L’epoca dei lockdown

(Pietro Emanueli – it.insideover.com) – Lockdown è un anglicismo traducibile come confinamento, o chiusura, che è entrato nel vocabolario degli italiani nel corso del 2020, in occasione delle quarantenizzazioni su larga scala operate dal governo Conte per limitare la diffusione del Covid19.

Con lo scorrere del tempo, su ispirazione del laboratorio Italia – a sua volta influenzato dalla “strategia zero casi” della Repubblica Popolare Cinese –, la pratica dei confinamenti generalizzati, quando circoscritti ad una città o quando ad un’intera regione, si è estesa a macchia d’olio in gran parte dell’Occidente e della sfera culturale dell’Asia orientale, diventando un elemento integrante e distintivo della cosiddetta età della nuova normalità.

Avendo piena cognizione delle difficoltà di accostumare delle società allevate ai culti dell’individualismo e delle libertà negative a delle misure coercitive senza precedenti in tempo di pace, quali le chiusure e i coprifuochi, le classi dirigenti delle liberal-democrazie hanno affidato a orientatori, tecnici e stampa l’arduo onere di dotare di legittimazione dogmatica la straordinarietà divenuta ordinarietà e l’eccezione diventata norma. Ed è così, tra compressione delle libertà fondamentali, lockdown e sorveglianza di massa, che la pandemia ha illustrato quanto facilmente può morire una democrazia liberale.

Il primo lockdown

In principio furono Boston e Bruxelles, rispettivamente nell’aprile 2013 e nel novembre 2015, a provare l’ebbrezza della chiusura totale in tempo di pace. L’ordine di serrata, in entrambi i casi, fu proclamato per fronteggiare la minaccia del terrorismo, nello specifico quello di stampo islamista.

Bostoniani e bruxellesi non potevano credere ai loro occhi – negozi chiusi, scuole chiuse, ogni attività ricreativa e di intrattenimento interrotta, trasporto pubblico congelato –, ma non avevano altra scelta: era per il loro bene. Se avessero violato quel regime speciale, introdotto in via eccezionale e temporanea, sarebbero stati giudicati severamente dal resto della società e malvisti dai loro governanti. Del resto, non avendo nulla da nascondere, perché avrebbero dovuto violare quell’ordine?

I bostoniani sperimentarono quel clima di guerra soltanto per un giorno, il 19 aprile, prestandosi volentieri all’autoreclusione nell’attesa che le autorità catturassero gli attentatori della Maratona. Ai bruxellesi, invece, andò peggio: furono obbligati ad un duro coprifuoco per sei giorni – 21, 22, 23, 24, 25 e 26 novembre – a causa della paura di un remake del Bataclan nel cuore pulsante dell’Unione Europea.

Durante i primi quattro giorni – quelli caratterizzati dal livello di allerta più alto –, sebbene nessuna guerra fosse in corso, Bruxelles fu resa impermeabile e quasi inattraversabile. Più di mille agenti di polizia furono dispiegati, notte e giorno, a garanzia che i bar chiudessero all’ora prestabilita e che tutti gli abitanti rispettassero quella compressione della libertà di movimento senza precedenti nella storia dell’Europa post-seconda guerra mondiale. I poliziotti, per di più, non erano da soli: facevano loro compagnia le forze armate, impegnate in punti-chiave come il centro storico e le stazioni di treni e metropolitane.

La grande stampa all’epoca, lungi dall’appoggiare la drastica decisione del governo belga, reagì con sdegno, talvolta con sarcasmo pungente, dando voce, spazio e risalto allo scetticismo e alla critica. Nel documentare quella surrealità – la polizia chiese persino il permesso di oscurare temporaneamente social media e social network –, il quotidiano israeliano Haaretz parlò di “atmosfera di guerra”, di una “città morta”. E ancora più duro fu Politico, il megafono dell’Ue, che, raccontando dell’emergenza terrorismo, del problema radicalizzazione e del lockdown, descrisse il Belgio come “uno Stato fallito”.

Ai bruxellesi fu consentito un graduale ritorno alla normalità a partire dal 25, giorno della riapertura delle scuole e di alcuni negozi e del ripristino del servizio metropolitano. Lo scetticismo rimase comunque nell’aria, permeandola totalmente, anche perché quel lockdown dettato dalla paura, a conti fatti, fu più dannoso che utile:

  • La stragrande maggioranza delle operazioni antiterrorismo effettuate nel corso del lockdown si sarebbe rivelata un fiasco: nessun ritrovamento di armi ed esplosivi. Delle 16 persone arrestate nel corso del 22, inoltre, 15 furono rilasciate qualche ora dopo. E una cosa simile accadde l’indomani, il 23, quando i giudici per le indagini preliminari ordinarono la rimessa in libertà di 17 dei 21 che erano stati fermati quel giorno.
  • 51 milioni e 700mila euro è l’ammontare che, secondo le stime più accreditate, hanno perduto giornalmente le attività commerciali della capitale.

Un lockdown per ogni stagione

Sembra trascorsa un’era dal primo lockdown, da quell’esperimento pionieristico di chiusura ermetica e controllata della società, eppure sono passati soltanto sei anni. Sei anni, un tempo relativamente breve, durante il quale, però, ampie parti della politica occidentale hanno cominciato a guardare al lockdown, questo strumento antiliberale, come alla soluzione a tutti i loro mali. E il vero problema, in tutto ciò, è l’apatia dell’opinione pubblica dinanzi alla crescente de-democratizzazione dell’Occidente.

Emmanuel Macron, ad esempio, lo scorso anno, all’acme dell’ottobre di sangue, utilizzò la scusante inattaccabile dell’emergenza pandemica – sino a quel momento relegata ai margini del dibattito pubblico – per proclamare un mese di coprifuoco. Una mossa scaltra, quella di Macron, che gli permise di riportare la calma nella nazione e, simultaneamente, di silenziare ogni critica.

Il punto è che quando l’eccezione diventa la regola, in questo caso quando le misure di guerra diventano la norma in tempo di pace, tutto, anche l’insensato, può essere giustificato nel nome di una presunta necessità. Tutto, ma proprio tutto, inclusa la lotta contro il cambiamento climatico. Cospirazionismo spicciolo? Tutt’altro: una proposta seria, originariamente lanciata nel marzo 2020 da Project Syndicate – una realtà legata all’Open Society Foundations e Fondazione Gates –, la cui visibilità è aumentata con il passare dei mesi, raggiungendo l’apogeo durante il COP26, e di cui certamente si sentirà parlare sempre di più.

Il futuro del mondo, in particolare di quello occidentale, si prefigura molto meno roseo ed utopico di come lo avevano immaginato i nostri predecessori. Si prefigura, al contrario, una realtà a metà tra l’Oceania di George Orwell e lo Stato mondiale di Aldous Huxley, trasudante sorveglianza di massa, autocensura e confinamenti. Una realtà dove tutto è lecito, e dove tutto trova accettazione, anche delle ossimoriche privazioni di libertà nel nome della libertà.

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3 replies

  1. certo che sono tutti bravi a dire che non è successo nulla ed altrettanto è stato trovato, dopo

    dirlo durante, invece, è meno eroico, infatti nessun giornalista si permette di farlo

    basta guardare cosa è successo alle partenze in un aeroporto americano nei giorni scorsi
    hanno sentito uno sparo e tutti erano a pancia a terra

    il giornalista eroico sopra, il giorno dopo, ci avrebbe raccontato che il colpo era partito
    accidentalmente da una pistola detenuta illegalmente da un pregiudicato che, non si capisce il motivo
    visti i controlli esistenti, voleva portarsela appresso.
    inutili i controlli a tappeto tra i vari gate, ci racconta sempre l’intrepido cronista, visto che non hanno trovato nulla
    ed anche i fermati, al controllo bagagli, sono stati prontamente rilasciati
    e che l’aeroporto c’ha perso quasi un milione, tra spese dirette e quelle indirette, per ripristinare la situazione precedente

    nelle università, i plessi dedicati alla formazione di tali inutilità, sono da radere al suolo e poi
    da cospargere con il sale grosso

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