Qual è la via d’uscita?

Un festival dell’egocentrismo funesta i tentativi di tracciare qualsivoglia bilancio della guerra, reso altresì problematico dal suo essere tuttora in corso… Nel domandarci come potrebbe essere un piano di pace per l’Ucraina, è necessario un chiarimento preliminare: la pace è una professione che richiede un metodo di lavoro […]

Gli ultrà della resa Ucraina come chi giustificava i tank in Ungheria

(DI GAD LERNER – Il Fatto Quotidiano) – Un festival dell’egocentrismo funesta i tentativi di tracciare qualsivoglia bilancio della guerra, reso altresì problematico dal suo essere tuttora in corso. Fioccano gli “io ve l’avevo detto”, “io vi rivelerò quel che gli altri nascondono”, volti a saziare le tifoserie nostrane che si agitano, scompongono e ricompongono dando luogo a schieramenti inediti, sorprendenti: chi l’avrebbe detto che sulle armi all’Ucraina l’orientamento prevalente in questo giornale sarebbe andato a coincidere con quello di Carlo De Benedetti e Silvio Berlusconi? O che Salvini avrebbe aderito al magistero di papa Francesco? O che l’improvvisa notorietà del Battaglione Azov risvegliasse pulsioni di antifascismo militante in chi minimizzava il pericolo dei razzisti italiani?

Ma queste sono solo beghe provinciali in cui scadiamo noi opinionisti da talk show. La domanda che invece suggerirei di porci, dopo i primi cento giorni di una guerra che in verità ha cento anni alle spalle e rischia di protrarsi all’infinito, è la seguente: davvero sarebbe stato meglio per tutti se lo scorso 24 febbraio il governo ucraino si fosse arreso?

Stiamo ai fatti. Putin ha scatenato la guerra dichiarando che russi e ucraini sono lo spesso popolo e perciò si trattava solo di denazificare i distretti cui Lenin aveva avuto la malaugurata idea di concedere l’indipendenza. Difatti non si è limitato a concentrare l’azione militare nel Donbass, ma ha sconfinato lungo un fronte di migliaia di chilometri devastando Kharkiv, Kiev, Odessa, Leopoli. Davvero qualcuno crede che se Zelensky avesse alzato bandiera bianca le armate russe si sarebbero accontentate dell’Ucraina orientale? Le cose sono andate diversamente, nonostante la disparità delle forze in campo. Se a Hitler bastarono 28 giorni per occupare la grande Polonia del 1939 (spartendosela con l’Urss), a Putin non son bastati cento giorni per completare la sua “operazione speciale”. Secondo i fautori della resa immediata, ciò dipenderebbe solo dagli armamenti già forniti in passato al governo di Kiev dagli occidentali. Ma la storia insegna che tale resistenza non sarebbe stata possibile senza un forte sostegno popolare. Dal 1991 in poi la grande maggioranza degli ucraini vive come un incubo l’eventualità di tornare sottomessi ai russi. La geopolitica non è una scienza esatta. Anche in presenza di rapporti di forza schiaccianti, guai a sottovalutare la volontà dei popoli. Israele ha occupato in soli sei giorni vasti territori palestinesi nel 1967 ma, più di mezzo secolo dopo, ancora deve esercitare una repressione brutale su un popolo che si ribella al suo giogo.

Non occorrevano grandi esperti per sapere che l’Ucraina è predestinata alla neutralità, non a far parte della Nato. Ma che gli inevitabili compromessi territoriali rimarranno precari finché non si arriverà a una proficua collocazione europea della Russia, tale da rassicurare anche i suoi vicini.

Nel frattempo – è l’unica scommessa vinta fin qui da Putin – questi cento giorni hanno confermato la disunione dell’Ue e ridimensionato le ambizioni nostalgiche di un blocco occidentale a guida Usa. Ma non vorrei che tra noi – spaventati dalle gravi conseguenze di una guerra che pensavamo lontana e infastiditi dalla resistenza ucraina – facesse inconsapevolmente breccia il revival del “carrismo”. Ricordate? Anche nel 1956, per giustificare la repressione dei carri armati sovietici in Ungheria, veniva insinuato che gli insorti di Budapest fossero in realtà solo agenti dell’imperialismo, nazisti mascherati. Non caschiamoci.

Il Donbass russo e i pilastri reali del negoziato: la pace è lontana

(DI ALESSANDRO ORSINI – Il Fatto Quotidiano) – Nel domandarci come potrebbe essere un piano di pace per l’Ucraina, è necessario un chiarimento preliminare: la pace è una professione che richiede un metodo di lavoro.

Chiunque voglia elaborare un piano di pace deve, prima di ogni cosa, individuare quella che chiamo la “questione politica essenziale”. Questa è la prima mossa del metodo della pace giacché la questione politica essenziale forgia il campo di forze in cui i professionisti della pace sono chiamati a elaborare i loro piani. Ogni guerra ha la propria questione politica essenziale e agli studiosi spetta il compito di individuarla per portarla all’attenzione dell’opinione pubblica e dei propri governanti. Nel caso dell’Ucraina, la questione politica essenziale è che la Nato non intende chiudere i cieli, né vuole inviare i soldati a combattere per gli ucraini. Dalle colonne del New York Times, Biden ha appena invitato Putin a perseguire i propri obiettivi in Donbass senza fretta o paure particolari: gli Stati Uniti – ha ribadito Biden per l’ennesima volta – non muoveranno un dito contro i russi. Orbene, qualunque piano di pace deve fare i conti con questa posizione della Casa Bianca. Non si tratta di essere filo-putiniani o filo-americani. Si tratta di chiarire i rapporti di forza ormai auto-evidenti: gli ucraini devono difendersi da soli e, siccome la Russia è una superpotenza nucleare, gli ucraini sono messi molto male.

Svolta questa premessa, due progetti di pace si fronteggiano: il progetto irrealistico e il progetto realistico. Il primo è quello del governo Draghi che, avendo ignorato la questione politica essenziale, è stato rigettato. Il “progetto Draghi” si basa sul pilastro della pace all’Occidentale ovvero il ritiro delle truppe russe dall’Ucraina. Ma Putin non può ritirarsi nei confini nazionali dopo avere mandato a morire migliaia di soldati. È irrealistico pensare che dica ai propri cittadini: “I nostri soldati sono morti invano. Torniamo ai blocchi di partenza”.

Il progetto di pace realistico, invece, tiene conto della questione politica essenziale. Se la Nato continuerà a non intervenire, i destini del Donbass sono tre. Il primo è che la Russia annetta il Donbass come ha fatto con la Crimea. Il secondo è che il Donbass diventi una regione dotata di autonomia all’interno di una struttura federale ucraina, ma questo aprirebbe un immediato contenzioso tra Mosca e Kiev giacché Putin vorrebbe uno statuto speciale per il Donbass e, quindi, una propria magistratura e una propria polizia. Il terzo è che il Donbass diventi una regione sovrana e indipendente sotto il controllo di fatto di Mosca, com’è accaduto con l’Ossezia del sud e l’Abcasia, due Stati fantoccio a riconoscimento limitato rivendicati dalla Georgia, ma infeudati alla Russia, da cui dipendono in tutto e per tutto. In ogni caso, il Donbass è fondamentalmente perso, nel senso che niente e nessuno potrà sottrarlo alla morsa della Russia. Al momento, Zelensky sembra non voler fare alcuna vera concessione a Putin. Se il piano di pace dipende dalla sua disponibilità al compromesso che, data la questione politica essenziale, richiede una cessione del territorio ucraino, i tempi non sono maturi. Quanto al blocco occidentale, è difficile capire quale pace preferisca. Dietro la sua apparente unità, le posizioni sono diversificate. Non è detto che Biden voglia una pace rapida, mentre molti governanti europei hanno scoperto il Donbass poche settimane fa e non sanno ancora dove mettere le mani.

3 replies

  1. Egregio Gad, quelli dell’Azov non erano nazisti mascherati, erano VERI nazisti. Stupisce che un diversamente etnico che sa benissimo di cosa sono stati e sono capaci di fare, continui ad appoggiare uno Stato che ha inquadrato nelle proprie forze armate gente del genere. Solo oggi Gad si ricorda della ” guerra preventiva” di Israele del 1967 che gli ha fatto ingrandire il territorio comprendendo popolazioni di diversa religione e lingua e sulle quali esercita una ” brutale repressione”. Oggi la storia è diversa: erano i nazisti ucraini che reprimevano i russofoni. Però, c’ è chi non vuol sentire, altro che tifoserie.

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  2. Ricordate? dice gad. Ricordo un napolitano a favore dell’invasione dell’Ungheria, ricordo che poi è diventato un potentissimo politico italiano, tra l’altro presidente della repubblica inaugurante la stagione del doppio mandato presidenziale. Ricordo un lerner vicino a lotta continua che indicava la lotta armata. Ricordo il 2014, quando l’Ucraina con un colpo di stato teleguidato cadeva violentemente in mano a nazionalisti e nazisti, i quali iniziarono a bombardare e massacrare gli odiati russofoni delle regioni orientali di quel Paese

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  3. Lerner al solito, per giustificare le sue teorie fa dei parallelismi fuori contesto.
    Mi ricordo che più volte ha perorato la nomina di PDC e anche come PDR della Catarbia,
    cosa se ne fa, il FATTO delle opinioni del GARD

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