Papa Leone XIV

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Donald Trump ha attaccato il suo segretario di Stato, Marco Rubio, senza nominarlo. Lo ha fatto per via indiretta quanto palese, riprendendosela frontalmente con Leone XIV affinché il suo teorico braccio destro ma effettivo critico interno intendesse. Il presidente considera infatti la visita di Rubio al pontefice americano un’intollerabile Canossa, in contraddizione con le sue ripetute sparate contro papa Prevost. Un tentativo di smarcarsi avendo annusato la catastrofe annunciata per il Partito repubblicano alle elezioni parlamentari di mezzo termine, il prossimo 3 novembre, che secondo i pronostici faranno di Trump la più zoppa delle anatre zoppe. E in tal modo ridurranno le speranze di Rubio di succedergli quasi a zero. A meno di non prenderne le distanze. Operazione in corso.

Per questo il capo della diplomazia a stelle e strisce, fiero cattolico romano come il vicepresidente JD Vance ma di lui molto più smaliziato, ha ottenuto di vedere Prevost domani mattina in Vaticano. Come preannunciato dall’ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede, Brian Burch, sarà un incontro “franco”. Aggettivo che in diplomazia sta per diretto. Senza circonlocuzioni. Stile del papa e professionalità di Rubio garantiscono che lo sarà, anche se al pubblico verrà servita una versione addolcita, come si conviene fra uomini di mondo.

Al solito, Trump si è costruito una sua realtà irreale: il papa è colpevole di connivenza con le ambizioni nucleari del regime iraniano. L’accusa a Leone XIV di patrocinare la bomba di Teheran suona replica a Rubio che nella riunione alla Casa Bianca in cui si era discusso il piano di attacco alla Repubblica islamica l’aveva valutato “stronzata” — più o meno come Vance.

L’incontinenza del presidente va letta su tre registri. Il primo, personale: l’uomo ha perso ogni misura di sé stesso e della sua magistratura. L’altro, geopolitico: vedi l’insofferenza per gli appelli del papa alla pace “disarmata e disarmante, umile e perseverante”. Infine, e decisiva, la politica interna: Trump considera la lealtà dirimente nella scelta dei collaboratori. Per lui Rubio si sta comportando slealmente. Si sbrighi a riallinearsi.

Quanto al primo registro, è evidente per chiunque voglia vedere che Trump è fuori controllo. Il suo gusto della provocazione è deragliato verso la confusione più sguaiata, che non impressiona nessuno ma preoccupa tutti: una persona in queste condizioni alla Casa Bianca, alla testa di una nazione in crisi di identità e di autostima, diffonde un’aura di pericolosa imprevedibilità attorno agli Stati Uniti, fino a ieri riferimento per tutti. Amici e nemici dell’America sono costretti a rivedere antiche certezze. Qualcuno fra gli avversari potrebbe farsi venire strane idee, profittando di una potenza quasi in sede vacante: gli apparati, anzitutto le Forze armate, non sono disposti a seguire qualsiasi ordine strampalato del presidente, anzi ne boicottano le iniziative troppo scivolose. Lo tengono lontano dal bottone atomico.

Quanto ai rapporti fra Stati Uniti e Santa Sede, sono al minimo storico da quando, nel 1984, furono formalizzati. Questo papa ha due priorità: scongiurare la terza guerra mondiale e riunire l’ecumene cattolico, sfibrato da scismi latenti. L’allarme riguarda anzitutto la Chiesa americana, dalla quale dipende gran parte dei finanziamenti al Vaticano, quasi essiccati durante il pontificato di Francesco. Prevost è stato eletto per ravvivare quella fonte sedando le diatribe fra cardinali e teologi statunitensi. Sotto tale profilo, il festival dell’insulto al papa inaugurato da Trump negli ultimi mesi sta aiutando Prevost nella ricucitura. In questo mondo impazzito il papa tiene dritta la barra. Attirando il rispetto di Stati ed entità che verso Santa Romana Chiesa non hanno mai coltivato viva inclinazione.

Intanto la Santa Sede ha avvertito Rubio: meglio smetterla con la polemica. Il papa rifiuta di scendere sul piano di Trump e ha dato disposizione di nominarlo il meno possibile — meglio per nulla — nella comunicazione ufficiale e nei media vaticani. I vertici statunitensi, compresi i cattolici di recente (Vance) o radicata (Rubio) fede cattolica, sono poi pregati di non avventurarsi nell’ermeneutica biblica. Il papa non accetta lezioni di teologia da nessuno. Né Prevost si farà imporre da Trump la linea sulla Cina o sulla Russia. Quanto al rovesciamento del regime di Cuba, prossimo fronte dell’amministrazione repubblicana, su cui Rubio punta da sempre quale rampollo di fuggiaschi da Fidel Castro — e sul quale intende costruire la sua reputazione di leader — il suggerimento è alla prudenza. Alla considerazione degli effetti che un colpo di Stato manu militari potrebbe avere sulla popolazione locale, già stremata.

I grandi elettori di Prevost pensavano fosse il meno americano fra i cardinali americani. Errore. Leone XIV non è un papa americano: è un americano papa. Animato da forte passione politica. Visibile quando esorta i suoi connazionali a fare pressione sui loro parlamentari perché operino per la pace e stemperino le pulsioni violente di questa amministrazione. La condanna dell’idolatria della forza, l’avversione per gli autocrati, persino la difesa di ciò che resta dell’Alleanza Atlantica — “molto importante oggi e in futuro” — ne sono testimonianza.

Fra due giorni si compie il primo anno di pontificato leoniano. Senza pregiudicare il futuro, possiamo stabilire che papa Prevost è già nella storia. Molti in America cominciano a dubitare che Trump possa finire il suo mandato.