Il Pd voleva la legge contro i trasformisti, ma ora li candida tutti

Il segretario si vantava della norma per lo stop ai voltagabbana e Calenda lo attaccava: “Pure tu un populista”. È interessante confrontare la fotografia sorridente di Enrico Letta e Carlo Calenda, mentre firmano l’unione civile per arginare le destre, con l’istantanea del loro rapporto di un anno fa […]

(DI TOMMASO RODANO – Il Fatto Quotidiano) – È interessante confrontare la fotografia sorridente di Enrico Letta e Carlo Calenda, mentre firmano l’unione civile per arginare le destre, con l’istantanea del loro rapporto di un anno fa. Il 29 giugno 2021, il segretario del Pd e il fondatore di Azione litigavano su un tema che poi si è rivelato molto sensibile: il trasformismo parlamentare.

Quel giorno, Letta presentava con orgoglio una proposta di modifica dei regolamenti parlamentari pensata per scoraggiare i cambi di gruppo: “Era nel programma con cui son stato eletto Segretario Pd 100 giorni fa – ricordava Letta in un tweet –. Ora presentiamo il nostro progetto di riforma che, nel rispetto dell’art. 67 della Costituzione, punta a fermare la deriva trasformista di un Parlamento che in questa Legislatura ha visto già 200 (!) cambi di casacca”.

Calenda gli rispondeva in tono polemico, dandogli in sostanza del populista a rimorchio dei grillini (con cui Letta era ancora alleato): “Enrico, io ti voglio bene. Ma non sei più a Parigi a insegnare. La politica del più grande partito progressista italiano non può essere tutta incentrata su bandiere simboliche senza alcuna possibilità di realizzazione e sottomissione ai 5S. Dal voto ai sedicenni a questa roba qui”.

Un’ estate più tardi il mondo si è rovesciato. Il Pd aveva effettivamente depositato a Montecitorio una proposta di riforma del regolamento (il documento II, numero 22, del 28 giugno 2021), firmata dai deputati Andrea Giorgis, Debora Serracchiani, Emanuele Fiano e Stefano Ceccanti. Consisteva in una serie di norme per risistemare il funzionamento della Camera nella prossima legislatura, visto il taglio dei parlamentari. Il cuore era proprio la norma anti-trasformisti: prevedeva che gli eletti si iscrivessero automaticamente al gruppo del partito con cui si erano candidati e soprattutto che i transfughi non entrassero nel gruppo Misto, ma diventassero “non iscritti”, quindi con meno prerogative dei parlamentari comuni, a partire dalle dotazioni economiche e di uffici assicurati ai gruppi. Una riforma simile è stata approvata la scorsa settimana al Senato, mentre al momento la modifica del regolamento della Camera resta in alto mare.

Quello che è cambiato clamorosamente dalla scorsa estate, però, è l’atteggiamento di Letta del Pd nei confronti dei voltagabbana. Il segretario che aveva scelto la battaglia contro la piaga dei cambi di casacca tra le parole d’ordine del suo mandato al Nazareno, sta costruendo le alleanze per le prossime elezioni politiche quasi esclusivamente imbarcando trasformisti. Ieri ha siglato il patto con Calenda, che ha appena accolto in Azione due storiche dirigenti di Forza Italia, Mara Carfagna e Mariastella Gelmini (entrambe iscritte al gruppo misto da una manciata di giorni). Senza contare il vice di Calenda, Matteo Richetti: eletto al Senato col Pd e passato al Misto dopo un anno e mezzo. E poi Calenda in persona, il simbolo stesso dell’opportunismo politico: iscritto al Pd il 6 marzo 2018, eletto in Europa con i voti del Pd il 28 maggio 2019, uscito dal Pd due mesi più tardi (e dal gruppo parlamentare dei Socialisti e democratici, per approdare a Renew Europe, nel 2021).

Il Letta che voleva combattere i cambi di casacca è lo stesso che si allea con Luigi Di Maio, promotore della più cospicua diaspora parlamentare della storia repubblicana, e potrebbe persino concedergli il salvagente di una candidatura blindata in qualche listino proporzionale del Pd. Intanto i dem spalancano le porte ai trasformisti grillini: sia a quelli convertiti sulla via del draghismo, sia a quelli smarriti proprio al termine del secondo mandato (tra gli ultimi in ordine di tempo: Federico d’Incà e Davide Crippa).

Infine, il Letta che un’estate fa prometteva pulizia è lo stesso che a parole “non pone veti” su Matteo Renzi, colui che in Parlamento si è portato via un bel pezzo del partito di cui è segretario. Come si cambia.

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4 replies

  1. Embè che c’è che non va? Da quando in qua si fa ciò che non confà? È normale che vale quel che si pensa non faccia male e si sa che tra il dire e il fare…se poi sei pure in campagna elettorale meglio far bene che patir pene che insegna il Menga…così che mangia e se la sfanga chi più la sa lunga per tutti gl’altri va bene la purga chè se la coerenza dà er mal de panza…così va qui la democrazia dove in quel posto par che la pja chi preferisce la retta via e così sia…amencosìnonsia.

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  2. La chiesa del silenzio è dello spazio profondo, come credo comprenda un infinito contro il suo opposto, quello ancorato alla Storia e che si porta seco i suoi macigni.

    Le parole che si evocano a vicenda che se poi s’innamorano finiscono in baciate romanzate.

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