Sempre dalla parte del potere, Cassese è il vero garante del governo

Il costituzionalista ha legittimato tutte le scelte del governo e continua a offrire consigli a ritmo serrato

(GIULIA MERLO – editorialedomani.it) – La parola preferita di Sabino Cassese è equilibrio: tra poteri dello stato, dentro le istituzioni e nel panorama politico. Meglio ancora se questo equilibrio è in grado di garantirlo lui. E lui – da riserva della repubblica quale viene considerato – lo fa al ritmo martellante di due editoriali a settimana dalle pagine del Corriere della Sera, Sole 24 Ore e Foglio.

Costituzionalista, già ministro e giudice della Corte costituzionale (otre a un elenco di altri incarichi ricoperti) e una parete di saggi pubblicati, a 87 anni compiuti Cassese è tra gli ultimi rappresentanti di quella genìa di garanti della continuità dell’apparato statale.

Equilibrio, infatti, significa continuità: i governi possono cambiare anche con strappi violenti perché queste sono le regole della democrazia, ma sono appunto transeunti. La macchina statale, invece, deve essere capace di prenderne le forme ma senza perdere i suoi connotati neutri, bilanciata tra equilibri interni ed esterni: solo così tutto si regge insieme.

Qualche volta, però, non è solo la burocrazia ministeriale ad aver bisogno del suo nume tutelare, ma anche il governo di turno. E Cassese è sempre stato pronto a svolgere entrambi i ruoli: garante del deep state, con una lista incompilabile di allievi che gestiscono e hanno gestito le poltrone più delicate dentro gli apparanti, ma anche uomo che sussurra ai presidenti del Consiglio e a questa in particolare. Da interprete autentico della linea dell’esecutivo di Mario Draghi, Cassese ha subito trovato nel suo armamentario istituzionale le prospettive più affini al nuovo governo.

DOVE SOFFIA IL VENTO

Eppure all’inizio tra Giorgia Meloni e Sabino Cassese non è scorso un feeling particolare, sebbene i suoi giudizi pubblici su di lei siano sempre stati più che positivi.

È da «trenta e lode», ha detto in una intervista a inizio legislatura. Lei, infatti, non è politica dalla confidenza facile e, diversamente dal leader leghista Matteo Salvini, non ha mai considerato il suo un nome d’area. Era stato infatti Salvini, in un incontro notturno subito svelato dai giornali, a lanciare la sua candidatura al Quirinale come successore di Sergio Mattarella durante i primi giorni di impasse.

Mossa interessante ma maldestra, che subito Meloni aveva allontanato. Pur sensibile al fascino dei poteri neutri come utile fonte di legittimazione, la futura premier aveva preferito puntare su Carlo Nordio perché – come spiegava ai suoi all’epoca – «il centrodestra è maggioranza e deve prima misurarsi su un suo candidato d’area, altrimenti sembra una resa istituzionale».

Eppure, da abile annusatore del vento politico, Cassese aveva iniziato la sua rotta di avvicinamento già nel dicembre 2021. Applauditissimo ospite all’edizione invernare post Covid di Atreju, la festa di Fratelli d’Italia, proprio in quella sede Cassese aveva sottoscritto la proposta presidenzialista del futuro partito di maggioranza relativa.

Oggi, a sei mesi dall’insediamento del primo esecutivo Meloni, Cassese ne è il cantore istituzionale: alterna qualche benevolo buffetto a molte carezze, instancabilmente ne riporta le asperità nei binari di una narrazione istituzionale, silenziosamente lo legittima ma allo stesso tempo si adopera per modellarne gli orientamenti.

Da ultimo, prendendo il timone del passaggio più delicato della riforma istituzionale dell’autonomia con un ruolo di presidente del Clep, il Comitato di 61 esperti per l’individuazione dei Livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali. Inizialmente il costituzionalista era scettico rispetto alla riforma delle autonomie targata Lega, lentamente i suoi giudizi si sono fatti meno severi.

A maggior ragione ora che, per dirla con il ministro degli Affari regionali Roberto Calderoli, Cassese è «sapiente guida» e «capitano di questa avventura». E pazienza se la nomina voluta da Calderoli ha bruciato sul tempo la collega per le Riforme, Elisabetta Casellati: lei sarebbe comunque pronta ad affidargli anche la guida del tavolo di esperti sul presidenzialismo. E sul fatto che Cassese guiderà non c’è da dubitare.

FASCISMO E UE

Il primo passo del costituzionalista è stato quello di allontanare, già in campagna elettorale, il pericolo che da quelli che sarebbero diventati i partiti d’opposizione veniva più spesso sollevato. Rischio fascismo? «Più che le storie pregresse, credo sia importante che gli italiani riflettano sui programmi», rispondeva Cassese.

E anche dopo il voto è tornato a ribadirlo, invitando gli avversari a «liberarsi del punto di vista fascismo-antifascismo, giudicando il governo per ciò che propone e quello che fa», perché la forza della democrazia è di «aver abituato anche quelli che hanno le loro antiche radici in un regime autoritario».

Pazienza se il governo Meloni nel corso di questi mesi ha dimostrato come per lo meno il concetto di antifascismo non sia stato completamente interiorizzato, tra uscite nostalgiche e reticenze: i governi galleggiano sulla superficie, dietro le porte lavorano i mandarini di Stato. E tra quelli all’opera del governo Meloni molti vengono dalla scuderia degli allievi della scuola Cassese, interpreti del verbo che il costituzionalista piega sulle pagine del Corsera: «una classe dirigente neutrale» che non deve «frenare o sabotare» il governo ma tradurne gli obiettivi in provvedimenti.

Sempre Cassese è stato tra i primi a minimizzare anche i limiti del governo sullo scenario europeo, già al primo discorso da premier di Meloni, in cui ha rinvenuto un «solido orizzonte ideale, una robusta collocazione internazionale e una lunga durata. L’orizzonte ideale è quello della Costituzione. Quanto alla collocazione internazionale, mi sembra che sia stata chiara l’adesione all’Unione europea e all’Alleanza atlantica». E tanto basti ad allontanare qualsiasi rischio, a partire dai rapporti con i paesi del blocco di Visegrád.

PRESIDENZIALISMO

Il vero punto di contatto tra Meloni e Cassese, però, si chiama presidenzialismo. O meglio, la versione che il costituzionalista da sempre sostiene e per cui si è prestato come testimonial, il semi-presidenzialismo alla francese.

Cassese ha sempre ripetuto il conto dei 67 governi in 75 anni di storia repubblicana e non ha mai nascosto la sua invidia per i paesi dal premierato forte. Non si contano le sue interviste da inizio legislatura, che hanno seguito una parabola di avvicinamento lenta ma costante. Prima delle elezioni invitava a riflettere, ma ricordando che «la Costituzione si cambia solo con cautela» e che va gestito il «timore per il tiranno».

A voto concluso, ha definito il presidenzialismo lo strumento per «consolidare i governi» e una riforma simile per comuni e regioni ha dato risultati positivi. Da mesi invece ha iniziato a proporre: «La premier stabilizzi l’esecutivo senza toccare il Quirinale», in modo che la presidenza della repubblica «rimanga garante». Di certo, però, ha allontanato ogni paura di toccare la Carta, «basta farlo nel rispetto delle norme».

Senza scassare il sistema quindi, ma secondo la dottrina Cassese: con equilibrio e continuità. Proprio il Quirinale – simbolo massimo di equilibrio nel rapporto tra poteri dello stato – rischia di essere in vero nodo. Cassese, che al colle più alto ha apertamente aspirato, è cosciente del fatto che con questo governo Sergio Mattarella ha allargato il soffietto dei poteri «a fisarmonica» del suo ufficio.

Nel suo costante sforzo di rimettere in equilibrio i poteri dello Stato non gli è sfuggito come il Colle stia interpretando proprio un ruolo e a gennaio scriveva «se le forze poltiche non imponessero sul Quirinale la gravosa incombenza di prestare attenzione alla stabilità del governo», il presidente «avrebbe molto da fare e non finirebbe per interferire con le decisioni politiche». Tradotto dal cassesiano: in questo panorama politico, Mattarella rischia di diventare l’unico vero capo dell’opposizione al governo.

La vera arte di Cassese però non è suggerire, ma interpretare. Nell’attuale distribuzione delle parti agli ultimi grandi vecchi della repubblica, per se stesso si è ritagliato quella di presidente ombra. Parafrasando un adagio: Mattarella guardi alle opposizioni, che alla maggioranza ci penso io. Anche questo, nell’affresco delle istituzioni secondo Cassese, è equilibrio.

7 replies

  1. secondo l’autrice dell’articolo Ca33ese può essere considerato come un moderno Eunuco di Costantinopoli,
    le physique du rôle ce l’ha

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    • Perché Conte non era il Potere.
      A Cassese piace il Potere vero, quello che non ha necessariamente legittimazione democratica.
      Se a volte coincide meglio.
      Ma con Conte e i 5stelle non solo non coincideva ma anzi ne era avverso.
      Quindi impallinare Conte era facile e coerente con la funzione cassesiana.

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  2. Il patrimonio clientelare è saldamente in mano ai vecchi, basta guardare a cosa hanno candidato i partiti con la riduzione dei parlamentari: principalmente vecchi detentori di pacchetti, oltre a simboli farlocchi e parenti.

    Idem nei media: “il celeste”, appena riabilitato, già ospite in TV di due giovani conduttori, ma evidentemente entrambi con le idee già ben chiare.

    Ecco cosa è peggio: i giovani che si prostrano a questa logica, assecondandola.

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  3. Ca………..eeeee…… una RIPASSATINA NON LE FAREBBE MALE:

    Ecco alcuni tra i più significativi passi del discorso con cui Umberto Terracini. Presidente dell’Assemblea Costituente, annunciava il 22 dicembre 1947, l’approvazione del testo definitivo della Costituzione.

    … Si è parlato di lavoro instancabile. Ed è vero: ne fanno prova le 347 sedute a cui ci convocammo, le centinaia di eccezioni, di cui 170 esclusivamente costituzionali, e le centinaia di emendamenti che furono presentati sui 140 articoli del progetto di Costituzione, dei quali 292 approvati, 314 respinti, 1057 ritirati od assorbiti, i 1090 interventi in discussione da parte di 275 oratori; i 44 appelli nominali ed i 109 scrutini segreti; i 40 ordini del giorno votati; gli 828 schemi di provvedimenti legislativi trasmessi dal Governo all’esame delle Commissioni permanenti e i 61 disegni di legge deferiti all’Assemblea; le 23 mozioni presentate, delle quali 7 svolte; le 166 interpellanze, di cui 22 discusse; le 1400 interrogazioni, 492 delle quali trattate in seduta, più le 2161 con domanda di risposta scritta, che furono soddisfatte per oltre tre quarti dai rispettivi dicasteri.
    Lavoro instancabile; sta bene. Ma anche lavoro completo? Alla stregua del mandato conferitoci dalla nostra legge istitutiva, sì.

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