
(di Milena Gabanelli e Simona Ravizza – corriere.it) – Sulla riforma del modo di lavorare dei medici di famiglia siamo alla resa dei conti. Domani, al ministero della Salute, sarà messo nero su bianco il testo definitivo del decreto d’urgenza che ridisegna le modalità di lavoro della medicina generale. Il ministro Orazio Schillaci punta a portarlo in Consiglio dei ministri entro fine mese, dopo l’approvazione delle Regioni attesa per l’11 maggio. Poi il decreto dovrà essere convertito in legge entro 60 giorni, con l’approvazione del Parlamento.
Case della Comunità: nuovo modello
L’obiettivo è far lavorare i medici di famiglia nelle 1.038 Case della Comunità finanziate con 2 miliardi di euro del Pnrr. I vantaggi per i cittadini sarebbero notevoli: potranno rivolgersi a strutture aperte dalle 8 alle 20 con guardia medica notturna, dove operano insieme medici di famiglia, infermieri di comunità, pediatri e altre figure sanitarie, e dove sarà possibile effettuare anche esami di base come elettrocardiogrammi, ecografie e spirometrie.
Il problema è che il principale sindacato di categoria, la Fimmg, si oppone da sempre a un cambiamento del modello in nome dell’autonomia del medico di famiglia e del rapporto di fiducia con i pazienti. Ci avevano già provato i ministri della Salute Livia Turco (2006) e Renato Balduzzi (2012) (qui Livia Turco pag. 12 e qui Renato Balduzzi art. 1 comma b bis). Anche di recente il sindacato di categoria ha fermato due volte la riforma: nel 2022, a ridosso delle elezioni, ha bloccato un decreto dell’allora ministro della Salute Roberto Speranza che imponeva 20 ore negli studi e 18 nelle Case della Comunità, con il 30 % dello stipendio legato ai risultati (qui la bozza Speranza in originale); e nel 2025, ha stoppato la bozza scritta dalle Regioni, che introduceva la dipendenza per i nuovi medici di medicina generale (qui il documento riservato delle Regioni). Per rendere il progetto realizzabile è quindi necessario modificare le leggi che regolano il rapporto tra i medici di famiglia e il Servizio sanitario nazionale. Vediamo come (qui la bozza iniziale del documento).
Lavoratori autonomi: nuovi vincoli
In Italia i medici di medicina generale – 36.812 in totale, con una media di 1.383 assistiti ciascuno – operano in autonomia come liberi professionisti convenzionati con il Servizio sanitario nazionale attraverso un Accordo collettivo nazionale (Acn). In concreto, significa che il medico può decidere di non vaccinare contro l’influenza, non eseguire tamponi durante un’emergenza come il Covid, non lavorare nelle Case della Comunità, tenere aperto lo studio tre ore al giorno e lavorare da solo. Così, se un paziente ha un problema alle 17 e il medico ha terminato alle 14, non resta che rivolgersi al Pronto soccorso.
La riforma Schillaci prevede che i medici restino, in via prioritaria, lavoratori autonomi, ma con l’obbligo di dedicare in aggiunta sei ore a settimana alle Case della Comunità e di rispettare nuove regole che saranno introdotte nel prossimo Accordo collettivo nazionale 2025‑2027. Tra gli obiettivi: garantire una presa in carico continuativa dei pazienti cronici, utilizzare sistemi informatici interoperabili affinché ogni cartella clinica sia accessibile anche da altri medici di famiglia, e favorire la collaborazione stabile all’interno di équipe multiprofessionali.
Accanto ai liberi professionisti, su base volontaria e residuale, saranno inoltre arruolati medici di famiglia che diventeranno dipendenti e lavoreranno principalmente nelle Case della Comunità, rendendole pienamente operative. Per quel che riguarda il rapporto di fiducia medico-paziente, resta tal quale: i pazienti continueranno a scegliere il proprio medico.
Stipendi legati ai risultati
Ogni anno il medico di famiglia riceve 91 euro lordi per ogni assistito. Ci sono medici che quei soldi se li meritano tutti, ma 78 euro vengono pagati a prescindere da ciò che fanno: anche se non visitano, non vaccinano e non seguono i pazienti cronici. È una quota fissa, legata solo al fatto che sei nella loro lista. Il risultato, in molti casi, è un servizio minimo: il lettino resta incellofanato, usato come una mensola per appoggiarci sopra di tutto.
Con la riforma, la retribuzione sarà più legata ai risultati: non più per l’85% sul numero di pazienti, ma anche sulle prestazioni effettuate. Un medico con 1.500 assistiti passerà da 136 mila a 192 mila euro lordi annui, ma con obblighi più stringenti e maggiore controllo sull’attività.
Formazione universitaria
Il percorso per diventare medico di famiglia non sarà più basato su corsi regionali triennali – retribuiti con una borsa di studio da 996 euro lordi al mese e gestiti dal sindacato – ma su una specializzazione universitaria di quattro anni con una borsa di 2.166 euro lordi al mese, come per gli specializzandi di qualsiasi altra disciplina.
Il potere delle lobby
Il compromesso ottenuto ieri con le Regioni, su pressione di Emilia‑Romagna, Toscana e Puglia, prevede che il nuovo sistema di retribuzione e la trasformazione della formazione in corso universitario siano attuati con provvedimenti successivi. Il motivo è facile da intuire: inimicarsi la Fimmg, che da vent’anni fa leva sulla paura dei pazienti con lo slogan «non avrete più il vostro medico di famiglia di fiducia», è sempre stato rischioso per chi fa politica e teme di perdere consenso elettorale (vedi qui Dataroom del 28 aprile 2025). La Fimmg (qui) riunisce il 63% dei medici di base iscritti al sindacato. Il segretario generale è Silvestro Scotti che siede nel cda dell’Enpam (qui), l’Ente di previdenza con un patrimonio di 27, 86 miliardi, che in Italia ha investito 3 miliardi in titoli di Stato; il 2% in Monte dei Paschi di Siena; l’ 1% di Mediobanca; 1,99% di Bpm; 1% di Nexi (1%), 0,72% di Intesa Sanpaolo; l’8,1% nella Banca del Fucino e possiede quote in Eni, Poste, Enel, Enav; e ha 5,56 miliardi di investimenti immobiliari (vedi qui Dataroom del 26 maggio 2025). Contraria alla riforma anche la Fnomceo (qui), la Federazione nazionale degli Ordini dei medici, presidente Filippo Anelli, già vice segretario della Fimmg (vedi qui Dataroom 3 febbraio 2025).
In ogni caso, le Regioni – pur su una versione di compromesso – ora sono tutte d’accordo, quelle di centrodestra e quelle di centrosinistra. Il problema però si sposta in Parlamento: i vertici di Forza Italia, Antonio Tajani, Stefania Craxi e Paolo Barelli in testa, si stanno già mettendo di traverso, anche se i loro governatori sono d’accordo con la riforma. «Una tale rivoluzione – va dicendo Barelli – è fuori luogo in prossimità delle elezioni». Siamo sempre lì: l’interesse dei cittadini viene dopo. Resta da capire se la premier Giorgia Meloni, che ha sempre dichiarato di non essere ricattabile, avrà la forza di rottamare un sistema di potere radicato.
Ma se mancano i medici … che ca22o di riforma è?
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Se fosse come sembra, più o meno un’idea tipo UK dove ci sono i GP (general practice) ogni area ne ha uno, sarebbe una buona idea organizzativa che sono quelle che in Italia mancano quasi del tutto. I tempi di attesa su richiesta visita si accorciano. Vieni visitato da infermieri specializzati i quali, laddove serva, fanno prelievi test ecc. inseriscono tutto in terminale poi passano al medico che decide e ti chiama telefonicamente proponendo terapia o uteriori esami. In questo modo servono meno medici a parità di carico di lavoro di quanto non sia ora.
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Dimenticavo: una volta che il dottore ti chiama (generalmente entro la sera stessa della visita) e accetti la terapia che propone, il dottore inserisce la lista farmaci in terminale NHS e da li la lista farmaci viene recapitata alla farmacia che si è scelta precedentemente come quella più comoda da raggiungere. Il giorno seguente ti rechi in quella farmacia, dai il tuo nome. firmi una ricevuta dove dichiari di essere esente per età raggiunta (Dopo i 60 tutte le prescrizioni non si pagano e se dichiari il falso sono 100 sterline di multa più il prezzo dei farmaci) e ti consegnano il pacchetto..
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