(Bruno Gravagnuolo – lafionda.org) – Tutti lo dicono, tutti lo vogliono. A conti fatti, però, è complicato. Lo sanno anche i fan più accesi, come Baltici e Polonia. Intanto ci sono in lista Serbia, Macedonia e Albania, piazzate prima. Austria, Grecia, Ungheria e pure Italia non paiono convinte. Anzi. Magyar parla apertamente dei diritti ungheresi violati in Ucraina. Come Orbán.

Per non dire del gas russo che Budapest vuole. Poi Kiev è ultraindebitata e assistita, ed è tra i Paesi più corrotti. Infine, l’ingresso a pieno titolo comporterebbe un riflesso non da poco: Ue in guerra con la Russia, di nome e di fatto. Altro che peace keeping, a quel punto!

Non solo. Diventeremmo tutti potenziali obiettivi di guerra. E dunque, a norma dell’articolo 42, paragrafo 7, del Trattato di Lisbona del 2009, stante l’invasione – al di là di cause e antecedenti – saremmo tenuti alla guerra accanto a Kiev.

Poi certo, dentro quell’articolo 42 ci sono varie esimenti per ciascun Paese, per entrarci davvero in guerra e a seconda della sua Costituzione. In pratica, per una missione comune ci vuole un voto unanime.

E tuttavia ogni Paese, in caso di aggressione subita da uno dei membri, deve comunque dare un contributo attivo. Lo sa questo Bersani, ad esempio, che caldeggia l’ingresso di Kiev con le regole attuali? Qui il punto non è affatto solo questo!

Il tema, infatti, è la guerra in corso, che in un modo o nell’altro trascinerebbe l’Europa in guerra, in tutto o in parte; e se solo in parte, la dividerebbe e la sfascerebbe.

Del resto, a parte gli aiuti creditizi a Kiev, pari a 90 miliardi, di cui 60 in difesa attiva, lo stesso meccanismo SAFE da 150 miliardi, interno al Rearm Readiness di von der Leyen, prevede accesso comune ai bandi in armamenti per Paesi Ue e Ucraina. Cooperazione e joint venture. Formazione militare. Fabbriche miste con partner diversi.

Già Kiev, come membro dalle potenzialità rafforzate della NATO, è dentro la gamba europea dell’Alleanza fin dal 2019: comandi e codici integrati, presenza nel Consiglio NATO senza diritto di voto, manovre militari congiunte, diritto di chiedere intervento militare.

E già ora sappiamo che Kiev è parte del complesso militare-industriale europeo, ormai operativo. Con l’Ucraina come officina bellica sul campo: missili e droni. Nonché luogo di investimenti economici sul demanio, ormai privatizzato per 30 milioni di ettari e in mano a otto grandi aziende multinazionali, mentre altri 10 milioni di ettari ancora vincolati stanno per essere sciolti da legami pubblici e saranno rivendibili.

Insomma, l’Europa sta integrando economicamente e militarmente il Paese. Lo sta inglobando. Per questo, da un lato, lo considera suo territorio, nel mentre però vorrebbe fare da garante terzo, non essendolo.

Talché l’ingresso nell’Ue di Kiev, per un verso, è ormai fisiologico. Lo è divenuto e spiega anche la guerra, almeno in parte. Per altro verso, tale ingresso non è indolore, debito a parte, corruzione interna e dumping salariale per chi vi investe.

Non è indolore perché, se la guerra continua e non si tratta con la Russia sulla base di garanzie reciproche, ma si potenzia il riarmo euro-ucraino, l’Europa intera resterà allora in guerra permanente.

Il che potenzia già oggi l’economia keynesiana riarmista dell’eurocapitalismo. Rafforza le lobby euro-americane dell’energia, in virtù delle sanzioni. E fa un enorme favore agli Usa di Trump e del post-Trump, sgravandoli della spesa militare in Europa, con quest’ultima lasciata a fare da sentinella armata a est.

Tempesta imperiale e sinergie capitalistiche perfette. Con un preciso conglomerato di interessi.

Ma tutto questo Elly non lo sa.