Costituzione, la scuola che crea diseguaglianze invece di abbatterle

Calamandrei: “I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Il discorso ai giovani a cui Piero Calamandrei affida, nel 1955, il suo testamento spirituale, si apre sul terzo comma dell’articolo 34: “I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di […]

(DI TOMASO MONTANARI – Il Fatto Quotidiano) – Il discorso ai giovani a cui Piero Calamandrei affida, nel 1955, il suo testamento spirituale, si apre sul terzo comma dell’articolo 34: “I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Eh! E se non hanno mezzi? Allora nella nostra Costituzione c’è un articolo, il 3, che è il più impegnativo, impegnativo per noi che siamo al declinare: ma soprattutto per voi giovani, che avete l’avvenire davanti”. Con la consueta capacità di andare al cuore delle cose, il Padre costituente agganciava il discorso sul merito a quello sull’eguaglianza sostanziale: “Dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare la scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità d’uomini… fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare, e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica, perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto un’uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale”.

Oggi, 75 anni dopo, il metro del merito individuale è usato esattamente al contrario: per santificare le diseguaglianze create da un mercato senza correzioni, e da uno Stato in ritirata. Anzi, per addossarne la colpa ai poveri: che, se sono tali, non sono certo “capaci” né “meritevoli”. Eppure, basterebbe guardare i numeri con onestà. Ne cito solo uno: oggi si iscrive all’università solo il 30% dei diplomati con il massimo dei voti che siano figli di non laureati. Per due terzi dei “meritevoli”, cioè, pesa più la condizione sociale di quanto non pesi il riscatto dello studio: una terribile bancarotta politica. Tra tagli dissennati, umiliazione (parola non per caso ora rivendicata dal ministro ‘dell’istruzione e del merito’ del governo di matrice fascista) della classe docente, aziendalizzazione e indebito sostegno alle scuole private, la scuola della Repubblica è diventata, da medicina che doveva essere, essa stessa un luogo di propagazione del contagio della diseguaglianza. Come scriveva Lorenza Carlassare nel 2016, “la scuola è forse il luogo più importante; ma anche qui è violata l’eguaglianza, è violata la solidarietà, nella serie infinita di omissioni troppo spesso irrimediabili che di fatto finiscono per segnare il destino di molti, negando la possibilità di una vita libera e dignitosa e di una partecipazione consapevole. È in causa un importante diritto, il diritto all’istruzione che, per i singoli, è al contempo, un dovere di solidarietà; per lo Stato è un essenziale dovere, di fornirla a tutti. La scuola, per milioni di persone, è l’unica speranza di un futuro decente”. Tra i pochi segnali di speranza di una situazione orribile, c’è il fatto che i ragazzi (almeno finché noi adulti non li roviniamo) vedono e giudicano con lucidità. Nel documento conclusivo dell’occupazione di quest’anno del liceo classico Michelangiolo di Firenze si legge, per esempio, che “il concetto di merito è intrinsecamente fallace se applicato al sistema scolastico; può un sistema basato sulle disuguaglianze socio-economiche adottare gli stessi criteri di valutazione per ogni individuo? Per poter discutere di merito è anzitutto necessario garantire a tutti una formazione e una condizione di partenza paritaria. Un sistema scolastico che fomenta la competizione tra studenti e studentesse, nel segno della ricerca perpetua dell’eccellenza, instaura un clima teso e dinamiche ostili nei confronti gli uni degli altri. All’interno della collettività scolastica è necessaria cooperazione e collaborazione, non lotta tra individui, al fine di portare tutti e tutte allo stesso livello di istruzione, formazione e consapevolezza civica”.

Calamandrei, che proprio al Michelangiolo aveva studiato, sarebbe stato d’accordo. La lontananza della realtà italiana dal progetto costituzionale non è mai stata grande quanto oggi, come dimostra il fatto che mentre la scuola pubblica è in caduta libera, si aumenta oltre ogni limite la spesa militare. Per i Costituenti questi due indici erano strettamente collegati: la scuola era il contrario della guerra. Il liberalsocialista Tristano Codignola, intervenendo nel dibattito che porterà all’articolo 34, dice che “è inutile pensare che si possa sul serio mettere in atto questo articolo fondamentale, se continueremo a lesinare sopra il bilancio dell’istruzione… Bisogna che ci decidiamo finalmente a tagliare i bilanci militari che rappresentano una cancrena nel corpo della Nazione e che questi bilanci militari noi li trasferiamo su un altro capitolo di spesa, un capitolo che non rende dal punto di vista della contabilità immediata, ma rende dall’unico punto di vista che deve essere considerato dallo Stato, quello della educazione delle generazioni future. Solo in questo caso avremo fatto una cosa seria, e avremo rispettato la nostra coscienza”. Appunto.