Se qualcuno doveva scriverla, questa storia, storiella o storiaccia che sia, non avrebbe potuto inventarsela meglio. Vibrano gli archetipi dell’eterno fogliettone: la bella Nicole, già incarnazione del berlusconismo orgiastico di impatto mediatico planetario, che cambia vita, si pente. Ma, colpo di scena, forse non è vero

Nicole Minetti

(di Filippo Ceccarelli – repubblica.it) – E poi non si dica che la vita pubblica italiana non è un romanzo, un’opera buffa, una fiaba anche nera, una pseudo tragedia e un melodramma e mezzo.

Per cui eccoci qua tra la Caritas e il ranch “Gin Tonic”, la miseria polverosa del Sudamerica e il lusso della perversione meta-epsteiniana, a occuparci di bimbi ammalati e grazie presidenziali, umane fragilità e potenziali rimpasti governativi d’alto bordo. Che se qualcuno doveva scriverla, questa storia, storiella o storiaccia che sia, non avrebbe potuto inventarsela meglio. Vibrano gli archetipi dell’eterno fogliettone: la bella Nicole, già incarnazione del berlusconismo orgiastico di impatto mediatico planetario, che cambia vita, si pente. Di più, come in Tolstoj, ma un po’ anche come in Balzac, l’igienista dentale e mentale approdata ad Arcore in bilico tra don Verzè e “Colorado Caffè”, ecco sì, si redime, scopre il sentimento della maternità nel modo per lei più scomodo, ne è sopraffatta e allora si fa carico di una creatura, una povera creatura figlia di poveracci, che ha bisogno di cure e l’adotta, si batte e si sbatte per ospedali e infine ottiene il premio del perdono da un presidente che su questo terreno è immensamente sensibile.

Sennonché – colpo di scena! – forse non è vero, per dirla senza enfasi. Altrimenti è una truffa della bontà per cancellare i carichi pendenti e continuare a fare la bella vita, forse. O invece no, forse il riscatto c’è stato, e dunque eccoci qua di nuovo, gonfi di ricordi, fra palesi code di paglia e sottilissimi scaricabarili istituzionali, pronti a credere e a non credere, come al solito impantanati nell’inconcluso ad alto tasso di sospetto; per quello che conta a innalzare una lode, mai come in questo tempo, al giornalismo che non si fida, però che fatica, che divertimento e che peso sul cuore!

Nell’ottobre del 2011, poco prima che Berlusconi fosse cacciato con ignominia, e il disastro dello spread procedeva di pari passo alle intercettazioni presidenziali sulla patonza che doveva girare, Nicole Minetti si fece tatuare sul polso un’invocazione, “Kyrie eleison”, che nella liturgia cristiana si traduce “Signore pietà”. Ora, avrà avuto pietà di lei il Signore? Chi crede non ha ragione di dubitarne, nemmeno al ricordo che poco dopo sul medesimo polso Nicole sfoggiò un braccialetto in pizzo tricolore macramè – vai a sapé, ndr – prodotto a sua immagine e somiglianza da uno stilista milanese e da lei medesima indossato in una seratona dal titolo “Minetti Santa Subito”.

Si abbia pietà, date le presenti circostanze, anche per chi alle pieghe più invereconde e rivelatrici dell’età berlusconiana ha dedicato tempo, energia, metodo, scrupolo, passione e disciplina tipo visual study. Senza scomodare le ricorrenze iconologiche di Aby Warburg, quante indimenticabili foto hanno illuminato di Nicole quella allucinatissima stagione: catapultata e fatta eleggere nel listino del cattolicante Formigoni, “il Celeste”, la ex Musa del bunga bunga vi appare tuttora maliziosa, solare, imbronciata, concentrata al Pirellone quando si lamentava con i fotografi perché “mi riprendete sempre il sedere, basta!”, ma anche deliziosamente conigliesca con una t-shirt su cui si leggeva “Sotto sono ancora meglio” – e finora non hai smesso di chiederti se quella ostentata e oltraggiosa visibilità era una fortuna o più probabilmente una disgrazia, quando si seppe che proprio a questa giovane donna in bikini giallo che gestiva la convivenza delle ragazze a via Olgettina – pessima idea, con le loro invidie, le loro buste, le loro inevitabili miserie – insomma proprio a lei la Questura aveva affidata, per somma e solenne volontà del Cavaliere, quell’irresistibile scriteriata di Ruby Rubacuori, la nipotina di Mubarak eccetera.

E poi, e intanto, e per sempre, quante intercettazioni telefoniche d’inaudito e iconico fervore, “amò!”, “amò!” un intero e pesantissimo faldone di brogliacci in puro bungalese; quanti audio disseminati ormai sulla rete e riscappati fuori in questi giorni: voce stridula, accento anglo-riminese, “Love of my life?”, “amica chips”, “ti devo briffare”, “ne vedrai di ogni”, “la sudamerican che viene dalla favelas” – guarda un po’ le combinazioni geografiche e destinali! – e “poi ci sono io che faccio quello che faccio”. Già, ma che cosa?

Complicato dirlo. Spettacolini ispirati a film, “Cats”, “Brazil”, lap dance, lui, “il vecchio”, “il suo culo flaccido”, “facciamo le furbe che qui il tempo stringe”: bagliori di verità. Lui a guardare assiso su una specie di trono dorato, imitazioni di politici e calciatori, gare (!) di burlesque, i costumi li avrebbe procurati nientemeno che il Colonnello Gheddafi, non è chiaro se nel container ci fosse anche l’abito da suora indossato da Minetti, che certo non aiutò i rapporti col mondo cattolico, prima del tracollo definitivo dell’impero berlusconiano, il disastro senza riscatto né ricominciamento.

Quindi l’esilio, il buio e il silenzio interrotto da sporadiche lucette instagrammabili, Perizoma e Dom Perignon, altri amori, Ibiza, un nuovo compagno d’illustre cognome, Punta del Este, gli orfanotrofi di laggiù. La redenzione dei peccati non è tanto roba da giornalisti politici o di costume, specie quando i due comparti sciaguratamente coincidono. Ci si ferma al servizione di “Chi” sulla nuova vita, estate 2024, pochi mesi prima della richiesta di Grazia, una classico di patinata e sperimentata maestria signoriniana, vedi la diva sporcata da risarcire, il ruffiano Tarantini in preghiera sotto l’altare, l’Ape Regina acqua e sapone in gramaglie. Nel caso di Minetti, se il lupo perde il pelo ma non il vizio, l’operazione-riscatto viaggia sulle ali di un’apparente paparazzata, il testo al minimo indispensabile, quattro pagine con bambino, pallone, la spesa, il parco, un adorabile cagnone: vedere per credere.

“Guarderete sì, ma non vedrete” dice il profeta Isaia (6,9). Così si resta sospesi tra scetticismo e speranza che tutto sia sempre possibile. Imperscrutabile è davvero il cuore degli esseri umani. Al dunque non si vede (!) altra via che cercare di indovinare i moti dell’animo, constatare l’incredibile vitalità narrativa della cronaca e della vita, tenere il dubbio al calduccio, kyrie eleison.