Anche l’Italia sarà chiamata a scegliere tra correggere la rotta o farsi travolgere dalla tempesta

Ungheria, l’inizio del crollo del sovranismo lascia le destre davanti a un bivio

(Flavia Perina – lastampa.it) – La coincidenza tra la plateale sconfitta di Viktor Orbán e l’aggressione senza precedenti di Donald Trump al Papa forse è casuale ma risulta altamente simbolica. Il sovranismo populista, che per vent’anni è apparso una forza inarrestabile nelle terre d’Occidente, crolla nella sua più iconica roccaforte per mano del popolo. Nello stesso momento, la cultura Maga che lo ha ispirato, teorizzato, diffuso, perde l’ennesima partita elettorale e scopre il suo vero volto bullizzando milioni di cattolici che hanno creduto al “Dio, Patria e Famiglia” come ricetta politica per il benessere e la stabilità. È il punto di caduta istituzionale e morale di un lungo ciclo storico, aperto nel 2008 dalla crisi finanziaria e dalle prime affermazioni dei partiti euroscettici. Dieci anni fa, nel 2016, quel movimento mise in scacco l’Europa con la Brexit e poi con la nascita di analoghe spinte centrifughe in tutta l’Unione. Ora lo vediamo precipitare a Budapest, sommerso dalla festa di massa sulle rive del Danubio e dalle grida: «Torniamo europei».

La piccolissima Ungheria e la gigantesca, sovrabbondante America hanno a lungo attinto allo stesso racconto, risultato affascinante per milioni di cittadini: l’idea che il ritorno agli Stati nazionali fosse la chiave per proteggersi dai contraccolpi della globalizzazione, unita alla convinzione che una leadership con pieni poteri fosse il modo più efficace di realizzare il mandato popolare. Finché questa narrazione è rimasta teorica ha conquistato consenso e seguaci. Quando si è trasformata in realtà, ha mostrato il suo lato oscuro e terrorizzante. Guerre, crisi energetica ed economica, un’Europa aggredita e paralizzata dai veti senza alcun beneficio per chi li impone, un’America irriconoscibile e da ultimo il blasfemo delirio di onnipotenza di un Presidente che si raffigura come Cristo al capezzale di Lazzaro sullo sfondo apocalittico degli angeli della morte in forma di aerei da bombardamento. Non c’è più Dio al di sopra del capo. Non c’è più patria sicura al di fuori della patria del capo. E la famiglia è in balia di tutto questo, una navicella nella tempesta.

Il voto ungherese ci dice che le opinioni pubbliche mondiali, anche dove sembravano più assuefatte e manipolate, hanno riconosciuto i rischi di questa deriva. Nei diciotto mesi trascorsi dall’insediamento di Donald Trump è successa la stessa cosa a ogni latitudine del mondo. In Canada con l’imprevedibile vittoria del liberale Mark Carney, in Groenlandia col successo dei social-liberali, in Messico con le percentuali stellari riconosciute a Claudia Sheinbaum, in Australia con la riconferma inaspettata dei laburisti di Anthony Albanese, in Romania col successo di Nicusor Dan, l’outsider che si contrapponeva al campione sovranista George Simion. Ovunque leader e partiti amici del presidentissimo americano sono risultati sconfitti, ovunque i cappellini rossi dell’orgoglio Maga sono lentamente scomparsi dalle esibizioni sovraniste man mano che i sondaggi calavano. E ciò accadeva prima del Golfo, prima del blocco di Hormuz, prima del caro benzina e delle minacce di una crisi economica globale: figuriamoci adesso.

Le cifre dell’affluenza elettorale degli ungheresi, quell’incredibile 77 per cento alle urne, insieme con la conquista di due terzi dei seggi da parte di Péter Magyar, raccontano bene con quale forza è stato espresso il rifiuto del trumpismo e l’adesione a una diversa prospettiva.

Il tramonto del sovranismo populista propone un gigantesco “che fare?” a tutte le destre europee, a cominciare da quella italiana che deve coltivare le relazioni con l’America per dovere di governo ma si avvia anche verso elezioni politiche dove il fattore Trump avrà un peso. La sua fortuna, rispetto ad altri movimenti che hanno avuto come faro l’esperienza Maga fin dalla nascita, sono radici diverse e più antiche delle semplificazioni nazionaliste: una lontana storia in cui gridò nei cortei lo slogan “Europa Nazione”. Potrebbe essere riscoperta? Potrebbe alimentare un nuovo tipo di sovranismo, un sovranismo europeo che restituisca senso anche al termine Occidente?

Finora la riflessione è stata evitata. I conservatori italiani faticano a prendere atto di ciò che sta accadendo nella “pancia” dei popoli dell’Unione: ancora a gennaio la premier accettava di partecipare al famoso video propagandistico pro-Orbán. Ancora una settimana fa Matteo Salvini indicava Orbán come l’ospite d’onore del raduno milanese per la remigrazione in programma sabato prossimo. E anche ieri, dopo il voto di Budapest, la maggioranza ha scelto la via della minimizzazione: per i risultati ungheresi («una sconfitta fisiologica») e per l’offensiva di Trump contro il Papa, commentata da Meloni solo a sera, dopo molte ore di interrogativi sulla posizione di Palazzo Chigi.

Aspettare che la burrasca passi, tuttavia, non sembra una buona ricetta. Anche perché la burrasca non passa, anzi ogni giorno peggiora, e prima o poi bisognerà scegliere se cambiare rotta o rischiare di esserne travolti.