(di Michele Serra – repubblica.it) – Leggendo di quanto esposto (o inscenato, o musicato) nei padiglioni della Biennale di Venezia, viene da farsi due domande: la prima è quanto sarà penalizzato, nell’impatto mediatico della rassegna, il racconto dell’arte rispetto al racconto delle polemiche politiche. Facile rispondere che questo rapporto, bene che vada, sarà di uno a dieci. La seconda è quanto sarebbe diversa l’atmosfera se i padiglioni, attribuiti per convenzione alle nazioni, fossero invece dispensati da questa funzione, così ingombrante nel bene e nel male. Le culture sono comunità meno rigide e meno fobiche delle nazioni, hanno una naturale propensione allo scambio e all’ibridazione, ciò che è russo (o turco, giapponese, keniota, francese) non appartiene a uno Stato, tantomeno a un governo, ma a una cultura, a un popolo e alla sua storia.

Non ho idea di come si potrebbe (non è semplice, ci vorrebbe molta fantasia) de-nazionalizzare la Biennale. Si tratterebbe di togliere il marchio di un’ appartenenza nazionale non dimostrabile e aggiungere generosità e libertà culturale, dissimulando in qualche modo i luoghi di provenienza di quelle opere e quei pensieri. Per gioco (un test che propongo a Buttafuoco per la prossima edizione, sempre non l’abbiano epurato prima) si potrebbero mescolare le insegne, appiccicandole sui padiglioni per estrazione a sorte: e vedere in quanti casi l’accostamento è smascherabile al primo sguardo, e in quanti, invece, non ci si rende conto che non è quello il Paese che ha prodotto quella esposizione. Per gioco, dicevo. Ma sta diventando sempre più difficile giocare.