I poveri e le mutande di Cota

(Gaetano Pedullà – lanotiziagiornale.it) – L’ex governatore del Piemonte, il leghista Roberto Cota, è stato nuovamente condannato per le spese personali che addebitava alla Regione. Tra queste, si ricordano ancora le famose mutande verdi, in tinta col partito di Salvini. Una storia come tante del degrado morale toccato dalla nostra politica, di cui però non si può più parlare.

Non a caso, della sentenza su Cota e gli altri ex consiglieri – di cui due attualmente parlamentari (Augusta Montaruli di Fratelli d’Italia e Paolo Tiramani della Lega) – a malapena si trova traccia tra le notizie in breve dei giornali. Come le mode che cambiano, adesso non fa più chic occuparsi di queste ed altre ruberie, perché il must del momento sono quei parassiti che se la spassano col Reddito di cittadinanza.

Fateci caso: non passa giorno che sui quotidiani e le tv non si vedano servizi sulle truffe e i pochi percettori riusciti a trovare un’occupazione. Truffe vergognose ad opera di ladri e farabutti che però hanno poco di diverso dai grandi evasori fiscali, da chi campa da sempre fottendosi montagne di contributi pubblici, e da chi – adesso che è in dirittura d’arrivo la Manovra finanziaria – vuole demonizzare i sussidi ai poveri per papparsi pure quelli.

Così nessuno racconta di oltre due milioni di minorenni, anziani e disabili che senza il Reddito di cittadinanza farebbero la fame, perdendo quel po’ di dignità che un Paese civile ha il dovere di dare a tutti, senza dimenticare chi ha avuto meno opportunità. Persone che per i nemici del Reddito di cittadinanza è meglio non vedere. Più delle mutande di Cota.

6 replies

  1. Disastri sempre annunciati, i colpevoli mai

    (di Antonio Padellaro – Il Fatto Quotidiano) – Adesso non m’interessa sapere che la strage di Ravanusa è la conseguenza del dissesto idrogeologico, delle infrastrutture marce, della manutenzione dei rattoppi. Perché è una solfa che conosciamo a menadito ogni volta che un bubbone di questo nostro butterato Paese esplode. Adesso m’interessa sapere perché tutti i giornali hanno lo stesso titolo: il “disastro annunciato di Ravanusa”. Ma se il disastro era così annunciato, e se i “tecnici”, nel 2014, avevano chiesto “interventi urgenti”, chi sono i responsabili di questo delitto dell’indifferenza, della noncuranza, del menefreghismo, o forse anche peggio?

    Delle analisi sul dissesto del suolo, male atavico di un territorio che smotta, frana, cede in perenne, inarrestabile sfasciume, ne abbiamo le tasche piene, tanto non cambia mai nulla. Vorremmo invece sapere se ha ragione il colonnello dei carabinieri, quando dice che cinque giorni prima dello scoppio “erano state fatte delle verifiche sulla condotta della rete di gas metano a Ravanusa senza riscontrare alcuna irregolarità nelle tubazioni”.

    O se ha ragione Italgas, quando sostiene che “non vi è evidenza di lavori eseguiti sulla rete stradale, ma unicamente interventi routinari sui contatori domestici o su alcune valvole stradali”. Evidenza, routinari: andrebbero indagati solo per questo burocratese delle pezze d’appoggio, del salvarsi le chiappe, che puzza lontano un miglio di alibi impapocchiato. Proprio, come puzzava l’“odore acre di gas” che fuoriusciva “persino dai water”, e già nove mesi fa. So, sappiamo tutti che tra un paio di giorni, di Giuseppe e di Selene incinta di Samuele resterà soltanto il pianto delle famiglie e il ricordo di chi osserva attonito questo scempio di esseri umani e di umanità. Qualcuno forse ritaglierà il discorso agli studenti del professore di Storia e filosofia, Pietro Carmina, un’altra vittima, l’ultimo giorno prima della pensione: “Vi prego non siate mai indifferenti”.

    Bisognerebbe dirlo alla Commissione antimafia che sette anni fa ascoltò i commissari Italgas ammettere che c’erano “grosse criticità nel 76% della rete”. Insomma, un colabrodo ma nessuno fiatò. Ah, la Procura di Agrigento ha aperto un fascicolo, al momento, contro ignoti. Ignoti?

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    • Perché quelle le controllano, mica ci dormono sopra.

      Per il resto, notato che oramai parlano del PICCOLO EITAN, senza più nominare, in questa triste telenovela, la strage del Mottarone e i colpevoli che sono a piede libero?

      Rimosso tutto quanto.

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  2. Viviamo nell’era della conoscenza totale ma è anche l’era della disinformazione totale. C’è una profezia di Papa Giovanni XXIII, il Papa buono, che dice che un giorno tutto sarà saputo. Non dice che ci saranno sempre quelli che non vorranno sapere quello che si sa e non vorranno vedere quello che si vede, perché preferiranno gli inganni dei loro sogni o le fissazioni del loro fanatismo.
    Cercare e trovare la verità è faticoso e difficile. Credere ciecamente in qualcuno è indubbiamente più facile e comodo. Significa consegnarsi mani e piedi alla verità di qualcun altro, rifiutando di vederne incongruenze e distorsioni.
    Purtroppo l’uomo si nutre di favole.
    E c’è chi sulle favole ci marcia.
    In Italia il cittadino ha la memoria di un pesce rosso: un minuto. Poi si scorda come erano le promesse e quante sono state realizzate. Sparisce così la storia di un popolo, nello spazio di uno spot pubblicitario.
    E’ bassa anche la logica, che richiede coerenza e non sopporta i paradossi.
    E Renzi, il paradossale, è stato scelto per promettere al mattino quello che rinnega la sera, senza fare una piega, con la massima faccia tosta. Renzi ha un tasso di coerenza più basso addirittura di quello di Berlusconi, il grande bugiardo. Montanelli diceva: “Berlusconi è il bugiardo più sincero che ci sia, è il primo a credere alle proprie menzogne.” Renzi nemmeno questo. Snocciola le sue bugie con l’aria di non crederci nemmeno lui.
    Ma di questo i suoi cloni se ne fregano, esattamente come fecero i fascistelli con le promesse di Mussolini, che era partito come populista e socialista e finì dittatore al servizio di un dittatore più forte di lui. Perché nel fascismo ubbidienza coatta e prepotenza si confondono. Ogni fascista fa il bullo con qualcuno e a sua volta subisce le angherie di qualcun altro. Gli basta ‘imperare’ e seguire il DUX di turno nel cerchio di fuoco, convinto che sostenere il potere o l’immagine di qualcuno significhi parteciparvi e ottenere, come mezze calzette, un’illusione di eternità.
    Il carro di fieno di Brueghel rappresenta l’adescamento suadente del potere a cui si attaccano i vili e i pigri mentali, convinti di contare di più se seguono qualcun altro, gli stessi che sono i primi ad abbandonare una testa quando il potere o la fama passano su un’altra.

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