La storia è piena di piccoli partiti diventati decisivi grazie all’assenza di una maggioranza chiara

(Sebastiano Messina – lespresso.it) – C’è un animale politico che si aggira da anni nei corridoi della Seconda Repubblica. Non è il vincitore, non è lo sconfitto, non è nemmeno il centrista nostalgico che sogna di rifare la Dc con il pongo. È il pareggista. Quello che non punta a stravincere le elezioni ma a impedire che le vincano gli altri. Perché sa che, quando nessuno ha i numeri, anche un piccolo drappello può diventare decisivo. E il re dei pareggisti, oggi, è Carlo Calenda.

Bisogna ammettere che nel panorama politico italiano è una figura piuttosto anomala. Mentre tutti cercano disperatamente una tribù dove accasarsi, lui continua a dire di no. Non vuole stare con Elly Schlein perché nel campo largo c’è Giuseppe Conte, e Calenda considera i cinquestelle una calamità naturale. Ma non vuole nemmeno entrare nel recinto del centrodestra, dove vede muoversi Matteo Salvini che per lui è la quinta colonna di Putin. Su questo punto, peraltro, Calenda rivendica una coerenza che pochi possono contestargli. Da quando è scoppiata la guerra in Ucraina, il leader di Azione è stato uno dei pochissimi politici italiani a difendere senza esitazioni il sostegno militare a Kiev e la necessità di costruire una difesa europea credibile. Lo ha fatto nei talk show, duellando con chiunque. Lo ha fatto nelle università, dove la parola “europeista” è stata usata dai suoi contestatori come un insulto borghese. Lo ha fatto anche quando conveniva molto di più inseguire gli umori pacifisti di una parte dell’opinione pubblica. E in un Paese dove molti leader cambiano posizione sulla politica estera con la velocità di un aggiornamento meteo, questa ostinazione ha qualcosa di rispettabile.

Il problema è che la politica non premia sempre la coerenza. Anzi, spesso la punisce. Azione continua infatti a navigare attorno al tre e mezzo per cento. Troppo poco per vincere, troppo poco persino per pensare di guidare un’alleanza, ma forse abbastanza per diventare decisivi se le prossime elezioni dovessero finire in bilico. Ed è qui che entra in gioco il vero progetto politico di Calenda. Perché il leader di Azione non sta cercando una vittoria classica. Sta aspettando un pareggio. Non è un’idea così stravagante come sembra. La storia italiana è piena di piccoli partiti diventati decisivi proprio grazie all’assenza di una maggioranza chiara. Naturalmente il sistema elettorale è costruito proprio per evitare questo scenario. I collegi uninominali aiutano chi arriva primo e tendono a produrre maggioranze anche quando il consenso reale del vincitore resta sotto il cinquanta per cento. Se poi passasse la riforma elettorale del centrodestra, chi arriva primo otterrebbe un consistente premio in seggi. Ma la politica italiana è un laboratorio dove gli imprevisti diventano spesso la regola. Basta poco perché la macchina si inceppi. Una fuga di voti verso Roberto Vannacci. Una riforma elettorale che salta. I collegi uninominali che vengono distribuiti tra i due schieramenti neutralizzando il premio del maggioritario. O addirittura il paradosso di una maggioranza diversa tra Camera e Senato. Ecco il momento che Calenda aspetta. Il momento in cui chi oggi viene considerato marginale potrebbe ritrovarsi improvvisamente al centro della scena. Naturalmente c’è anche l’ipotesi opposta: che uno dei due poli vinca nettamente e renda inutile ogni mediazione. In quel caso la scommessa del leader di Azione sarebbe perduta. Ma nulla, oggi, gli impedisce di sperare in un pareggio.