Verdi arcobaleno

(Marcello Veneziani – La gazzetta di Parma) – Ci sono due modi di stuprare la cultura, la storia, l’arte, i grandi del passato: uno è quello di distruggere opere, tracce e memorie, secondo il delirio giacobino della cancel culture che si accanisce contro statue, monumenti e pagine di storia. L’altro è quello di adattarli al nostro tempo, forzarli nella nostra attualità, costringerli a vestire i panni del nostro conformismo e delle sue mode, fino a renderli ridicoli.

Un’operazione miserabile di questo tipo è stata lanciata a Parma per il Festival dedicato a Giuseppe Verdi. Un Verdi trans, in gonna e giacchino fucsia, travestito da Queer, ridotto alla banalità del nuovo conformismo lgbtq+, il nuovo catechismo dei nostri giorni, usato per rilanciare il solito ossessivo refrain sulle identità e i gender. Che un artista ansioso di farsi notare, di far parlare di sé, possa usare questo espediente rientra nella routine della meschinità. Di solito l’assenza di talento viene compensata col pretesto di “provocare”, di richiamare l’attenzione con atti osceni, blasfemi o stupidi che hanno la parvenza della stravaganza ma assecondano i nuovi luoghi comuni.

Ma è grave che a questi stupri si presti un teatro di grande prestigio e di lunga tradizione, e il Festival dedicato a Verdi. Secondo la direttrice del Teatro Regio di Parma, che è pure direttrice artistica del Festival Verdi, AnnaMaria Meo: “La Queer night vuole rendere omaggio alla modernità di Verdi” e al suo anticonformismo. Con la scusa della modernità, si violenta la figura di Verdi, la si riduce al metro piccino e al vezzo frou frou dei nostri giorni, lo si piega al nuovo bigottismo ideologico rivestito di frivolezza e finta trasgressione.

Proprio perché Verdi era anticonformista, non possiamo costringerlo a seguire il conformismo del nostro tempo e sottoporlo al petulante catechismo omotransgender proposto in tutte le salse e in tutti i contesti.

Sappiamo quanti scempi si stanno compiendo da alcuni anni sulla cultura classica su opere e personaggi antichi ridotti ai canoni piccini della contemporaneità e alle sue mode più banali. Ritenere poi che questi espedienti, queste banali civetterie travestite di creatività e di trasgressione servano per avvicinare i giovani a Verdi e all’opera, significa avere una considerazione pessima sia della musica e dei musicisti che dei giovani e della loro sensibilità. Ma davvero pensate che un Verdi trans possa suscitare nei giovani attenzioni e perfino ammirazione altrimenti negate alla sua musica, in virtù della sua appartenenza alla sua epoca e ai suoi costumi? Allora, se questo è il metodo, per avvicinare alla storia, alla religione e alla letteratura, travestiamo pure Giulio Cesare e Gesù Cristo, Omero e Dante, e tutti i grandi del passato? E che dire dei filosofi, trasformiamo Platone in Platinette, e gli artisti li mandiamo tutti al gay pride per renderli più attuali e più interessanti? Per svegliare interesse verso il loro pensiero, la loro arte, le loro imprese, li travestiamo tutti da Queer?

Non è propriamente da idioti ridurre tutto ciò che è alto, grande, lontano, alla piccineria di chi guarda, al suo habitat, ai suoi giorni e alle sue mode?

Un tempo si diceva saggiamente che siamo nani sulle spalle di giganti. Ora i nani sono scesi dalle spalle dei giganti e pretendono di nanizzare pure i giganti, per livellare tutti alla loro statura. Così finiscono le civiltà e di loro resta solo la caricatura.

4 replies

  1. Se c’è un musicista non “anticonformista” è Giuseppe Verdi. Le sue opere sono tutte costruite su libretti di donne preganti, morenti per amore e punite per aver osato “trasgredire”. Assolutamente sopravvalutato dalla propaganda codina e dal gusto del tempo che, assieme a Manzoni, lo ha imposto al pubblico per motivi di restaurazione catto moraleggiante, in opposizione alle idee laiche di Mazzini e C.
    Purtroppo l’ insistere con Aida e Simon Boccanegra per non parlare del Requiem…riduce i Teatri a dominio assoluto di teste bianche ed “esperti” in attesa dell’ aria famosa del tenore e del soprano. C’è tutto un mondo di musica per la scena intorno ma noi siamo ancora per lo più lì: Carmen è lontana e femminista ante litteram, Wagner è nazista ( e troppo innovativo per le orecchie alla buona di noi Italiani) , Strauss ha la fama di operettista, i Francesi sono “francesi” e Mozart… è Mozart, difficile da cantare e rendere come merita. Non siamo Austriaci.
    Quindi che si fa per far digerire Aida? Si mettono in scena gli elefanti, si esagera con le fanfare o si traveste da trans il povero, cattolicissimo, morigeratissimo Bussetano. Così si dimostra di essere “di sinistra” , si paga pegno cioè a chi ci ha messo lì, si fa “strano” (a dire la verità abbiamo ormai visto di tutto e strane sono diventate le messinscene di Zeffirelli) e qualcuno abboccherà. Infatti ne stanno ( ne stiamo) parlando. Del manifesto, non della musica.
    Una “modernizzazione” di un compositore che, per temi e melodie, a tutto si presta meno che ad essere modernizzato. Ma un paio di stivaloni nazisti magnificati dalla pletora di giornalisti compiacenti non si nega a nessuno. Siamo di bocca buona a quanto pare…
    E poi piangiamo se i teatri si vuotano e l’ educazione musicale nel “Paese della musica” è quella che è. Cioè zero.
    Ma i trans vanno alla grande.

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  2. Dio patria e famiglia : questo è Veneziani.E la baracconata del Verdi travestito è l’altra faccia della medaglia.Inutile Carolina ricamarci sopra. È la solita sindrome sulla sinistra culturalmente dominante che agita i sonni di Marcellino.La sinistra è evanescente e rincorre la destra.Punto. può giusto travestirsi Verdi. E fermarsi lì.Poi assieme alla destra partorisce una schiforma della giustizia.Tranquillo Marcellino e Carolina,questa sinistra è innocua

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  3. Lasciamo Veneziani per un attimo ai suoi deliri, ma oggettivamente questa locanda di Verdi fa schifo, molto. Un’inutile buffonata da parte di incapaci.

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  4. Siamo un Pese così a corto di idee, dove la noia e il conformismo sono i veri sovrani, che abbiamo stravolto Verdi. Un Paese che non ha la forza e la capacità di vedere il reale e il contemporaneo. E questa “trovata” ne è, secondo me, uno dei tanti sintomi.
    Più che una nazione mi sembra di stare sulla scena di un re-make. Fatto anche male.

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