Sanità, chi usa male i nostri dati e perché. Le assurdità che paghiamo tutti

(Milena Gabanelli e Simona Ravizza – corriere.it) – Quando parliamo della nostra salute incrociare i dati è fondamentale. Per ciascuno di noi sarebbe molto importante avere un rapido accesso dal computer alle informazioni su esami e visite, tra specialisti diversi o in altre Regioni senza dovere ripetere inutilmente i controlli medici o portarci dietro ogni volta plichi di documenti. A livello collettivo incrociare i dati serve per individuare su larga scala in quanti soffrono di che cosa, con quali fattori di rischio, e quali cure possono essere più efficaci in base a N varianti. E tutto ciò è indispensabile anche per fare una buona programmazione sanitaria valutando come il Ssn risponde a chi ha bisogno di cosa.

Casi concreti

Qualche esempio per capire meglio. Individuare in tempo reale se chi finisce in ospedale per il Covid ha delle patologie pregresse mi permette di stabilire in modo rapido chi il virus colpisce di più e l’efficacia del vaccino: gli studi eseguiti durante la pandemia sono stati possibili solo con un decreto ad hoc e in ogni caso senza riuscire a sapere prima le comorbilità di ogni singolo paziente (soprattutto di quelli non vaccinati).
Una donna su 8 nel corso della propria vita si ammala di cancro al seno
. L’intervento chirurgico tempestivo può essere salva-vita. E quindi per capire i buchi del Servizio sanitario e correggerli è utile sapere quanto tempo passa dalla diagnosi all’intervento. Ma le strutture private non hanno obbligo d’informazione e il dato sulle mammografie a pagamento manca.
Prendiamo il caso dei 3,5 milioni di donne uomini con il diabete. Le informazioni oggi a disposizione sono contenute nell’anagrafe assistiti, nelle schede di dimissione ospedaliera, negli accessi al Pronto soccorso e nei registri sui farmaci. In questi flussi di dati sanitari manca il valore della pressione arteriosa, importante da sapere per capire su larga scala come può incidere sulla malattia ed evitare che si aggravi. Questi valori sono contenuti nei registri clinici dei diabetologi e dei medici di medicina generale: ma questi sistemi non si parlano tra loro e non si parlano con gli altri citati.
Degli 800 mila malati di Parkinson 
non si sa praticamente nulla di quelli ricoverati nelle residenze protette e sui risultati della riabilitazione. I dati ci sono ma non sono collegati alle altre informazioni in possesso della Sanità pubblica.
E la lista può continuare. Tutti i dati che servirebbero ci sono
. Ma non sempre sono di buona qualità e soprattutto non siamo in grado di utilizzarli al meglio. Vediamo perché.

Perché succede

I dati amministrativi su chi siamo sono contenuti nella tessera sanitaria elettronica che fa attualmente da anagrafe degli assistiti e fa capo al Mef. Le informazioni sulla nostra salute come analisi del sangueesami diagnostici, referti istologici, visite specialistiche, ricoveri in ospedale e accessi al Ps dovrebbero essere contenuti nel Fascicolo sanitario elettronico da 10 anni, ma finora non ha funzionato perché i dati introdotti sono pochi, non sono inseriti in modo omogeneo perché i sistemi informativi aziendali sono diversi e spesso molto arretrati (manuali, fogli Excel, fotografie, pdf) e ogni Regione va per conto suo (qui l’inchiesta di Dataroom): solo di recente con l’intervento dei ministeri di Salute, Transizione digitale e Mef del governo Draghi la situazione stava migliorando (il Pnrr stanzia 1,38 miliardi per adottare un unico sistema informatico sanitario nazionale e dare alle Regione gli strumenti e le competenze necessari a caricare davvero i dati clinici dei pazienti e condividerli tra medici, ospedali pubblici e privati accreditati).
La cartella clinica elettronica non è usata ovunque e dove viene usata ogni ospedale può avere la sua, così come ogni medico (medici di medica generale o specialista) e non sempre sono raccolte in un archivio, cioè sono usate solo per la cura del singolo paziente.
Le schede di dimissione ospedalieragli accessi al Ps, i certificati di assistenza al parto sono contenuti nel cosiddetto Sistema informativo nazionale (Sis) che fa capo al ministero della Salute.
Le cause di morte
 sono contenute nei registri dell’Istat che le ricevono dalle Asl (solo in alcune Regioni è attivo il registro di mortalità per causa).
Le prescrizioni farmaceutiche sono monitorate direttamente dal ministero della Salute, con l’eccezione dei farmaci ad alto costo monitorati direttamente dall’Aifa. L’Aifa è in realtà un ente vigilato dal ministero della Salute e dal Mef quindi lavora su loro mandato, ma con una grande autonomia che a volte rende difficile lo scambio delle informazioni.
I registri di patologia 
sono tenuti dall’Istituto superiore di Sanità.
Le banche dati di genomica sono gestite dalle Società scientifiche e alcune anche dall’Istituto superiore di Sanità.

Studi con dati limitati

Il problema è che non tutti i sistemi informativi comunicano tra di loro oppure lo fanno con difficoltà. I vari database sono stati attivati in tempi diversi, con sistemi di codifica differenti e linguaggi informatici diversi. Non sempre è presente un codice univoco, come il codice fiscale o un altro codice che permette di mantenere l’anonimato, ma di identificare in modo inequivocabile quel determinato soggetto in modo da tracciarne gli accessi alle cure senza violarne l’identità. La conseguenza è che oggi le informazioni sull’efficacia sul campo delle cure, sui rischi di chi può vedere peggiorare la propria malattia e perché, e sulla capacità del Ssn di rispondere ai bisogni della popolazione sono parziali, sono affidati a ricerche singole, su periodi di tempo limitati, e su gruppi di soggetti selezionati.

Cosa bisogna fare

Il Consiglio superiore di Sanità con un gruppo di lavoro multidisciplinare molto qualificato coordinato da Paolo Vineis (qui il documento) propone uno schema di riforma dei sistemi informativi sanitari in modo da superare la loro frammentarietà e i linguaggi informatici diversi unificandoli in un «sistema dei sistemi». La sua realizzazione spetta al Governo e riguarda tutti noi.

Circolazione dei dati

Una riforma che deve essere accompagnata anche dalla possibilità di una maggiore circolazione dei dati sanitari oggi stoppata dall’Autorità del garante della Privacy in base a norme di 20 anni fa che non possono più considerarsi in linea con l’Ue (qui il documento). Per dire: oggi degli scienziati se vogliono studiare l’appropriatezza e la sicurezza a lungo termine nella pratica clinica di un farmaco su categorie di pazienti che si sono curati 10 anni fa e che hanno dato il consenso non solo al trattamento terapeutico ma anche all’uso dei propri dati, devono fare ogni sforzo possibile per ottenere per ogni singolo nuovo studio l’autorizzazione specifica del singolo partecipante e da parte dell’Autorità Garante con una trafila infinita che fa perdere la voglia a chiunque. E se il Garante non si esprime entro 45 giorni vale la regola del silenzio-dissenso. È urgente trovare un equilibrio tra la necessità di garantire la privacy e quella di avere risposte rapide indispensabili per la Salute pubblica.

dataroom@rcs.it

2 replies

  1. A proposito di usare male i dati…

    «Dati assicurativi: più che raddoppiate le morti improvvise dopo i vaccini
    Date: 14 Dicembre 2022Author: ilsimplicissimus

    Mi chiedo cosa ormai [deve] essere considerato scioccante e agghiacciante per un [n]ormale essere umano. Negli ultimi anni qualsiasi immaginazione è stata superata eppure dati ed eventi clamorosi sembrano cadere come sassolini in una fumeria d’oppio, eppure ci dovrebbero essere le piazze piene dopo la conferenza stampa in cui il parlamentare tedesco Martin Sichert e l’analista Thomas Lausen hanno presentato gli inquietanti dati basati sui registri assicurativi di 72 milioni di tedeschi e provenienti dall’Associazione dei medici assicurativi sanitari (KBV) che ha tentato ogni azione possibile per evitare che uscissero. Il panorama è spaventoso, è una vista sull’infer[n]o: le morti improvvise e inaspettate sono esplose in Germania dopo l’inizio del lancio del vaccino Covid: i decessi inspiegabili sono infatti più che raddoppiati da quando il vaccino è stato introdotto alla fine del 2020, passando da circa 6.000 casi a trimestre a 14.000 attualmente. La differenza, 8.000, significa che quasi 90 persone in più ogni giorno muoiono improvvisamente e misteriosamente. E questo come possiamo facilmente immaginare accade dovunque anche se in Germania i meccanismi assicurativi permettono di arrivare a una quantificazione abbastanza precisa, anche se per difetto.

    Come si vede dalla tabella pubblicata in apertura l’esplosione delle morti improvvise e inaspettate coincide esattamente con l’inizio delle campagne vaccinali che sono cominciate nel dicembre del 2020: qualsiasi tentativo di assolvere a priori una responsabilità dei sieri genici ad mRna sarebbe intellettualmente disonesto anche se i numeri non possono di per sé dimostrare uno stretto collegamento di causa ed effetto. Anche perché i dati sono coerenti con i precedenti rapporti dei dati assicurativi tedeschi rilasciati in base alle richieste di libertà di informazione i quali mostravano che il numero di effetti avversi correlati al vaccino abbastanza gravi da richiedere cure mediche era salito di oltre 30 volte nel 2021 rispetto al 2019 e al 2020. Quanto meno ci dovrebbe essere una commissione d’inchiesta che studi tali correlazioni. Invece l’Istituto centrale per l’assistenza sanitaria pubblica ha risposto alle affermazioni in conferenza stampa affermando che sono “completamente infondate” e che l’aumento è un’illusione dell’analisi dei dati derivante dall’ “effetto coorte”, facendo riferimento però sulle sole fatturazioni ovvero agli assicurati che hanno usufruito di almeno un servizio medico in almeno un trimestre nel 2021: in pratica un vero non senso che tuttavia permette a costoro di negare la realtà ed essere creduti da persone che ignorano le sottigliezze e le relative infamie della statistica. Ma il fatto è che la disonestà intellettuale si accompagna al politicamente truffaldino di cui è complic[e]: per quali motivi, per esempio, l’autorità di regolamentazione dei medicinali del governo tedesco, il Paul Ehrlich Institute (PEI), non ha analizzato e pubblicato questi dati prima d’ora? Il che è aggravato dal fatto che proprio il governo tedesco aveva standardizzato l’uso dei dati assicurativi per monitorare possibili danni da vaccinazione, ma questa regola è stata abbandonata ed è rimasta lettera morta, non appena sono cominciati ad uscire numeri terrificanti, sulle reazioni avverse da vaccino disponibili già da oltre un anno e mezzo. Anzi il dirigente assicurativo che per la prima volta ha lanciato l’allarme è stato licenziato in maniera da mettere in guardia tutti dal mettere in pi[a]zza i panni sporchi di Big Pharma, ma anche dei governi.

    Sfortunatamente l’industria farmaceutica è stata in grado di stabilire un tipo speciale di privilegio all’interno del sistema legale rendendo molto difficile dimostrare che i vaccini (insieme a molti altri farmaci) possono mai essere colpevoli di qualcosa. Per fare un esempio pratico è come se un criminale sparasse a qualcuno, ma l’accusa sarebbe tenuta a dimostrare che la morte improvvisa della vittima dopo la ferita da arma da fuoco non è stata solo una coincidenza spontanea. Queste assurdità hanno permesso […] [d]i imporre alla popolazione vaccini sperimentali […] mai stati testati per la sicurezza (nonostante molte serie preoccupazioni), i cui dati di sperimentazione clinica (probabilmente fraudolenti) non sono mai stati resi accessibili al pubblico. Abbiamo quindi avuto una delle campagne propagandistiche più aggressive nella storia che ha stroncato la capacità e la volontà di riconoscere eventuali problemi legati ai vaccini, circonfusi da una devozione di tipo religioso. Se nemmeno si intende riconoscere l’aumento delle morti inspiegabili confondendo le persone con astrusità statistiche peraltro infondate, ma che permettono di negare l’evidenza, ci si può immaginare che tutti i danni presumibili da vaccino che riguardano per esempio l’apparato cardiaco e circolatorio di cui vedremo gli effetti nei prossimi anni, saranno negati, allungando nel tempo la menzogna.»

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