Dopo aver automatizzato missili, droni e sorveglianza, Washington sta tentando qualcosa di ancora più radicale: automatizzare la resilienza mentale

(Marco Antonellis – lespresso.it) – Per decenni gli strateghi militari americani hanno cercato di costruire il soldato perfetto: più resistente, più lucido, più freddo. Hanno potenziato muscoli, sensori, droni, esoscheletri, intelligenza artificiale. Ma c’era un nemico impossibile da sconfiggere: il sonno. Perché anche il miglior soldato del mondo, dopo ore di combattimento, resta prigioniero della biologia. Il cervello umano ha bisogno di fermarsi, recuperare, metabolizzare lo stress. E in guerra il tempo per dormire semplicemente non esiste.
È qui che entra in scena DARPA, la leggendaria agenzia del Pentagono che ha già partorito Internet, tecnologie stealth e sistemi d’intelligence avanzata. Stavolta però l’obiettivo è ancora più ambizioso: hackerare direttamente la mente umana. Il progetto si chiama NEUSLeeP. Dietro il nome tecnico si nasconde qualcosa che sembra uscito da un romanzo cyberpunk: un cerotto trasparente applicato sulla tempia capace di intervenire durante il sonno attraverso ultrasuoni focalizzati. Apparentemente innocuo. In realtà, un dispositivo progettato per riscrivere il modo in cui il cervello elabora paura, trauma e stress.
All’interno del patch ci sono minuscoli sensori EEG che monitorano continuamente l’attività cerebrale. Il sistema capisce esattamente quando il cervello entra nella fase REM, quella più importante per la stabilità psicologica. È durante il REM che la mente “archivia” i ricordi, scarica tensione, rielabora eventi traumatici. Ma un soldato sottoposto a stress estremo spesso perde proprio quella fase di recupero profondo. Il risultato è devastante: panico, errori operativi, crolli emotivi, disturbo post traumatico. Ed è qui che DARPA vuole intervenire.
Quando il dispositivo rileva il momento giusto, attiva ultrasuoni mirati a 100 Hz diretti verso il nucleo subtalamico, una minuscola area del cervello che agisce come una sorta di freno neurologico. Gli ultrasuoni abbassano delicatamente questa barriera naturale e permettono al cervello di prolungare autonomamente il REM. Secondo i test preliminari, il tempo trascorso in sonno REM aumenta del 4-5%. Per la medicina del sonno è un’enormità. Per il Pentagono, invece, significa qualcosa di molto più concreto: creare operatori capaci di recuperare in poche ore ciò che normalmente richiederebbe giorni.
Ma il punto centrale del progetto non è il riposo. È il controllo emotivo. Le risonanze magnetiche effettuate durante gli esperimenti avrebbero mostrato un impatto diretto sull’amigdala, la regione cerebrale che governa paura, ansia e reazioni istintive alla minaccia.
Tradotto dal linguaggio scientifico: il cerotto aiuterebbe il cervello a “smaltire” il trauma in modalità accelerata. Il soldato combatte all’inferno di giorno. Di notte il dispositivo ripulisce parte del carico emotivo. Al mattino torna operativo: meno paura, meno panico, meno esitazione. Il sogno del Pentagono non è più fantascienza. È costruire uomini capaci di funzionare quasi come macchine biologiche: dormire poche ore, recuperare rapidamente e restare lucidi sotto stress estremo. Una guerra senza cedimenti psicologici.
Naturalmente DARPA nei comunicati ufficiali parla di “supporto cognitivo” e “ottimizzazione del recupero neurologico”. Ma dietro la retorica scientifica emergono interrogativi inquietanti. Cosa accade dopo centinaia di notti di stimolazione cerebrale artificiale? Quali effetti permanenti potrebbe avere la manipolazione continua del sonno REM? E soprattutto: fino a che punto è possibile alterare le emozioni umane senza modificare la personalità stessa dell’individuo?
C’è poi un problema tecnico enorme. Il sistema è stato testato in laboratorio, in condizioni perfette. Ma sul campo di battaglia ogni cervello è diverso. Lo spessore dell’osso temporale varia da persona a persona. E un ultrasuono fuori bersaglio potrebbe produrre effetti imprevedibili.
Ma nella nuova corsa militare globale il fattore umano è ormai considerato l’ultimo limite da abbattere. Dopo aver automatizzato missili, droni e sorveglianza, Washington sta tentando qualcosa di ancora più radicale: automatizzare la resilienza mentale. Perché il vero soldato del futuro, secondo il Pentagono, non sarà quello che non ha paura. Sarà quello che dimentica la paura abbastanza in fretta da tornare immediatamente operativo.
E dopo?
Guardo spesso dei video che contengono attività delle forze dell’ordine Usa. Ci sono cose agghiaccianti.
Ultimamente me ne sono capitati due sul tema: il primo aveva come protagonista un signore ultra settantenne, barbuto, abbigliamento tipico, pick up, fermo alla pompa di benzina. Breve dialogo con la polizia, fuga. Rimasto imbottigliato in un giardino spara un qualcosa che somiglia ad un razzo e viene ucciso: sopravvissuto al Vietnam, questo vecchio reduce affetto da stress post traumatico ha finito i suoi giorni così; nel secondo il protagonista era un ragazzo con alle spalle sei missioni all’ estero tra Iraq e Afghanistan: si aggirava come uno zombi nell’ ordinatissimo quartiere di casette di legno e cartongesso con un fucile a pompa in mano. È stato colpito ma è sopravvissuto.
Risparmio altri racconti. Questi sono alcuni eroi.
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