Il ministero della Cultura è l’epicentro delle tensioni interne alla maggioranza. L’ultimo caso riguarda la mancata vigilanza sul caso Regeni. Ma i tempi della rimozione non tornano

(Sergio Rizzo – lespresso.it) – Così parlava Emanuele Merlino: «Io e Alessandro ci confrontiamo tutti i giorni, condividiamo i dossier e poi decide lui, naturalmente». Domenica 27 ottobre 2024, al ministero della Cultura Alessandro Giuli ha sostituito Gennaro Sangiuliano da 40 giorni. E Merlino smentisce con Repubblica i maligni che lo indicano burattinaio di trame ministeriali. In 40 giorni sono già saltati due capi di gabinetto. Prima Francesco Gilioli, ereditato dal predecessore. Poi Francesco Spano, silurato dai Pro Vita & famiglia: la colpa, un finanziamento a un’associazione Lgbtq+ dal medesimo Spano quando dirigeva l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali. Atto per cui Giorgia Meloni in persona, allora all’opposizione, ne chiese la testa.

Merlino invece rimane al suo posto. Figlio del più noto Merlino Mario, ex missino, ex Avanguardia nazionale, ex Centro studi Ordine nuovo, ex circolo anarchico 22 ottobre, condannato e poi assolto al processo per la strage di piazza Fontana, è l’ariete per l’offensiva culturale della destra. Capo della segreteria tecnica di Sangiuliano, confermato da Giuli, elabora la strategia per demolire l’influenza della sinistra sulla cultura italiana. Investitura bollinata da palazzo Chigi, sotto l’ala protettiva del sottosegretario alla presidenza Giovanbattista Fazzolari. Che l’avrebbe pure ben visto viceministro per rimpiazzare con upgrade il sottosegretario Giammarco Mazzi trasferito al Turismo.

Dopo la clamorosa revoca di Merlino junior decisa a freddo da Giuli domenica scorsa, molto c’è da capire. Fra i dossier condivisi con «Alessandro» c’era anche quello del docufilm sulla fine brutale di Giulio Regeni, il ricercatore assassinato dieci anni fa al Cairo dai servizi egiziani, a cui il ministero ha rifiutato il contributo facendo indignare il ministro? Davvero Merlino, stando alle ricostruzioni, paga soltanto la «mancata vigilanza» su questo episodio, come si dice? Ma poi, spettava a lui «la vigilanza» su una commissione in teoria indipendente, nominata dallo stesso Giuli due settimane dopo l’insediamento al ministero?

Guardiamo ai fatti. Il ministro critica duramente la bocciatura del docufilm su Regeni l’8 aprile, precisando però di non poter «violare il principio della terzietà». Perché allora attende più di un mese per liberarsi di Merlino, il protetto di Fazzolari, se costui ha qualche grave responsabilità su quell’episodio? E quando lo fa, perché si tira in ballo la «mancata vigilanza»? Vuol dire che c’è stata una violazione del principio di terzietà? Qualcuno ha condizionato la scelta della commissione? E che c’entra Merlino? Il nervosismo che pervade il governo Meloni dopo la batosta al referendum è palpabile. Gli stracci volati in consiglio dei ministri il 30 aprile fra Matteo Salvini, per cui le soprintendenze andrebbero «rase al suolo» e un Giuli mai così battagliero e reattivo, ne sono la prova. Ma dimostrano anche quanto il clima sia propizio per sistemare pendenze. Ben sapendo che il governo è una cristalleria: facile da mandare in mille pezzi anche se nessuno ora può permetterselo. Ed è una formidabile assicurazione sulla vita per chi ha conti da regolare.

Giuli non è un marziano planato sul pianeta Meloni. Per dirne una, sua sorella Antonella ha lavorato per la comunicazione di Fratelli d’Italia e in seguito è stata assunta alla Camera. Con l’Ansa ha rivendicato «un rapporto limpido di amicizia personale» con Arianna Meloni, sorella della premier e factotum del partito. Ma un conto è condividere la fede politica, e rispettare la linea del governo, come Giuli ha fatto nella vicenda del padiglione russo a Venezia, scontrandosi con il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco. Un conto diverso è subire il commissariamento del partito.

Succede pure che mentre infuria la polemica sul caso Regeni arrivi al posto di Mazzi, al ministero, Giampiero Cannella. Vicesindaco FdI a Palermo, il nuovo sottosegretario è autore di un romanzo («Task force 45») da cui è tratto un film: finanziato dal ministero, al contrario del docufilm su Regeni, con 600 mila euro. Difficile dire se è la goccia che fa traboccare il vaso. Di sicuro fin dal primo giorno al ministero Giuli è stato accerchiato dall’apparato di Fratelli d’Italia: guidato alla Camera dall’ingombrante presidente della commissione Cultura, Federico Mollicone.

Tutto comincia con il dimissionamento imposto di Spano. Giuli lo vuole a tutti i costi ma deve cedere al «barbarico clima di mostrificazione». Ed è il primo segnale di sovranità limitata. Al posto di Spano arriva dal Tesoro Valentina Gemignani, incidentalmente moglie di Basilio Catanoso, ex deputato di An ora meloniano. E poi le nomine, che incorniciano la disastrosa gestione ministeriale. Tutte targate Fratelli d’Italia, e più subite che volute. Dal consigliere «per la diplomazia culturale» Vincenzo Sofo, europarlamentare non rieletto con FdI, alla candidata senza fortuna alla Regione Abruzzo con il meloniano Marco Marsilio, Laura D’Alfonso, nel cda dei Musei archeologici di Chieti. Dal coordinatore del partito a Caserta, Paolo Santonastaso, nel cda della Reggia, alla consigliera comunale di Fratelli d’Italia a Terni, Elena Proietti Trotti, nel cda del Parco archeologico di Capri. Proprio lei, Elena Proietti Trotti, segretaria particolare del ministro dal 25 luglio 2025, anch’ella vicinissima ad Arianna Meloni. Per l’assenza ingiustificata da una missione negli Usa Giuli l’ha cacciata insieme a Merlino. Lo sgarbo risale al 22 marzo. Ma 49 giorni fatti passare per punirlo non sono anche questi un po’ troppi perché non sia un segnale di altro genere?