meccanismi preventivi che la guerra generale scongiurino. Né basta un grado di fiducia reciproca tra leader. I capi vanno e vengono, gli imperi restano. Finché una guerra li spazza via. O si accartocciano su se stessi, immalinconiti. Debilitati dall’eccesso di responsabilità, dai costi materiali e spirituali della sovraesposizione imperiale. Come oggi l’America.
La due giorni pechinese ha esposto infine il gap culturale tra i duellanti. Trump era in viaggio d’affari, con la sua eccitata compagnia di tecnovassalli e altri tycoon, per vendere aerei, soia e qualche tecnologia. Xi era in spolvero imperiale. Impressionante la studiatissima coreografia. Compreso il cuscino floscio posto sulla poltrona dove Trump poggiava la non esile mole, talché sembrava più basso di Xi. Sapranno i tappezzieri della Casa Bianca vendicare l’affronto?
Jalta fu possibile e necessaria quando la seconda guerra mondiale ebbe termine con la sconfitta del nazifascismo ,per stabilire un nuovo ordine mondiale e trovare per questo un accordo su un sistema di regole per non confliggere fra le potenze vincitrici . Oggi il problema,a ben guardare, è lo stesso anche se non si è reduci da un conflitto mondiale . Vi è la necessità di un nuovo equilibrio che eviti l’ irreparabile cioè l’ ecatombe nucleare e questa non è cosa da poco .
"Mi piace""Mi piace"
Sarà anche per via del cuscino floscio che Xi ha fatto adagiare sotto le altrettanto flosce chiappe di Trump, ma di certo la postura di quest’ultimo non aiuta. In tutte le fotografie – che sia nello Studio Ovale o in altri contesti – Trump è sempre seduto sul bordo della poltrona, con i gomiti appoggiati sulle ginocchia e il busto inclinato in avanti. Sono posture e tic tipici, un po’ come quelli della Meloni che nelle foto ufficiali appare sempre con un sorriso forzato e la testa immancabilmente inclinata verso destra. Deformazione professionale… o semplicemente marketing politico. 😄
"Mi piace"Piace a 1 persona