E’ morta Lina Wertmuller

(ANSA) – E’ morta Lina Wertmuller. La grande regista che aveva 93 anni si è spenta nella notte a Roma. Era nata il 14 agosto 1928 ed aveva firmato film come Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare di agosto, Pasqualino settebellezze, Mimì metallurgico segnando la storia della commedia italiana.

(L’intervista di Malcom Pagani e Fabrizio Corallo a Lina Wertmüller per “il Fatto Quotidiano) – Gli omaggi epistolari di Henry Miller a metà anni 70: “Cara Brenda, hai mai visto qualche film di questa regista italiana? Guardando Travolti da un insolito destino nell’ azzurro mare d’ agosto mi sono venuti in mente Tropico del Cancro e Sexus, umorismo e scopate a mucchi, una scorpacciata. Hollywood, con tutti i suoi divi, questa libertà non potrà mai permettersela”.

Quelli visivi di Martin Scorsese in un prezioso documentario di Valerio Ruiz: “Nei suoi racconti c’ era sempre un carnevale, una festa, un’ energia speciale: nessuno lavorava come lei”. Il timbro di Mina in Mi sei scoppiato dentro il cuore, musica e parole di Bruno Canfora e Lina Wertmüller: ” Era/ solamente ieri sera/ io parlavo con gli amici/ scherzavamo tra di noi”. Gli applausi dell’ Academy per la prima candidatura all’ Oscar di una donna.

E lei, Lina, con gli occhiali bianchi e le lenti appoggiate sui ricordi: “Una volta a San Francisco un tassista mi chiamò bottana industriale” indifferente a complimenti, indulgenze e tranelli della memoria: “Al successo non ho mai creduto”. A 87 anni, circondata da vetri smerigliati, architetture liberty e divani, non si lamenta: “Tutto sommato mi trovo ancora a mio agio con la vita”. Non vorrebbe sprecar tempo.

Di se stessa, in un’ ora di conversazione, lascia qualche traccia. Il resto è curiosità. È tutto un “Quanti anni ciài?”, un “Quanto vuoi campà?”, ” Ma quanto fumi?”. Un’ intervista a chi dovrebbe intervistarla perché domandare è più interessante che rispondere: “Che se dovremo di’ poi di così importante?”

Lei non fuma più?

Iniziai a 5 anni. Le prime cose che ho fumato erano le cocce, i gusci delle noccioline americane. I ragazzi di oggi che ne sanno? Sulle cocce delle noccioline hanno un vuoto culturale.

Come si sente a 87 anni?

So che un giorno o l’ altro morirò e non mi preoccupo. Mal che vada mi farò un gran bel sonno. Me ne andrei da commensale sazio, comunque.

Pensando al cognome del suo storico compagno, Enrico Job, Tullio Kezich giocava sul suo carattere difficile: “Per stare vicino a Lina, ci vuole la pazienza di Job”.

Ma quando mai? Io sono un angelo, magari energico, ma sempre angelo resto.

Come volò nel mondo dello spettacolo?

Grazie a Flora Carabella, la moglie di Marcello Mastroianni. Era poco più grande di me e diventammo amiche fraterne. Si iscrisse all’ Accademia di Arte Drammatica e io mi ritrovai a seguirne le tracce.

Si era iscritta all’ Accademia anche lei?

Mi hanno cacciato da molte scuole, ma non da lì. All’ Accademia non mi ero iscritta perché avevo 16 anni ed ero troppo piccola. Frequentai un’ altra palestra teatrale, con Pietro Sharoff, un russo che si rifaceva al metodo Stanislavskij.

Il cinema arrivò più tardi?

Il primo film in assoluto che vidi, nel 1942, fu Giarabub. Ci andai con mia nonna. Il cinema vero arrivò più tardi, con Fellini. Federico mi ingaggiò come assistente per 8 1/2.

Era una brava assistente?

Pessima, però quell’ esperienza fu importante. Imparai molte cose e mi divertii a riprendere Federico sul set durante le pause.

Nel bel documentario di Valerio Ruiz, “Dietro gli occhiali bianchi”, le riprese in bianco e nero che lei rubò sul set mostrano l’ affinità tra Mastroianni e Fellini.

Per descrivere il loro rapporto non c’ è niente di meglio della frase che Marcello dice ad Anouk Aimèe quasi a fine film: ‘La vita è una festa, viviamola insieme’. Non si prendevano mai troppo sul serio, Marcello e Federico.

Ad Antonio Gnoli di Repubblica lei aveva detto altro: “Fellini dava sempre l’ impressione di interessarsi a te, quando in realtà era solo lui il centro dell’ attenzione”.

Non la posso aver mai detta una cosa simile, Federico era ‘n faro, ma quale egocentrico?

Insieme ci divertivamo. Dite a ‘sto Gnoli che non dicesse fregnacce.

Fellini la aiutò a esordire ne “I Basilischi”

Mi diede dei suggerimenti: ‘Adesso verranno tutti da te e ti tormenteranno con l’ ossessione della tecnica, del posizionamento della macchina da presa, della luce. Tu lasciali perdere. La tecnica, senza personalità, è niente. Fai il tuo film e racconta la tua storia come se fossi con gli amici al bar’.

Quindi le stette vicino?

Da lontano. Penso che in fondo del mio esordio a Federico non potesse fregare di meno.

Lei aveva un suo Fellini preferito?

Forse La dolce vita, ma non so se è il più bello, a quest’ora del mattino non me vojo compromette. È difficile mettere insieme le immagini, i ricordi e le impressioni e ancora di più fare classifiche. A volte mi sembra che tutti gli anni della mia vita siano compressi in un solo anno. I ricordi si schiacciano e distinguerli è un’impresa.

La troupe de I Basilischi era quasi interamente formata dalle stesse persone che avevano lavorato con Fellini su 8/2?

Mi seguirono per una sola ragione.

Quale?

Ero simpatica. Come d’ altronde era simpaticissimo anche Fellini per cui teatro e vita si confondevano. Gli veniva un’ idea e la seguiva sul momento. Una volta andando a Cinecittà in taxi incrociamo un’ altra macchina sul lato opposto della strada. C’ è un semaforo. Lui si sporge e vede un volto che gli piace, ma ormai siamo arrivati a destinazione, così lui scende al volo e mi ordina di pedinare l’ auto, scoprire chi sia a bordo e magari proporgli un provino.

E lei che fece?

Diedi retta. Chi non ha sognato di dire a un tassista: ‘Segua quella macchina’ almeno una volta nella vita?

Ubbidiva anche in teatro?

Certo. All’ inizio si ubbidisce spesso, ma nell’ ubbidienza non necessariamente cieca, si può imparare moltissimo. Avevo lavorato come ‘negro’ con i vari Bonucci e Salvini, per poi approdare alla scuola di De Lullo, di Garinei e di Giovannini. I detrattori dicevano: ‘Ha scritto tutto Lina’. Non era vero.

Il ‘negro’ scriveva senza firmare.

Da Un trapezio per Lisistrata a Rinaldo in campo mi è capitato tante volte. Sgobbavo senza gloria, ma consideravo comunque lavorare come ‘negro’ un privilegio. Era un mestiere d’ oro. E pagavano in nero che – diciamolo – quando sei un ragazzo aiuta molto.

L’ elogio del ‘negro’. L’ elogio del nero.

Vengo da una famiglia borghese, mio padre era avvocato e insomma, per mangiare si mangiava. Però cercavo qualcosa di mio. I soldi sono importanti, ma ho sempre pensato che fosse più importante non annoiarsi. Qualcosa nella vita dovevo pur fare.

E fece la regista.

Tenendomi sempre sul doppio binario. Il registro drammatico e comico in continua alternanza. I Basilischi, il mio primo film, nacque per caso. Stavo raggiungendo Francesco Rosi sul set di Salvatore Giuliano e mi venne voglia di vedere il paese natìo di mio padre, Palazzo San Gervasio, in Basilicata. Gli sguardi degli uomini, quelli delle donne, l’ immobilità del Sud di allora, il grande sonno del popolo. Il film si sarebbe dovuto intitolare, non a caso, Oblomov del sud.

Per fortuna cambiò idea.

Non sarebbe stato un gran titolo, è vero.

Per i suoi titoli lunghi lei è passata alla storia.

Li inventavo lunghi proprio perché così nessuno se li sarebbe ricordati.

Lunghi come il suo nome. Arcangela Felice Assunta Wertmüller von Elgg Espanol von Braucich.

Eh, ma io così me chiamo. Mi porto dietro un po’ di eredità.

Con lei ci si smarrisce. Eravamo ai Basilischi, premiato a Locarno nel 1963.

Venni assalita dall’ atroce dubbio di essere incasellata per sempre tra i registi impegnati: io volevo diventare una regista capace di divertirsi, non una regista impegnata.

I Basilischi fu girato anche in Puglia, oggi set inflazionato. A quell’ epoca di Apulia Film Commission non si sentiva ancora parlare.

Se questi signori vogliono rimediare, accetto molto volentieri denaro fuori tempo massimo. Adesso mi direte che I Basilischi non ha perso la freschezza.

Esatto.

E lo sapevo. Che posso dirvi? Gli abitanti recitarono e si divertirono moltissimo. Tra i protagonisti c’ erano Toni Petruzzi, un ricco, elegante ragazzo di Bari che non aveva nulla a che vedere con la realtà del paese arretrato messo in scena, ma era bello come il sole e Stefano Satta Flores. Di cosa è morto poverino?

Di leucemia, a neanche 50 anni.

Ma dimme te, era un bravissimo attore e una persona molto in gamba.

Dopo I Basilischi, tra il 1964 e il ’65 girò Il giornalino di Gian Burrasca per la Rai. Come le venne l’ idea?

Non mi ricordo un beneamato cazzo e ne ho diritto, come si fa a risalire alla genesi di un’ idea di più di 50 anni fa? So’ domande difficilissime, queste. Dovrei dire: ‘Il 14 ottobre 1964…’, ma come si fa?

Non vuole sforzarsi?

Gian Burrasca era il libro preferito da mia madre e Giannino Stoppani divenne da subito un mio fedele compagno di giochi.

“Rita la zanzara” con Rita Pavone, il film successivo, incassò quasi un miliardo di lire.

Erano film commissionati da Goffredo Lombardo, un vero gentleman con tanto di erre moscia, bisognoso di rifarsi del tracollo finanziario patito con Il Gattopardo.

Ha conosciuto anche Visconti?

Ancora una volta per via di Mastroianni e di sua moglie Flora. Con Luchino diventammo amici. Lo vedevamo al di fuori della sua nutrita corte. Era abbastanza simpatico, molto ospitale e veramente signore. Passammo un capodanno in Marocco, per quel che posso ricordare, divertendoci.

Come nacque “Travolti da un insolito destino”?

Da una vacanza. D’ estate navigavamo al largo delle coste sarde. Eravamo un gruppetto affiatato: Francesco e Giancarla Rosi, Antonello Trombadori, Tonino Guerra, Enrico Job e io. Giancarla e Antonello litigavano sulla politica e deformate dal grottesco, nel film ci sono tante schegge di quei periodi di villeggiatura.

In vacanza e sul lavoro, lei e Job avete diviso la vita per decenni.

Un grande artista e un uomo simpaticissimo di cui mi parlò per primo Piero Tosi. Con Enrico sono stati 40 anni di amore. Ho avuto fortuna. L’ unica fregatura è che se ne sia andato troppo presto.

Non c’è più neanche Mariangela Melato.

Un amore. Bella, brava, spiritosa. Non sembrava neanche italiana, Mariangela. Bionda, con gli occhi verdi e una faccia singolare. Mi disse che stava male sullo stesso divano su cui sono seduta ora e me lo disse sorridendo.

Si dice che sul set di Travolti da un insolito destino Melato e Giannini vennero messi in condizioni robinsoniane per meglio farli entrare nella parte. L’ uomo, la donna, il bisogno. Il selvaggio e la sciùra milanese.

Sì, ma la domanda?

Sul set lavorò per esasperarne i caratteri?

‘Sta domanda mi sembra una grande stronzata. La prossima?

Mariangela Melato e Monica Vitti si somigliavano?

Neanche per un pelo. Vitti era diversa, aveva il suo carattere, si circondava di persone che lavoravano alla sua immagine. Era bella, molto brava e naturalmente anche piena di sé. Sapeva calcolare e dal suo punto di vista faceva bene. Non credo si sia mai innamorata di un facchino però.

Il rapporto con la critica?

Alterno. John Simon, feroce stroncatore del New York Magazine, scrisse dei miei film cose stupende. Incredibili.

In Italia si è sentita sottovalutata?

I Vangeli parlavano chiaro. E come dicevano? Nemo propheta in patria.

Poco dopo le 4 candidature all’Oscar per Pasqualino Settebellezze, Nanni Moretti la accarezzò in Io sono un autarchico. Fabio Traversa lo informa dell’assegnazione di una cattedra di cinema destinata “alla Wertmüller” a Berkeley. Moretti chiede se si tratti della stessa regista di “Mimì metallurgico, Travolti da un insolito destino e di Pasqualino Settebellezze” per poi schiumare dalla bocca un liquido verde in stile Linda Blair.   

A farmi arrabbiare non fu la battuta, ma un suo gesto successivo. Lo incontrai ai margini di un Festival, lo salutai ed essendo lui un gran cafone e un vero stronzo, neanche si voltò. Di Moretti comunque non ricordo tutti i titoli, vediamo: Ecce Bombo?

È suo.

Poi ci sono Bianca, La Messa è finita, Caro Diario. Ha fatto tanti film, come mai ne ha fatti tanti?

Perché sono piaciuti molto.

Come mai sono piaciuti molto?

Cinica e spietata.

Cinica e spietata, sì, la definizione mi piace.

Lo è stata anche con gli attori? In Sabato, domenica e lunedì staccò quasi un dito a Luciano De Crescenzo.

Glielo morsi. Recitava ogni scena con questo ditino a mezz’ aria. Lo agitava. A certi attori napoletani, le mani andrebbero cucite. Avvertii Luciano un paio di volte. Poi mozzicai.

Azzannò anche Veronica Lario? In Sotto… sotto… strapazzata da anomala pas sione, Lario è Ester, moglie di Oscar, falegname.

Arrivò con Marione Cecchi Gori che era amico di Berlusconi. Veronica non era per niente simpatica, ma bella e brava me pare de sì.

Ci litigò mai?

E perché? Mica me la dovevo sposà? Avremo avuto qualche discussione: il vaffanculo sul set parte, ma io non porto mai rancore. Lei invece era tra quelle che si offendevano.

Craxi era un suo amico?

Non caro, anche se non ci sarebbe stato niente di male. Non erano gli artisti a inseguire i partiti, ma i partiti che volevano mettersi qualche fiore all’ occhiello.

Vota ancora?

Non lo so, forse non ho mai votato, non me ne frega niente.

È vero che non legge i giornali?

Non è un vezzo, non li leggo proprio. Forse è la pigrizia, forse la noia, forse la televisione.

I suoi amici?

Dudù La Capria, Piera Degli Esposti, Mimmo De Masi. Di certo non si va più da Rosati.

Lì incontrava Laura Betti, Pasolini, Elsa Morante.

Elsa è stata la più grande scrittrice del ‘900.

L’ hanno colpita le celebrazioni per i 40 anni dall’ addio a Pasolini?

Quando non puoi più difenderti fanno dite quello che vogliono.

Ha mai creduto al complotto per assassinarlo?

Mai. Quella dell’ Idroscalo è una storia di froci e quello delle marchette un mondo pericoloso. Non ci sono gentiluomini tra le marchette.

A chi vuole veramente bene Lina Wertmüller?

A mia figlia Maria Zulima, è il mio cuore. Fa la skipper, sta per mare, non torna molto spesso. Naviga.

(Da www.cinquantamila.it) – • (Arcangela Felice Assunta Wertmüller von Elgg Espanol von Braucich) Roma 14 agosto 1926. Regista. Tra i suoi film (su cui vedi anche più avanti), Pasqualino Settebellezze ebbe nel 1976 la nomination all’Oscar per la regia e la sceneggiatura. Nel 2007 ha curato la regia lirica de Le nozze di Figaro di Mozart a Viterbo (una decina d’anni dopo la Carmen al San Carlo di Napoli). Nel 2008 ha diretto in teatro La vedova scaltra di Goldoni. Nel 2010 ha ricevuto il David alla carriera. «Se in Paradiso si dovesse stare da soli, preferisco non andarci».

• Discendente da una nobile famiglia svizzera, figlia di Federico, giornalista nato a Palazzolo San Gervasio (Potenza) costretto a cambiar mestiere per le sue idee antifasciste (divenne avvocato). Madre romana. Infanzia nella capitale, quartiere borghese di Prati, fu cacciata da undici scuole per cattiva condotta. Trascinata da Miriam Mafai, s’infiammò alle manifestazioni politiche degli anni Quaranta: «Eravamo delle ragazzine, leggevamo tanto. La mia prima volta, al processo di Sasà Bentivegna, partigiano dei Gap, imputato davanti al tribunale militare, urlavamo» (a Barbara Palombelli). Al liceo Cicerone incontrò Flora Carabella, futura moglie di Marcello Mastroianni con cui s’iscrisse all’Accademia teatrale diretta da Pietro Scharoff.

• Già animatrice e regista degli spettacoli dei burattini di Maria Signorelli, fu aiuto regista di Fellini per Otto e mezzo, nel 1963 fece il suo esordio dietro la macchina da presa con I basilischi (premiato al Festival di Locarno), nel 1964 diresse per la tv il Giamburrasca con Rita Pavone. Poi Mimì metallurgico ferito nell’onore (1972), Film d’amore e d’anarchia: ovvero stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza (1973), Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto (1974) ecc.

• Sull’abitudine (poi in parte abbandonata) di dare ai suoi film titoli lunghissimi: «I produttori volevano titoli brevi perché secondo loro funzionavano di più, e io invece glieli facevo lunghi. Per uno scherzo quasi ottocentesco; mi divertiva che non se li ricordassero tutti» (da un’intervista di Silvana Mazzocchi).

• Dopo una serie di film di non grande risonanza (tra questi nel 1984 Sotto… sotto… strapazzato da anomala passione, su cui vedi Veronica Berlusconi), nel 1990 diresse Sabato, domenica e lunedì, con Sophia Loren, che ottenne un grande successo. Poi Io speriamo che me la cavo (1992), dall’omonimo libro di Marcello Dell’Orta, che fu accusato di dare un’immagine del Sud distorta e da terzo mondo: «In alcune zone del Napoletano dove l’ignoranza invece, è una cosa seria, vorrebbero linciare scrittore e regista con crudele piacere» (Pietrangelo Buttafuoco). Seguono Ninfa plebea (1996) e Metalmeccanico e parrucchiera in un turbine di sesso e politica (1996).

• Comunista fino al 1956, dopo i fatti d’Ungheria si allontanò dal Pci. «Essere di sinistra era, ed è stata per cinquant’anni, una moda culturale, ma anche una necessità per fare parte del giro giusto». Già craxiana, non le dispiace Berlusconi. Gli americani la idolatrano, per Henry Miller come regista era meglio di qualsiasi uomo. Goffredo Fofi definì molti suoi film «bidoni pieni d’immondizia» (la regista gli chiese un risarcimento miliardario, poi archiviato perché la querela fu presentata dopo i tre mesi previsti dalla legge). Tullio Kezich ha inserito I basilischi tra i film della sua vita. Per Lietta Tornabuoni «Wertmüller è una dei rari registi nostri che abbiano il senso e l’amore della bellezza d’Italia».

• Nel 2004 il suo Peperoni ripieni e pesci in faccia, con Sophia Loren, ottenne il contributo più alto mai versato dallo Stato a un film: 3 milioni e 718 mila euro. Al botteghino, nell’estate 2005, ne incassò 6 mila 567.

• Vedova del pittore, scenografo e scrittore Enrico Job (1934-2008, stavano insieme dal 1965): «Ho avuto il dono di stare con lui 44 anni, siamo stati due compagni di gioco». «All’epoca (del matrimonio, ndr) circolò la battuta “per sposare Lina ci voleva la pazienza di Job”, ma a sorpresa l’unione tra queste due persone immerse in una sorta di ammirazione reciproca riuscì felicissima pur nella diversità di gusti e abitudini» (Kezich).

• Una figlia, Maria Zulima (Marsiglia 17 gennaio 1991), attrice in Francesca e Nunziata (interpretava un’orfanella).

• «Cambierei tutto di me: vorrei gambe lunghe, occhi azzurri. Insomma tutto diverso, tranne i piedi. Mi piacciono i miei piedi».

• Completando un precedente lavoro, nel 2006 pubblicò da Frassinelli la sua autobiografia, Arcangela Felice Assunta Job Wertmüller von Elgg Espanol von Braucich, cioè Lina Wertmuller, con cui vinse il premio Efebo d’oro (assegnato dai giornalisti cinematografici).

• Nel 2008 ha preso molto a cuore l’emergenza rifiuti a Napoli: «Ho chiamato il direttore del Tg1 Gianni Riotta e gli ho proposto di fare un documentario su questa storia tremenda (Monnezza e bellezza – ndr): un’analisi, non un processo, che parlasse sì della monnezza, ma anche della bellezza di Napoli. Due giorni dopo sono partita con Francesco Branchitella, del Tg1, e con il sociologo Domenico De Masi. Sono convinta che sia pericolosissimo come i media hanno trattato l’argomento, il danno d’immagine alla città è più grave di quello fatto dai rifiuti da soli» (da un’intervista di Rita Cirio). Sempre a Napoli è ambientato il suo film, Mannaggia alla miseria, girato nell’estate 2008. Nel 2013 ha recitato un cameo nel film Benvenuto Presidente, con Claudio Bisio, regia di Riccardo Milani.

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3 replies

  1. Mi sento tanto Convulso!
    Ok, oggi a pranzo dai miei.
    Tg1: 1/33333333 per la compianta
    (con tutto il rispetto)
    1/33333333 per decantare le gesta degli atlantisti Pdc e il ministro degli esteri
    per la scarcerazione del povero ragazzo Egiziano, più un surplus per mettere l’accento sulla finezza di stile e comunicazione acquisita dallo stesso ministro accanto a Tajani
    1/33333333 per intimorire il popolo
    e “stimolarlo” a bucarsi.
    Tutto il resto è noia!

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  2. Rip, ho sempre trovato questa donna intelligente e simpatica, “Mimì metallurgico” e “bottana industriale” chi se li dimentica.
    Donna di grande creatività.

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