Guerra, i cartoon per il popolino

Semplificare sempre. I disegnini di Churchill sulla sabbia, i plastici di Hitler: i politici rifuggono i particolari e gli ordini chiari per non essere incolpati in caso di fallimento. Il conflitto Mosca-Kiev non fa eccezione […]

(DI FABIO MINI – Il Fatto Quotidiano) – Il lavorio dei militari prima delle guerre è sempre convulso. I vertici cercano di strappare dai governanti qualche direttiva politica sugli scopi da raggiungere, ma lo fanno timidamente perché sanno che Lui o Loro non amano le difficoltà e la razionalità. I militari vorrebbero esporre analisi sulle risorse disponibili, dove sono, quante sono, e ricevere ordini e indicazioni su dove devono andare e cosa devono fare, ma sono dettagli insignificanti e le obiezioni sempre fastidiose.

In effetti il politico o la politica odiano i dettagli e la politica dei dittatori (e non solo) tenta di aggirarli passando agli ordini secchi e alle minacce. I dittatori di tutto il mondo si sono sempre premurati di dare ordini vaghi non perché temano i tribunali speciali: quelli contro i crimini di guerra, perché sanno benissimo che non si mettono a giudicare chi vince. Lo fanno perché temono che l’eventuale insuccesso sia attribuito agli ordini chiari che così possono essere gli scudi anche per gli errori, la dabbenaggine e la crudeltà dei sottoposti. Gli ordini chiari presuppongono l’esame dei dettagli. Ma è lì che si nascondono i demoni e allora meglio ignorarli. Inoltre, se i militari sono rompipalle maniacali con le loro fisime sui “dettagli”, i capi politici sono allevati alla scuola del “meno sai meglio è”. Ecco perché la regola principale di uno stato maggiore che deve informare il vertice politico è quella di sintetizzare: tutto ciò che si deve dire (per avere le carte a posto) occorre dirlo in una paginetta per il generale, mezza per il ministro e una riga per il Re. A questa stringatezza forzata si tenta di ovviare con le rappresentazioni grafiche che meglio di qualsiasi altra forma di comunicazione illustrano dei concetti senza entrare nei fastidiosi dettagli. Sono stati pochi i responsabili di governo o alto comando che non abbiano preferito sottrarsi a corposi e noiosi briefing per privilegiare la “grafica”. Churchill disegnava le manovre sulla sabbia, Hitler aveva un plastico per ogni teatro di operazioni. Di contro, Napoleone si sciroppava chilometri a cavallo per ispezionare il terreno e le sue truppe. Amava i dettagli e tra essi scovava i suoi demoni. Sebbene avesse detto che “la geografia è già un destino” prediligeva la topografia: il dettaglio che gli faceva individuare le vie migliori per la manovra dei suoi soldati con gli scarponi o i cavalli e con le sue artiglierie. Divino cocktail di forze, fuoco e movimento.

Come sempre, tra i monarchi ci sono gli illuminati e i fulminati (“una questione di volt”, come direbbe la mitica Francesca Reggiani), i dittatori e i dittattori e nei teatri di guerra imperano i teatranti. Tutti assuefatti alla mistificazione. Ma oggi, che con la democrazia il Sovrano è il Popolo, anche a esso bisogna dire poco, in fretta e senza dettagli, meglio se con immagini elementari, perché sarà sovrano ma sempre ignorante. Per le grandi manovre ci sono le rappresentazioni e le narrazioni semplici, per le atrocità ci sono i flash d’immagini simboliche che dicono soltanto ciò che lo stesso Sovrano potrà elaborare… in una direzione ben precisa.

La grande manovra della Russia in Ucraina è stata spiegata al Sovrano popolo con i cartoni animati tratti dai videogiochi. Per i meno tecnologici si è ricorso alle mappe opportunamente semplificate e gli spilli con le capocchie colorate a rappresentare le armate corazzate, le armate combinate, i corpi d’armata e i carrarmatini, gli omini e le freccette. Ecco, le frecce: belle come la stella cometa, che poste in corrispondenza di ogni spillo ne indicano la direzione, il movimento e il punto di arrivo. Frecce diritte per la manovra d’incontro, curve per le manovre sui fianchi e sul tergo, gli aggiramenti, gli avvolgimenti e i contrattacchi. E le frecce spiegano che sei armate russe dalla Bielorussia e altre dalla Russia e dal sud si sono dirette su Kiev contemporaneamente per la distruzione della città e l’occupazione di ciò che sarebbe rimasto. Occorreva fare presto e la popolazione doveva essere evacuata. Ma le armate rosse (migliaia di carri e decine di migliaia di soldati) hanno velocità diversa, ingolfano le strade e finiscono in un grandioso ingorgo proprio fuori Kiev. Come ogni ingorgo sulla tangenziale o il Raccordo anulare, è un imprevisto, ci sono tamponamenti a catena, i mezzi di soccorso non possono arrivare e via via i poveri viaggiatori si trovano a corto di acqua, benzina e viveri. Ecco perché erano fermi! Non potevano andare né avanti né indietro e la resistenza eroica di Kiev che il Sovrano vedeva allestire barricate e bombe molotov aspettava invano mentre una brigata ucraina (1200 uomini e 80 carri) riusciva a decimare le armate corazzate. Tutto questo desumibile dalle freccette. E poi Kiev non viene attaccata, i russi sbloccano l’ingorgo e si ritirano “lasciandosi dietro una scia di cadaveri”. La gente inizia a rientrare. È fatta, l’Ucraina ha vinto e da questa posizione intende trattare.

Nessuna freccia però spiega che forse, la Russia non aveva nessuna intenzione di occupare o distruggere Kiev. O almeno non voleva farlo con le forze schierate. Forse quelle forze, ferme, dovevano stare ferme in attesa che si sbloccasse qualcos’altro più importante dell’ingorgo: magari un negoziato o un accordo sottobanco o un colpo di mano politico. Chissà! Di fatto le armate corazzate dal nord si dirigono sugli obiettivi dichiarati per finire il lavoro che nel frattempo altre forze russe avevano portato a “buon punto”. Le frecce allora si spostano e invece di formare nuovi ingorghi dirigono sugli obiettivi da sempre dichiarati: Donbass e coste del Mar Nero. C’è anche una variante nelle capocchiette di spillo in corrispondenza dell’alto comando delle operazioni in Ucraina. Il generale Aleksandr Dvornikov non sostituisce nessuno, ma riunisce in un comando le forze che fino a quel momento erano praticamente autonome. In guerra bisogna trarre gli insegnamenti non solo quando è finita, ma mentre viene condotta. Ora c’è chi spera che il provvedimento prettamente operativo possa portare a un ridimensionamento delle operazioni e chi teme un peggioramento con l’innalzamento del livello dello scontro. Staremo a vedere, ma qualsiasi cosa succeda non potrà essere spiegata soltanto con gli spilli e le freccette, si dovrà entrare in quei dettagli così invisi ai politici, così rifiutati dai monarchi e così negati al (popolo) Sovrano.

Categorie:Cronaca, Interno, Politica

Tagged as: , ,

1 reply

  1. Standing ovation 👏🏻👏🏻👏🏻👏🏻👏🏻👏🏻

    Ecco perché il gen. Mini è così poco presente in tv e l’unica volta che mi è capitato di vederlo era estremamente irritato per il livello del dibattito…
    È un uomo di superiore intelligenza, niente di paragonabile a certi elementi di pari grado, che vengono chiamati con costanza a spiegare cose che, evidentemente, non hanno capito neanche loro.
    Avrei potuto riportare moltissimi brani di questo articolo, per sottolinearne i concetti, ma mi limito a questo, che, secondo me, è alla base di tutti gli “equivoci” (voluti), con conseguenze deleterie in termini di escalation…
    “Nessuna freccia però spiega che forse, la Russia NON AVEVA nessuna intenzione di OCCUPARE o DISTRUGGERE Kiev. O almeno non voleva farlo con le forze schierate. Forse quelle forze, ferme, dovevano stare ferme in attesa che si sbloccasse qualcos’altro più importante dell’ingorgo: magari un negoziato o un accordo sottobanco o un colpo di mano politico.”
    E poi:
    ” Di fatto le armate corazzate dal nord si dirigono sugli obiettivi dichiarati per finire il lavoro che nel frattempo altre forze russe avevano portato a “buon punto”. Le frecce allora si spostano e invece di formare nuovi ingorghi dirigono sugli obiettivi DA SEMPRE DICHIARATI: Donbass e coste del Mar Nero.”

    Mentre è tutto un ” Ha perso a Kiev…vuole TUTTA l’Ucraina…si vuole espandere ad altri Paesi” (senza nemmeno rendersi conto della contradditorietà dei concetti), per innalzare il livello dello scontro, minare le eventuali trattative e, soprattutto, scaldare gli animi in vista di un coinvolgimento diretto.

    "Mi piace"