Il ministro Valditara come Aladino: strofina la lampada e spunta un tutor!

(Alex Corlazzoli – ilfattoquotidiano.it) – Basta strofinare un po’ sulla lampada magica del ministro dell’Istruzione e del Merito e un tutor magicamente esce. In queste ore il professore di diritto romano, che ha scambiato per un lapsus l’umiltà con l’umiliazione (cosa che non sarebbe accaduta se in viale Trastevere al posto di un accademico ci fosse, ad esempio, il pedagogista Daniele Novara – cito uno per tanti), ha tirato fuori dal cilindro la figura del tutor per ogni classe per i ragazzi in difficoltà.

In queste settimana il ministro ha già creato un tutor per l’orientamento, uno per l’alternanza scuola lavoro e ora arriva anche questo. Nelle prossime settimane, probabilmente, arriverà anche un tutor per l’intervallo; uno per le gite; uno per i collaboratori scolastici. Non potrà certo mancare un tutor per quando si esce nel giardino della scuola o un tutor per i rapporti con i genitori. E poi un tutor per le mense scolastiche ci dev’essere così come Giuseppe Valditara non può non aver già pensato a un tutor per i ragazzi che abitano a più di otto chilometri dalla scuola o per quelli che arrivano in ritardo più di tre minuti per cinque volte consecutive.

Ora il problema evidentemente è un altro: non si vuole realmente affrontare la questione dei ragazzi in difficoltà nel nostro Paese e si fa propaganda. E’ da sempre così: la politica distrae l’opinione pubblica alimentando discussioni infinite sul nulla. Vedi ad esempio la questione cellulare, per la quale vi era persino già la circolare di un ex ministro. Ammettiamo, comunque, sia vero l’annuncio del ministro. Come ha ricordato la Gilda Scuola, in Italia ci sono 370 mila classi: ciò significa avere 370 mila tutor perché in ogni classe c’è almeno un ragazzo in difficoltà. A meno che nella testa del ministro non vi sia già una sorta di “grado di difficoltà” che fa in modo che queste figure siano davvero poche.

A quel punto solo se sei figlio di un detenuto, di un tossicodipendente e vivi nella periferia di Milano accanto a un campo rom hai diritto ad avere il tutor. Altrimenti in ogni classe – spero che il ministro lo sappia – al nord come al sud c’è almeno un alunno/a che fatica perché è da poco in Italia; perché a casa sua non ha strumenti culturali; perché mamma e papà non hanno manco un diploma; perché hanno un’istruzione media, ma non leggono mezzo libro l’anno; perché la famiglia non arriva a fine mese; perché è – come piace tanto definirli ai burocrati della scuola – un “Bes” (bisogno educativo speciale).

Detto ciò, il ministro ha anche detto che il tutor per i ragazzi in difficoltà “dovrà avere una formazione particolare e anche essere pagato di più”. Giusto! Bravo ministro! Ma quanto sarà pagato in più? Cinquanta euro l’anno? Cento? Oppure in base a quanti alunni con difficoltà avrà o forse sulla base della difficoltà dell’alunno?

La verità è che in Italia vengono bocciati ogni anno migliaia (più di dieci mila) bambini fin dalla scuola primaria senza che via sia spesso un progetto su di loro. Spesso ho sentito dire da presidi e professori: “Noi abbiamo mandato la lettera. Abbiamo fatto il nostro dovere”. Lo scorso anno 83 mila ragazzi delle superiori sono stati bocciati per assenze. Ma chi è andato a cercarli? Chi si è chiesto dov’erano?

La soluzione non può essere certo un tutor per classe. Forse abbiamo bisogno, invece, di creare in chi insegna (tutti i docenti di una classe) degli educatori che abbiano strumenti pedagogici e psicologici per affrontare le diverse difficoltà; creare per alcune aree del Paese (nord compreso) dei maestri di strada che vadano a casa dell’alunno che non si presenta a scuola; creare in ogni comune un tavolo di lavoro permanente tra scuola e altre agenzie educative (parrocchie, società sportive, assistenti sociali, procura dei minorenni etc).

Da settimane, come giornalista, sto provando a fare un’intervista (con domande non concordate a far tempo) con il ministro Valditara proprio perché da maestro e giornalista vorrei affrontare questo e altri temi con la dovuta serietà, competenza e senza propaganda. Ma per ora (chissà perché) è stato impossibile.

1 reply

  1. “Buttare dentro” (letteralmente) a classi affollate portatori di handicap anche gravi (soprattutto nella Primaria) lasciando ogni responsabilità all’ insegnante che spesso invano pietisce un aiuto sempre poco formato e poco adeguato alla bisogna, è stata la solita idea “di sinistra” che in realtà nasconde , dietro l’ ideologia di “bontà”, la necessità di risparmiare. Esattamente come è stata trattata la legge Basaglia : “I pazzi siamo noi” , e poi liberi tutti ed ogni giorno se ne vedono i risultati sulla pelle ( letteralmente) di qualcuno e nella disperazione – tacitata – di tante famiglie.
    Noi siamo specialisti di proclami, in realtà di “risoluzione” dei problemi sulla pelle dei cittadini più inermi. Come la legge Basaglia è stata attuata solo nella parte più “comoda” (chiusura dei vergognosi manicomi) mentre la parte più costosa e impegnativa è stata bellamente bypassata (creazione di presidi sul territorio) lasciando le famiglie praticamente sole a gestire il grosso problema, così anche nella scuola si sono lasciati soli gli insegnanti a gestire bambini e ragazzi affetti da patologie anche gravi senza spoazi dedicati nè personale adeguatamente formato.
    Ci si fa belli con grandi progetti proclami di “bointà” ed “accoglienza” e poi, dato che “non ci sono i soldi”, si lascia che l’ ultima ruota del carro – ed il malcapitato disabile assieme alla sua famiglia – nei fatti si arrangino.
    Non c’è cosa più ingiusta che fornire a tutti gli stessi strumenti: ma se lo dici, in un mondo in cui i cervelli sono stati addestrati a non riflettere ma a reagire a “parole chiave” sempre nel medesimo modo ( e una delle più potenti è “integrazione”: che vuol dire, concretamente, nei fatti?) sei razzista, fascista, novax e pure putiniana.

    Quindi che si fa? Si costringe il disabile anche grave stare seduto, magari in un tempo pieno, per ore assieme agli altri, e se dà in escandescenze si chiude la porta dell’ aula a chiave e lo si trattiene con la forza. Successo a più di una delle mie amiche insegnanti.
    Ma che “accoglienza”, che “integrazione”! Sta tutto il giorno insieme agli altri! Che successo!
    Visto che siamo “tutti uguali”?
    Quindi chi può si rivolge al privato, quasi sempre confessionale, dove il disabile e l’ immigrato non li vedi neppure col lanternino. Eppure quelle scuole dovrebbero essere fari di “accoglienza” per definizione. Ma alla “cattolica” si predica bene ma si razzola malissimo.

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