C’era una volta l’America “poliziotto del mondo”

(Federico Rampini – repubblica.it) – Due Americhe si scontrano per decidere la strategia internazionale di Joe Biden. La débacle dell’evacuazione afghana e il dibattito se far slittare il ritiro a dopo la data fissata del 31 agosto, le ha fatte uscire allo scoperto.

L’impressione di isolamento del presidente, è accentuata dal fatto che la “prima America” si compatta contro di lui. È quella che un ex-generale, il vincitore della Seconda guerra mondiale sul fronte europeo, definì nel 1961 “il complesso militar-industriale”.

Quella formula coniata dal presidente repubblicano Dwight Eisenhower è stata riesumata da Barack Obama nelle sue memorie, a proposito degli scontri memorabili che si consumarono alla Casa Bianca dal 2009 in poi sulla guerra in Afghanistan.

Il “complesso militar-industriale” è molto più di una lobby. Il Pentagono con 715 miliardi di bilancio ordinario gestisce una macchina bellica le cui risorse superano quelle dei dieci Paesi successivi sommate; molto di più è l’indotto economico di tutte le aziende che gravitano attorno; l’indotto politico creato dall’abile disseminazione di basi militari e aziende belliche in quasi tutti i collegi elettorali del Congresso.

Poi c’è l’élite che attorno a questo sistema ha costruito un mondo parallelo di think tank, consulenze private, cattedre universitarie. È l’establishment globalista, organico a una visione bipartisan del ruolo “imperiale” degli Stati Uniti, contro cui Joe Biden si scontrò invano nel 2009-2016.

L’allora vicepresidente di Barack Obama tentò di contrastare le strategie afghane del Pentagono e fu sconfitto. La compattezza bipartisan dell’establishment globalista ebbe come simbolo la decisione di Obama di confermare come segretario alla Difesa un repubblicano dell’era Bush, Robert Gates.

Oggi Biden è molto meno minoritario di allora, e non solo perché il 63% degli americani continua a sostenere il suo ritiro dall’Afghanistan nonostante la débacle dell’evacuazione. Lo shock dell’elezione di Trump nel 2016, la rinascita di una corrente isolazionista di destra nella politica estera, ha fatto uscire allo scoperto anche una nuova leva di democratici con una visione strategica molto diversa da quella che dominò sotto i vari Roosevelt, Truman, Kennedy, Carter, Clinton. Il ricambio generazionale e culturale ha portato alla guida del National Security Council il 44enne Jake Sullivan, fautore di “una politica estera nell’interesse dei lavoratori americani”.

Lo slogan può sembrare trumpiano, in realtà attinge a una corrente teorica che ha solide radici in campo democratico. Paul Kennedy cominciò in Ascesa e declino delle grandi potenze ad avvisare l’establishment americano contro i pericoli della hybris imperiale: ricordando quanti imperi del passato morirono di overstretching, collasso economico per l’eccessiva dilatazione della presenza militare.

Oggi un seguace di quella scuola, Graham Allison, applaude Biden: “Merita un elogio, prende un rischio calcolato per districare gli Stati Uniti da sforzi fallimentari in una missione sbagliata”.

Nella squadra di Jake Sullivan una lettura obbligata in questi giorni è The Long Game di Rush Doshi (altro giovanissimo esponente del National Security Council). È la ricostruzione della lunga marcia della Cina verso la sua potenza attuale: per decenni Pechino ha dissimulato le sue intenzioni, ha esibito modestia nello stile diplomatico, ha concentrato gli sforzi sulla costruzione della sua economia, ha evitato ambizioni irrealistiche e missioni inutili, ha minimizzato le aspettative degli avversari.

Un’altra lettura della nuova generazione ai comandi della politica estera s’intitola Le guerre commerciali sono guerre di classe: un riesame feroce del trentennio globalista in cui le grandi strategie di Washington furono dettate dagli interessi del suo capitalismo, non delle classi lavoratrici. Oggi Biden non a caso viene “riabilitato” da un’icona della sinistra radicale, la deputata Barbara Lee della California, unica a votare contro la guerra in Afghanistan ai tempi di Bush.

Lo scontro fra le due Americhe è ancora aperto, la disastrosa gestione del ritiro ha messo sulla difensiva le forze che sostengono Biden. Il loro problema numero uno: come fare capire a Pechino che l’abbandono di Kabul non è un via libera per l’invasione-annessione di Taiwan.

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12 replies

  1. […] per decenni Pechino ha dissimulato le sue intenzioni, ha esibito modestia nello stile diplomatico […]

    Forse perché oltre ad aver letto Sun Tzu (lo conosce anche Johnny Riotta), i cinesi lo hanno pure messo in pratica.

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  2. solo Taiwan?
    chi glielo spiega ai sud-coreani, giapponesi ecc..ecc. che gli USA li difenderanno ancora costi quel che costi?

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  3. Molinari: “Il rispetto dei diritti delle donne deve essere prioritario nell’approccio della democrazia ai talebani”
    (Repubblica it)

    Più di un elemento può portare alla conclusione che un modello accettabile per il direttore di repubblica sia quello prodotto dall’arabia saudita.
    Se così fosse, immagino che il direttore si possa sentire rinfrancato dall’essere in buonissima compagnia.

    Musica, va’

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      • Anche gli amerrreccani hanno letto Sun Tzu, sicuro sicuro.
        Hanno escalmato: bello! Una volta chiuso il volumetto e messo sotto al cuscino, si sono stirati un attimo per poi tornare subito a inventare mirini laser, visori notturni, bombe intelligenti (come loro), elicotteri d’attacco ecc ecc Tutta roba che hanno lasciato ai talebani, pagata dai contribuenti usa che sono ligi e fedeli.
        ✌️🥇

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  4. Di solito, se metto dischi, lo faccio a tema. Non faccio gare per esibire conoscenze, mai. Per gioco, forse..

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  5. leggo, ma non se se sia vero, la disinformacjia, e la propaganda, in fondo
    sono pure sempre esistenti, che

    “Il caos causato dai voli americani [per il rientro – n. mia] ha fatto sì che né i tedeschi, né gli olandesi,
    né i cechi potessero prelevare i propri cittadini dall’aeroporto di Kabul.”

    “Circa 400 persone, l’intera internazionale di europei dell’Est, sono bloccate
    in una sola base americana di Kabul.
    Lavoravano per gli americani con un contratto, facevano la guardia alla prigione in cui erano tenuti i talebani.
    Ora i talebani sono stati rilasciati, hanno portato via le armi, ma finora, in generale, non si sono offesi
    [ovvero non hanno reagito contro chi li deteneva – n. mia].”
    – pare che questi ultimi siano in procinto d’essere prelevati, o sono già stati, dai russi. –

    “Gli americani hanno abbandonato non solo le persone in Afghanistan, ma anche aerei da combattimento,
    elicotteri, veicoli corazzati e armi [di cui ho già detto – n. mia], ed ora sorgono le domande sul perché
    l’abbiano fatto” [in fondo se non volevano lasciarle, e non potevano portarle via, potevano distruggerle,
    o danneggiarle, rendendole inservibili – gli dai fuoco, le mini, ne porti via delle parti, le strade sono tante – n. mia]
    “Sembra che abbiano deliberatamente lasciato centinaia di milioni di dollari in armi in cambio
    di alcuni accordi segreti conclusi alle spalle dei partner della NATO.”

    “Da molto tempo, negli Stati Uniti, si stavano elaborando vari piani per accordi unilaterali con i talebani.
    Già nel 2010, il Carnegie Endowment for International Peace pubblicò un rapporto che discuteva
    una varietà di opzioni per la riconciliazione con i militanti: dalla divisione delle province
    tra il governo filoamericano e i talebani”
    “Nel 2018-2020, l’ex ambasciatore degli Stati Uniti in Afghanistan, Zalmai Khalilzad,
    per conto dell’amministrazione Trump, ha condotto negoziati segreti con i rappresentanti dei talebani.
    Si sono conclusi con un accordo con i talebani nella primavera del 2020.
    Era puramente un’iniziativa di Washington e la Casa Bianca non ha in alcun modo rivelato i suoi piani
    ai suoi alleati europei della NATO.”
    “Nel 2021, il segretario di Stato Anthony Blinken richiamò costantemente le autorità pachistane e,
    a giugno il capo della CIA William Burns volò a Islamabad.
    Il Pakistan nutre praticamente ufficialmente i talebani.
    Tutti erano interessati a ciò che il signor Burns aveva concordato con le autorità pachistane,
    ma il contenuto dei negoziati era riservato.”

    giusto per non credere che ci fossero dei puri Cadorna a gestire il tutto, in fondo agli usa
    conviene il caos di talebani armati e di profughi che scappano,
    – mette nei problemi le nazioni vicine Cina, Pakistan (meno), Iran, le Ex CCCP, tutte con popolazioni coraniche
    ma diverse dai talebani (e pure tra loro) e che possono esserne destabilizzate se prendesse piede l’idea
    del califfato esteso (possibile grazie alle armi)
    – mette nei problemi le nazioni dell’EU che, o accettano i profughi, o passano per “cattivi alleati (degli Afghani)”

    anche se c’è chi la vede differentemente
    “Dopo l’Afghanistan, il mondo americano (Pax Americana) è finito, così come la NATO”,
    scrive il famoso analista britannico Simon Tisdall.
    Insieme all’influenza militare in Europa, sta scomparendo anche la morale: il “soft power” che forniva agli Stati Uniti
    l’egemonia in varie regioni del pianeta.
    La sconfitta in Afghanistan è stato il prologo al ripensamento del ruolo degli Stati Uniti nel destino europeo.”

    “che realtà sarebbe una guerra contro la Russia, ad esempio, quando
    in effetti, la Nato non aveva nemmeno diverse migliaia di soldati per coprire la ritirata dall’Afghanistan,
    si lamenta il comandante, che ha chiesto di rimanere anonimo, in un’intervista al Financial Times.”

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