
(di Michele Serra – repubblica.it) – Si aspettava da tempo che accadesse, finalmente è accaduto: l’esponente più importante del cristianesimo mondiale, l’americano Prevost, vescovo di Roma e capo della Chiesa cattolica, eletto papa quasi un anno fa con il nome di Leone XIV, ha fatto presente a Trump che fare la guerra nel nome di Dio è blasfemo. Una bestemmia.
La risposta di Trump è stata violenta e puerile, e soprattutto, come tutte le parole di Trump, non nel merito della questione. Non la capisce, non la conosce, non ha i mezzi intellettuali per cogliere il senso delle parole del Papa — come delle parole di chiunque non sia lui stesso, o un suo servo. Scontato che il Papa abbia aggiunto, subito dopo, che non intende «aprire una discussione con Trump»: discutere con Trump della sostanza del cristianesimo sarebbe come discutere di etica con Fabrizio Corona. O di democrazia con Vannacci. Missione impossibile. Ciò che interessa (anche i non credenti) è piuttosto capire se e quanto l’ostilità quasi ovvia del Papa all’uso tribale della religione possa ripercuotersi nell’opinione pubblica americana. Impossibile fare affidamento sui pastori evangelici invasati che vedono in Trump una specie di nuovo Cristo. Ma non solo i cattolici americani, anche i tanti protestanti di multiforme confessione, non possono non essere turbati dallo scontro inconciliabile tra la voce del Vangelo e la voce delle bombe.