I mercanti di ucraine

(Anna Lombroso per il Simplicissimus) – Non c’è prodotto di successo dello show business che non faccia uso sapiente di un tenero bimbetto, di un cane sapiente un gatto furbo, e una ragazza di bell’aspetto vilipesa che ogni cavaliere senza macchia e paura aspira a salvare, senza baciarla però dopo le interdizioni della cancel culture.

Non sfugge alla regola la propaganda dell’asse Ue-Nato che ci somministra il doveroso quantitativo di lacrime e compassione secondo criteri spregiudicati, è vero, ma suggeriti dalla necessità di combattere con ogni arma contro il Male assoluto, si tratti dell’accorata denuncia di stupri, violenze ai danni di donne indifese uccise davanti ai figli, corredata da foto di bara di un vittima circondata da dolenti e coperta della ben riconoscibile bandiera russa, all’ostensione a cura del tandem Marcelletti-Quirico di nefandezze compiute dai mercenari di Putin reclutati in Siria, “ingaggiati con licenza di saccheggio.. che giocano a calcio con le teste dei bambini”, o della toccante esibizione di fuggiaschi con patetico cucciolo e gabbietta del canarino, ritratti festanti in maglietta e macchina scoperta mentre lasciano macerie e lutti.

Soggetto prediletto dell’epica  interventista è comunque la donna, per via delle sue cifre di genere peculiari, dei suoi messaggi genetici che parlano di trasmissione di vita, di valori umani e civili, di pace.

E difatti oggi con gran risalto la Repubblica ci offre le icone delle eroine in armi,  che fanno irruzione dallo schermo dove si proietta Soldato Jane.

C’è Yarina, che quando è scoppiata la guerra si è immediatamente iscritta al gruppo locale dei “Guerrieri”, alla scuola di autodifesa fondata a Leopoli da un imprenditore giovanissimo, Nazarij Bresizksij. O Marharyta che si è messa in fila per iscriversi alle Guardie territoriali dopo aver abbandonato la sua esistenza dorata di prima, secondo i canoni occidentali: “fare sport, imparare il francese, incontrare amici, viaggiare” e che racconta al cronista, che l’ha raggiunta sul telefonino in una località segreta, “le donne in guerra come me “non sono ladies”, sono militari a tutti gli effetti”.

Ma è a Svetlana che dobbiamo qualche particolare illuminante: è “in fase di addestramento”, sul campo, ad assorbire “tattiche da combattimentocon istruttori americani“. Mentre Julia 46 anni, arruolata in Marina dal 2017, non rinuncia a civetterie femminili:  “accuratamente truccata, le mani con le unghie laccate che stringono il berretto con l’effigie dorata dell’Ucraina” pronte però a impugnare l’arma, “ non è il fucile, ma sono io, la mia rabbia e la mia spinta radicale a battere il nemico“.

Poi ci sono le altre, le fuggiasche, nonne con i nipoti, anziane sole, gruppi familiari di donne infreddolite e affamate, più di tre milioni in un mese di guerra, più di tutti gli arrivi in Italia e in Grecia dal 2014, che giungono alla spicciolata in la Polonia, che ha accolto quasi due milioni di rifugiati,  in Romania, Moldavia, Ungheria e Slovacchia, posti proverbialmente   poco accoglienti con i profughi provenienti dalla rotta balcanica e dal Mediterraneo centrale, cui si è risposto con confinamenti, lager amministrativi e  sistemi di sorveglianza.

Sono 71.940 le persone di cittadinanza ucraina giunte finora in Italia, informa il Ministero dell’Interno: 37.082 donne, 28.197 minori e solo 6.661 uomini, con destinazioni  Milano, Roma, Napoli e Bologna. Sappiamo già di associazioni di imprese alberghiere impegnate ad assumerle come stagionali (ne ho scritto quihttps://ilsimplicissimus2.com/2022/03/09/la-carita-degli-sfruttatori-160520/) , altre potrebbero approfittare delle opportunità offerte a rimpiazzo dei disertori,   dal decreto ‘Misure urgenti’ per l’Ucraina pubblicato nella Gazzetta del 21/3, che  permette “l’esercizio temporaneo delle qualifiche professionali sanitarie e della qualifica di operatore socio-sanitario ai professionisti cittadini ucraini residenti in Ucraina prima del 24/2/22 che intendono esercitare nel territorio nazionale, in strutture sanitarie pubbliche o private, una professione sanitaria o socio sanitaria in base a qualifica conseguita all’estero regolata da direttive Ue“.

La sorte del popolo aggredito ha svegliato le coscienze dei nostri connazionali, insomma, sia pure secondo le regole non scritte dell’accoglienza che, come in ogni settore della società, applica l’approccio governativo della discriminazione come principio indicatore nelle assunzioni, nelle graduatorie per le case, sicchè in tanto dolore è meglio essere ucraini che siriani, bianchi che neri.

Così gli uffici legislativi dei ministeri competenti sono all’opera  per eliminare i cavilli che impedirebbero alle ucraine presenti come lavoratrici nel nostro territorio di uscire per raggiungere i figli e di rientrare con loro, pena il ritiro del permesso di soggiorno ottenuto con la sanatoria del 2020.

Su queste iniziative umanitarie pesa il sospetto che nascondano intenti speculativi, quelli di immettere sul mercato personale ricattabile incline ad accontentarsi di trattamenti al di sotto dei già vergognosi minimi sindacali, in aperta competizione con i disperato locali e utile per sostituire i posti lasciati vuoti da chi si è sottratto all’obbligo vaccinale o da chi rifiuta remunerazioni che offendono la dignità.

Ma anche quello che, passato il primo fuoco sacro della pietas, le ucraine, anche le profughe riconosciute, ridiventino secondo la definizione della nota anchorwoman “badanti e cameriere”, quando non “mantenute” come ebbe ad aggiungere l’anonimo partner della trasmissione radiofonica, che chiedono troppo, che si lamentano, che pretendono gli stessi diritti dei lavoratori locali, ferie, tredicesima, riposo, liquidazione, talmente ingrate da non apprezzare come dovuto la generosità di chi affida loro gli anziani genitori, i malati e gli invalidi, come nobile segnale di fiducia.

Si aggiungono alle 236 mila presenza che compongono la comunità ucraina in Italia, la più grande di Europa, per lo più donne affette anche da prima da quella che viene chiamata  la sindrome Italia, un malessere diffuso che si palesa con un insieme di malattie invalidanti, tra burn out, stress, depressione e attacchi di panico, che trae origine  dalla nostalgia di casa, dalla preoccupazione per i propri cari, dal timore di essere condannate per sempre alla lontananza perché sono loro che “mandano avanti l’Ucraina” con il loro lavoro di esiliate.

C’è davvero da interrogarsi sulla colpa che ha commesso questo altro esercito di soldatesse, arruolate per il pane, e che da decenni mantengono un Paese pieno di ricchezze e risorse, come ha rivendicato il suo presidente durante la sua visita virtuale alle nostre Camere riunite, ricco di potenzialità e dovizioso di alti valori morali e culturali alle stregua delle opulente nazioni del libero occidente, condannate alla servitù, soggette a umiliazioni, deportate dalla povertà.

Ma allora ci sarebbe da interrogarci sul destino di servitù cui si stiamo consegnando, esiliati in patria, in guerra gli uni con gli altri, soli contro una cerchia di profittatori feroci e avidi.