
(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] C’è un attrito logico, per non dire un’aporia, riguardo all’aspra polemica che il governo Meloni ha ingaggiato col presidente della Fondazione della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco, il quale ha deciso autonomamente di riaprire il Padiglione russo nonostante il parere contrario del ministro Giuli. Il vicolo cieco in cui si sono cacciati i patrioti è elementare: ma come, viene da pensare, volevano stabilire l’egemonia culturale di destra in Italia, laddove “di destra” vuol dire anche sovranista e popolare in barba alle élite sovranazionali, e poi obbediscono pedissequamente agli ordini dell’Europa in merito ai nostri rapporti con i russi? Non stiamo parlando del commercio di armi (vietatissimo, perché qui ci sono un aggressore e un aggredito e noi non aiutiamo gli aggressori, a parte Israele e Stati Uniti, ovviamente), ma di dialogo culturale, da sempre l’arma dei popoli per ergersi al di sopra dei conflitti decisi dai loro governi.
[…] Dal 24 febbraio 2022, data dell’aggressione russa contro l’Ucraina, gli istruiti ignoranti che siedono ai piani alti dell’Europa hanno infatti deciso che le sanzioni a Putin non dovevano riguardare solo gli affari finanziari, commerciali ed energetici tra Unione europea e Russia (a nostro svantaggio, peraltro), ma dovevano essere estese anche al campo artistico e culturale. Così ogni russo o filo-russo che calcava il nostro suolo, fosse pure per suonare il violino e non per invaderci, doveva essere ritenuto un propagandista e/o un agente putiniano sotto copertura, dunque respinto con perdite e pubblico disdoro. Una mega-retata di epurazioni ha riguardato festival, teatri, balletti, università, gare sportive, rassegne artistiche e persino concorsi felini (metti che vinceva un gatto Blu di Russia, poi chi glielo avrebbe detto a Zelensky?), fino appunto alla prestigiosa Biennale di Venezia, che esiste sul nostro territorio dal 1895. Così l’Italia ha respinto un esercito di pericolosi intellettuali, cantanti, atleti olimpici e persino paralimpici (non si sa mai), impedendo loro di esercitare la loro arte o disciplina per far dispetto a Putin. Solo qualche caso: l’estate scorsa, in seguito alle proteste dell’Ambasciata ucraina, fu annullato il concerto alla Reggia di Caserta del direttore d’orchestra Valery Gergiev, già allontanato dalla Scala nel ’22 per non aver preso le distanze dall’invasione; a gennaio di quest’anno, il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino ha annullato gli spettacoli della étoile del Bolshoi Svetlana Zakharova per la sua vicinanza a Putin (vicinanza che lei non avrebbe mancato di comunicare al pubblico mediante arabesque e pirouette); cancellate anche le esibizioni di suo marito, il violinista Vadim Repin. Impedire ad artisti russi di esibirsi è una scelta la cui stupidità è tanto più evidente se si pensa che in alcuni casi si tratta di persone perseguitate in Russia perché dissidenti. È il caso del fotografo Alexander Gronsky, cacciato dal Festival della Fotografia di Reggio Emilia in quanto russo e poi arrestato a Mosca per aver partecipato a un corteo contro la guerra in Ucraina (siamo più efficienti della polizia di Putin). Alla stessa Biennale di Venezia, il Padiglione russo, costruito dai russi coi soldi loro, è rimasto chiuso dal 2022 fino al marzo 2026, quando i russi hanno manifestato la volontà di riaprirlo dopo averlo affittato alla Bolivia in seguito al bando. Buttafuoco, chiarendo di ritenere l’arte […] un ponte fra i popoli, ha aperto anche ad altri Paesi in guerra, tra cui Israele, sulla cui partecipazione nessuno ha da ridire; in fondo, l’Idf ha ucciso oltre 73 mila persone col sostegno morale e materiale di Usa ed Europa (il cancelliere Merz: “Israele sta facendo il lavoro sporco per noi”), quindi ben venga. Ma come possono i liberali nostrani pensare che un artista putiniano sia meno valido di uno che odia Putin? Come può l’ideologia di un ballerino sublime e tormentato come Sergej Polunin, nato a Cherson (Ucraina) e filo-russo (ha un tatuaggio di Putin sul petto), condizionare la sua capacità di danzare? C’è un modo di ballare democratico-liberale e uno filo-putiniano? Eppure, a fine 2022, il Teatro Arcimboldi di Milano sospese il balletto di Polunin. Perché l’Italia, crocevia di culture, da sempre vicina alla Russia (dove infatti siamo adorati per la nostra arte e cultura), si deve incaricare di punire i russi per conto dell’Europa, ubriacata dalla russofobia delle élite atlantiste? Ha ragione Buttafuoco a volere tenere aperto il dialogo. La geopolitica è attuale, e soggetta al tempo; l’arte è inattuale, e mira all’eternità. […]
PS: a quanto pare sulla censura del governo contro la Biennale ha pesato la minaccia della Commissione europea presieduta dalla Von der Leyen (autrice del piano europeo di riarmo da 800 miliardi) di revocare 2 milioni di fondi alla Fondazione. Ah, ma allora lo dicano, che si vendono l’egemonia per 30 denari.
Sempio e lo scempio
(Di Marco Travaglio) – Da quando la cronaca giudiziaria la fa chi non ha mai visto un processo neppure col binocolo e crede che l’incidente probatorio sia la bicicletta delle gemelle Cappa che va a sbattere contro quella di Alberto Stasi, può succedere di tutto. Anche lo scempio del diritto, della pietà e della decenza che dura da più di un anno sul caso Garlasco, da quando la Procura di Pavia decise di battere le piste alternative alla condanna definitiva del fidanzato di Chiara Poggi. Dopo mesi di “rivelazioni” partorite da giornalisti, mitomani e giornalisti mitomani o fatte trapelare da avvocati e investigatori, neppure l’invito a comparire recapitato al sospettato Andrea Sempio, amico di Marco Poggi (fratello della vittima), ha chiarito cosa abbiano trovato i pm a suo carico. Ma si pensa, o si spera, che sia una prova formidabile. Perché dev’essere in grado di annientare la sentenza definitiva su Stasi. Senza una revisione che cancelli la sua condanna in Cassazione, il processo a Sempio sarebbe uno spasso. Potremmo avere un fatto unico nella storia: una donna morta due volte, uccisa da due diversi uomini a poche ore di distanza. Spiace per la compagnia di giro del Circo Garlasco, ma al momento il colpevole è solo uno, Stasi, che nessuno ha scagionato. Invece di Sempio – sempre in attesa della pistola o del pistolino fumante – non risulta alcuna traccia sulla scena del delitto (che pure frequentava per far visita all’amico Marco): anzi, le nuove tracce sulla colazione, che qualcuno sperava fossero sue, erano anche quelle di Stasi. La cui posizione esce peggiorata dall’inchiesta che doveva scagionarlo.
Ora, prima della fine-indagini, siamo agli interrogatori: dell’indagato Sempio, rimasto l’unico possibile assassino alternativo (dopo mille leggende metropolitane sul commando di una dozzina di killer), che si avvale della facoltà di non rispondere in attesa di conoscere gli elementi a suo carico; e dei testimoni Marco Poggi, fratello di Chiara, e le cugine, le gemelle Paola e Stefania. Ma prima i tre testimoni, mai indagati, venivano additati come complici o assassini (senza contare i sospetti infamanti e incestuosi sullo zio e le oscene insinuazioni su papà e mamma Poggi); e ora vengono spacciati per gente da torchiare su non si sa bene quale accusa da chi non conosce neppure la differenza fra un teste e un indagato, tant’è che si continua a disquisire sulla loro mancanza di alibi. Come se chi non è accusato di nulla dovesse cercarsene uno. E gli artefici di quella mostrificazione, anziché chiedere umilmente scusa per averli gettati in pasto a orde di guardoni da tastiera, danno lezioni di giornalismo a chi ha sempre denunciato lo scempio. E naturalmente passa per “giustizialista”, mentre quell’orda barbarica rappresenta il “garantismo”.
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