
(di Marcello Veneziani) – No, non è solo questione di referendum perduto, di epurazioni e di scossa. Qualcosa sta cambiando in profondità nello scenario politico e dobbiamo rendercene conto. Negli ultimi dieci anni soffiava un vento in Italia e in Occidente che si poteva riassumere in tre parole chiave: populismo, sovranismo, conservatorismo. Nascevano in opposizione al predominio delle oligarchie, al destino della globalizzazione e all’egemonia dell’ideologia progressista woke. Avevano portato e poi riportato Donald Trump alla Casa Bianca, avevano fatto crescere in Europa i movimenti nazional-popolari e identitari, avevano premiato in Italia prima i 5Stelle e la Lega poi Fratelli d’Italia. Si opponevano alla sinistra, alla tecnocrazia, alla grande finanza e a quell’agglomerato di poteri che abbiamo chiamato qualche anno fa la Cappa. Dopo la fermentazione movimentista, la sua sedimentazione era un tipo di conservatorismo, proteso a mettere in salvo la civiltà in pericolo, la tradizione religiosa e civile, l’amor patrio e la famiglia naturale, frenando flussi migratori e stravolgimenti tecno-progressisti. Avanzava col favore dei popoli, o quantomeno con un largo consenso, anche se strada facendo doveva vedersela con la tentazione alla ritirata, all’astensionismo, alla disaffezione politica per crescente delusione di aspettative. Poi qualcosa è successo, e il fenomeno più importante ha riguardato il paese più importante in gioco: il ritorno di Trump alla Casa Bianca ha innestato dopo pochi mesi una clamorosa retromarcia nelle aspettative.
Cos’è successo? Il neopresidente, benché umanamente sgradevole e spaccone, aveva acceso da outsider alcune aspettative importanti, non solo in America: la cessazione dei conflitti a partire dalla guerra in Ucraina, con la ripresa di un rapporto normale con la Russia; la ritirata degli Stati Uniti dal ruolo di gendarme mondiale che negli ultimi anni ha fatto più danni che rimedi; la controffensiva conservatrice per togliere l’egemonia sottoculturale al dominio woke ormai insopportabile; la nascita su queste basi di una specie di alleanza, di cartello internazionale di un sano conservatorismo popolare e sovranista che avrebbe anche avuto il suo peso sugli assetti dell’Unione europea. Tutto questo è stato bruciato nel giro di un anno o poco più dagli sconsiderati atteggiamenti di Trump e dalle nefaste influenze subite in forme di pressioni e forse di ricatti. Le guerre si sono moltiplicate, si è riaperto e aggravato il fronte caldo del Medio Oriente, Israele ha fato da battistrada, Trump ha preteso di essere il Re del Mondo che distribuisce ruoli, dazi, parti e spazi geografici, toglie e assegna sovranità, decide su ogni pezzo di terra, dal Venezuela all’Iran, dalla Groenlandia ai canali di navigazione. Impone il diritto della forza e il primato assoluto della sua volontà su ogni altra considerazione. Parallelamente, quel mondo che pareva in espansione irresistibile ha avuto in Europa e non solo alcune battute d’arresto significative; in Francia che era stata un po’ l’avanguardia col fenomeno Marine Le Pen, da tempo si assiste a un annacquamento del suo messaggio in vista di un accorpamento con la destra insider di tipo gollista e moderato. Anche in Italia la Meloni al governo è stata profondamente diversa dalla Meloni all’opposizione, come c’era da aspettarsi; ha mantenuto nei comizi lo stesso lessico grintoso ma a livello di governo ha scelto una linea di moderazione, prudenza e compromesso. Questo ha determinato un’emorragia di consensi sul versante destro, con la nascita dell’incognita Vannacci; ma resa più cospicua dagli effetti dell’apparentamento, subito più che voluto, con la destra bellicista di Trump e di di Netaniahu.
Il risultato di questi sommovimenti e di queste scelte strategiche è stata la messa in crisi delle sovranità nazionali e popolari, col relativo consenso, del gergo populista, e della prospettiva conservatrice. Un libro di autori vari, come Conservatorismo nel terzo millennio (ed. Unint, a cura di Danilo Breschi) rischia così di essere superato dall’implosione rapida dell’espressione conservatore, emersa con difficoltà in un lungo cammino di anni, appena riabilitata e già sul punto di cadere.
Allora, a questo punto, che scenario si apre? Chi ha il controllo della situazione, che tendenze e controtendenze emergono nel quadro politico civile internazionale? Chi detiene, per usare un’abusata definizione, l’egemonia culturale? Da tempo scrivo che l’egemonia oggi è piuttosto anticulturale (ora lo scrivono anche libri che riprendono l’espressione di egemonia contro la cultura). Di che si tratta? Non avendo spiccato il volo la cultura identitaria, conservatrice, nazionale e popolare, restiamo in balia di due dominazioni prevalenti. L’egemonia culturale è finita come cultura ma esiste ancora come egemonia; ma non è un’egemonia attinente alla politica, riguarda semmai quel gorgo epocale chiamato mainstream. Anzi, a ben vedere, i flussi malmostosi dell’egemonia sono di due tipi, ed entrambi subculturali se non anticulturali: una è l’egemonia dell’ignoranza spensierata, quella che aderisce interamente al vuoto universo riempito di chiacchiere, social e intrattenimento, più tecnologia; fondata sul desiderio di non sapere, di sottrarsi, di distrarsi. Un quadro occidentale, non solo locale, che è descritto malamente in un recente saggio di Mark Lilla, studioso americano della Columbia University, L’estasi dell’ignoranza, edito in Italia dalla Luiss. È un’egemonia apolitica e anticulturale, ricreativa e commerciale, anche se ebbe qualche ricaduta politica al tempo del berlusconismo (e in parte al tempo dell’era democristiana).
L’altra egemonia subculturale, se non anticulturale, è quella persistente, residuale, ideologica, del canone woke, tardo progressista, fondata su due verbi: correggere e cancellare, da cui il politically correct e la cancel culture.
Un’egemonia fondata sullo spartiacque etico tra bene e male, tra progresso e reazione, e sulla conseguente censura e indignazione verso tutto ciò che si ribella allo schema manicheo e non si subordina al catechismo woke.
È quel che resta della vecchia egemonia culturale di tipo gramsciano, o se preferite della sinistra. La esercita una specie di Funzionario Collettivo, che è l’erede saccente dell’Intellettuale Collettivo; un tempo si identificava in un partito, oggi è un agglomerato di piccole sette, ciascuna dominante in alcuni specifici ambiti culturali (cinema, teatro, arte, comunicazione, ecc.) o nelle scuole e nelle università. Si tratta, lo ripeto, di due egemonie contro la cultura, che convivono perché agiscono su piani diversi. Ma hanno preso il posto di una vera egemonia culturale.
Non producono idee, ma solo influencer, tendenze, pressioni, censure e conformismi. Come si traduce questo quadro sul piano politico? In una politica interamente assorbita dal presente, dipendente dai sondaggi, dalle tecniche di sopravvivenza e dalle tattiche di aggregazione. Al futuro ci pensa l’intelligenza artificiale…A meno che avvenga qualcosa di nuovo e di imprevisto che per ora non s’intravede.
Il Global Times, un organo di informazione ufficiale cinese, ha pubblicato oggi un editoriale in cui sostiene che la NATO sta attraversando un collasso strutturale, non a causa di shock esterni come le minacce di Donald Trump di ritirare gli Stati Uniti, ma per la sua scollatura dalla realtà geopolitica(e dalla realtà tout court).
Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991, la NATO ha perso la sua ragione d’essere e ha perseguito un’aggressiva espansione verso est, inventando continuamente nuove minacce per giustificare la propria esistenza. Ciò ha incluso tentativi di estendere il suo raggio d’azione nell’Asia-Pacifico e di creare una “NATO economica” rivolta contro la Cina. I recenti rifiuti da parte di governi europei di sostenere alcune azioni statunitensi riflettono priorità domestiche in mutamento e un’erosione della coesione dell’alleanza. L’articolo evidenzia anche i pesanti fardelli degli USA, con un debito federale enorme, con guerre fallite e stanchezza interna, il che rende sempre più insostenibile il mantenimento della leadership globale. L’OpEd conclude che i problemi della NATO derivano da contraddizioni interne che si accumulano da anni e dal rifiuto dell’Occidente di adattarsi a un ordine mondiale in trasformazione, rendendo il suo declino inevitabile. https://www.globaltimes.cn/page/202604/1358156.shtml
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Il tradimento di Trump. Voleva porre fine alle infinite guerre degli Stati Uniti, voleva essere un presidente di pace, ma la campagna elettorale è finita da un pezzo e il 47° Presidente degli Stati Uniti si è rivelato essere il sogno bagnato dei falchi neoconservatori. Poco più di un anno fa, Donald Trump ha iniziato il suo secondo mandato. All’epoca, probabilmente la maggior parte delle persone presumeva che fosse più stanco della guerra rispetto alla sua avversaria, Kamala Harris. Dopotutto, durante la campagna elettorale aveva ripetutamente sottolineato che avrebbe posto fine al perenne interventismo degli Stati Uniti. Persino i primi mesi furono in qualche modo caratterizzati dalla sua intenzione di presentarsi come un presidente di pace. Dopotutto, il Premio Nobel per la Pace era ancora alla sua portata. Oggi, di tutto ciò non rimane quasi più nulla. Gli attacchi all’Iran non lasciano spazio a dubbi. Chi gli credeva allora potrebbe ora sentirsi impotente di fronte alla consapevolezza che persino chi predica l’esatto contrario, quando necessario, inizierà e continuerà guerre.
1a bomba ha ucciso 165 studentesse, la 2a le ambulanze e i genitori accorsi sul posto per soccorrere i feriti e cercare i sopravvissuti.Saranno sufficienti i bombardamenti lanciati negli ultimi due giorni contro Teheran, una città di 8-10 milioni di abitanti, contro i suoi depositi di carburante che avvolgono la città in fumo tossico e fanno piovere petrolio dal cielo, contro un impianto di desalinizzazione che fornisce acqua potabile a innumerevoli civili (…)?
Nelle elezioni presidenziali del 2024, solo uno dei due principali candidati espresse una posizione contro la guerra: Donald Trump.
Alcune delle sue dichiarazioni dell’epoca sono le seguenti:
“Io non inizierò guerre, io le porrò fine.””Metteremo fine a queste guerre senza fine.””Cambieremo per sempre il corso degli eventi riguardo a quei giorni folli e stupidi di guerre senza fine. Non sono mai finite.””Eliminerò i guerrafondai dal nostro apparato di sicurezza nazionale (…) e metterò fine al profitto derivante dalla guerra.””Lui (il suo predecessore) ha mandato il nostro sangue e le nostre ricchezze a sostegno del cambio di regime — in Iraq, in Libia, in Siria e in ogni altra catastrofe globale per mezzo secolo.””Riteniamo che il ruolo delle forze armate statunitensi non sia quello di intraprendere guerre infinite e insensate per il cambio di regime in giro per il mondo. Il ruolo delle forze armate statunitensi è quello di proteggere l’America da attacchi e invasioni qui in patria.””Queste guerre infinite continuano senza sosta, e ovunque vengono uccise persone e spesi miliardi e miliardi.””Bisogna impegnarsi a fondo per smantellare l’intero establishment neoconservatore globalista che ci trascina costantemente in guerre senza fine fingendo di combattere per la libertà e la democrazia all’estero. (…) Non saremmo mai dovuti andare in Medio Oriente. Sotto la mia guida, invertiremo per sempre la rotta rispetto a questi giorni folli e insensati di guerre senza fine. (…) Guerre stupide, insensate e senza fine...”
E non ha iniziato a dire cose del genere solo nel 2024.
Nel 2019, ha affermato: “Lindsey Graham vorrebbe rimanere in Medio Oriente per i prossimi mille anni, con migliaia di soldati a combattere le guerre di altri. Io voglio andarmene dal Medio Oriente”. Nel 2011: “Gli Stati Uniti hanno sprecato duemila miliardi di dollari e migliaia di vite in Iraq. Ora stiamo bombardando la Libia e aiutando i ribelli lì. Cosa stiamo facendo?”. E a metà degli anni 2000: “Non avremmo mai dovuto essere lì (in Iraq)”. Nel 2013: “Gli Stati Uniti dovrebbero stare fuori dalla Siria”. Trump ha concluso la sua campagna elettorale del 2024 affermando nel suo discorso di vittoria: “Non inizierò guerre, porrò fine alle guerre”.
Cosa deve succedere perché qualcuno dica: “Al diavolo le conseguenze. Ne ho abbastanza!”? Il doppio attentato a una scuola elementare femminile (non) è stato sufficiente? La prima bomba ha ucciso 165 studentesse, la seconda le ambulanze e i genitori accorsi sul posto per soccorrere i feriti e cercare i sopravvissuti.
Saranno sufficienti i bombardamenti lanciati negli ultimi due giorni contro Teheran, una città di 8-10 milioni di abitanti, contro i suoi depositi di carburante che avvolgono la città in fumo tossico e fanno piovere petrolio dal cielo, contro un impianto di desalinizzazione che fornisce acqua potabile a innumerevoli civili (…)? Diremo “no” quando il presidente Trump, nella disperazione di perdere la guerra, userà armi nucleari?
C’è qualcosa nelle azioni o nei tratti caratteriali del presidente che ci dia la certezza che non userà armi nucleari? Le spiegazioni bizzarre, crudeli, infantili e folli che provengono dalla Casa Bianca offrono ben poche rassicurazioni.
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