Dal “patto della crostata” a quello delle “pere cotte”, quando la politica si decide a tavola

(adnkronos.com) – Sardine, vongole, crostate, spigole, arancini, pajate e tagliatelle. E’ a tavola, si sa, che si decidono per lo più i destini della politica nostrana, si fanno e disfanno alleanze, si inciucia e si servono piatti avvelenati. Era così nella prima e nella seconda Repubblica, lo è anche adesso, nel post lockdown. E’ lunga la serie di accordi di partito siglati al ristorante o a casa di qualche leader. L’ultimo, ribattezzato il ‘patto delle pere cotte’, è stato siglato mercoledì scorso da Silvio Berlusconi Matteo Salvini e Giorgia Meloni a ‘Villa Grande’, nuova residenza-ufficio dell’ex premier nella Capitale. Lo spunto per il titolo giornalistico stavolta è offerto dal dessert servito ai leader del centrodestra a fine pasto, pere al vin brulè con ‘contorno’ di marmellata. Diventate subito sigillo mediatico dell’ok di Forza Italia all’asse sul maggioritario con Lega e Fdi in cambio del sostegno degli alleati alla candidatura del Cav al Colle.

Celebre è rimasto nella cronaca culinaria-politologica l’incontro, il 23 dicembre del ’94, nella casa romana di Umberto Bossi all’Eur, tra il segretario leghista e i segretari del Pds e del Ppi, Massimo D’Alema e Rocco Buttiglione. Qui verrà sancito il ‘ribaltone’ (la Lega nord lascerà Forza Italia) con l’appoggio esterno al successivo governo tecnico guidato da Lamberto Dini. E’ il cosiddetto patto delle sardine, chiamato così perché alla richiesta del Senatur se i due ospiti avessero fame, Bossi offrì quello che aveva nel frigorifero in quel momento: sardine in scatola, lattine di birra, di Coca-Cola e pancarré. D’Alema anni dopo preciserà che allora “preferì digiunare e quel frugale pasto fu consumato solo da Bossi e Buttiglione”.

Nell’estate dello stesso anno D’Alema e Buttiglione si rividero, ma stavolta per un faccia a faccia, a Gallipoli e al ristorante di pesce ‘il Bastione’ ‘firmarono’ quello che passò alla storia come il ‘patto delle vongole’. I leader dei due partiti dell’opposizione al primo governo Berlusconi, pranzano insieme e alla fine dissero ai giornalisti: ”Pesce, politica, filosofia con brindisi al doppio turno”, riferendosi alla riforma della legge elettorale. Ma l’accordo per antonomasia risale al giugno ’97, quando nel periodo della Bicamerale per le riforme, si sono ritrovati a cena a casa di Gianni Letta i leader dei maggiori partiti: Berlusconi, Gianfranco Fini, D’Alema e Marini. Attorno a una crostata che, secondo una tradizione mai ufficialmente confermata, venne preparata dalla signora Letta come dolce, fu raggiunta un’intesa di non belligeranza tra centrosinistra e centrodestra per avviare le riforme costituzionali che prevedeva un governo di tipo semipresidenziale e una legge elettorale maggioritaria a doppio turno. D’Alema, in particolare, si impegnava a non spingere sulla legge per il conflitto di interessi e il leader azzurro prometteva di proseguire i lavori della Bicamerale fino all’accordo finale.

Nel dicembre ’97 è Fini a definire ‘patto della frittata’ il tentativo di accordo tra Berlusconi e Walter Veltroni sulla legge elettorale, regista dell’operazione, ancora una volta, Gianni Letta. L’11 dicembre del 2007, resta un’altra data significativa per i rapporti tra maggioranza e opposizione. Alla posa della prima pietra della ‘Nuvola’ di Fuksas all’Eur Letta e Walter Veltroni si appartano, sullo sfondo i lavori del cantiere con una grande ruspa. In ballo c’è sempre la riforma della legge elettorale. Quell’incontro fu ribattezzato dalla stampa come ‘patto della ruspa’. Nell’estate del 2008 protagonista è ancora una volta il pesce: Fini e D’Alema pranzano a base di spigole per valutare la possibilità di portare avanti una qualche iniziativa politica comune. Questo incontro, però, risulterà meno noto, rispetto a quello avvenuto l’anno dopo, nello studio di Montecitorio dell’allora presidente della Camera Fini, in cui il leader di An discusse di giustizia con Berlusconi per due ore per chiarire le tensioni sul futuro del Pdl, consumando un menu leggero, a base di pesce (spigola al vapore appunto) e frutta di stagione.

“Meno incontri conviviali attorno ad una tavola imbandita e più unità”, diceva Berlusconi ai suoi, sollecitando un nuovo corso nei rapporti interni al Pdl. Ma discutere di maggioranze, governi, riforme e provvedimenti di legge davanti a una ‘cofana’ di spaghetti o ad una tartare di filetto è rimasto un tratto caratteristico della politica made in Italy. Nell’ottobre del 2010, infatti, va in scena la ‘pax della pajata’. Fu quel pranzo a base di polenta, rigatoni con la coda alla vaccinara, cicoria, vino dei Castelli e acqua romana offerto dall’allora sindaco di Roma, Gianni Alemanno, a favorire la riconciliazione con il ministro delle Riforme Bossi dai tempi di ‘Roma Ladrona’.

Nel novembre del 2017, è la volta del ‘patto dell’arancino’, che ricompattò, in vista delle politiche, in un ristorante di Catania, Salvini, Meloni, Berlusconi e Lorenzo Cesa. Erano presenti il candidato governatore della Sicilia Nello Musumeci e il ‘designato’ assessore Vittorio Sgarbi. Della serie quando la politica si fa a tavola, è stato davanti a un vassoio di tagliatelle che il 22 ottobre 2018, a Roma, il vertice governativo giallo-verde, formato dall’allora premier Giuseppe Conte e dai suoi vice Salvini e Luigi Di Maio ha ‘rinnovato’ l’intesa politica con una sorta di ‘tagliando culinario’.

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