Al via il Grande Reset dei diritti del lavoro

(Anna Lombroso per il Simplicissimus) – Avevamo sottovalutato la personale interpretazione del memento mori a cura del presidente del consiglio, pensando fosse la sparata propagandistica di un piazzista di vaccini che deve portare a casa i risultati pretesi dall’azienda.

Potrebbe trattarsi invece di qualcosa che ha a che fare con  una spiritualità piagnona e penitenziale intesa a ricordare a un popolo dissipato e libertino che piaceri e beni sono effimeri,  che siamo qui per caso e per poco, e che così è meglio prepararsi al più grande reset, quello che dovrebbe seguire l’Apocalisse.

Eh si, siamo tutti occasionali, estemporanei, salvo qualche uomo della provvidenza inviato a predisporre la liquidazione finale, quindi è possibile che abbia voluto raccomandarci con le parole e gli atti di adattarci alla precarietà, coglierne i frutti, pochi, sudati ma subito, invece di inseguire sogni di sicurezza e benessere garantiti e duratori che – come si è visto- sono illusori e sotto continue prossime minacce.

Sarà da interpretare così la doverosa rivisitazione del decreto dignità, sgradito a cominciare dal nome che rievoca atteggiamenti, aspettative e prerogative incompatibili con la crisi sanitaria, effettuata grazie ad alcune misure promosse e accolte con entusiasmo dalla maggioranza e dai suoi suggeritori a Viale dell’Astronomia (“il legislatore ha accolto una proposta avanzata da lungo tempo da noi, dicono compiaciuti) ma che non hanno avuto eco di stampa, impegnata a seguire l’adozione del certificato di cittadinanza prossimo a diventare libretto di lavoro e a glorificare altri successi nazionali, quelli olimpionici alla pari con le vittorie oligarchiche sul campo della lotta al Covid.

E difatti la conversione in legge (nr. 106), con modificazioni, del decreto legge 25 maggio 2021 nr. 73 (c.d. Sostegni-bis), si colloca nel contesto delle disposizioni per fronteggiare l’emergenza sanitaria e i suoi “effetti collaterali”, grazie a delle “sostanziali innovazioni”  in materia di rapporti di lavoro a termine suscettibili di favorire l’occupazione secondo quei paradigmi accettati universalmente: licenziamenti, contratti anomali, mobilità, espulsione di categorie parassitarie che non intendono aggiornarsi per  entrare nel novero del capitale umano.

Forse ricorderete che dovevamo il decreto dignità al governo Conte 1, esecutivo “di coalizione” nato da un accordo tra Movimento 5 Stelle e Lega, che oggi sono parte attiva della maggioranza governativa. E che uno degli aspetti caratterizzanti del provvedimento consisteva nella modifica del Jobs Act al famigerato articolo 19  sancendo che il contratto a termine non potesse avere – di norma – una durata superiore ai 12 mesi (pena la trasformazione in rapporto di lavoro a tempo indeterminato) e che solo in presenza di particolari condizioni potesse superare tale limite.

Il Decreto Dignità è il primo decreto non scritto da potentati economici e lobby“, dichiarò l’allora Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, oggi influente titolare del Ministero degli Esteri impegnato a garantire diritti e garanzie purchè lontano dai sacri confini patri. E che così non ha fatto sentire la sua voce dietro la maschera subacquea alla notizia  che grazie  a un emendamento del Pd (perfettamente coincidente con altri identici di Forza Italia, Lega e Fdi) e di una successiva aggiunta dei relatori M5s e Lega, da ora è legittimo prorogare i rapporti a termine senza indicare causali, in continuità ideale con il processo avviato con il superamento dell’art. 18, con il ciclo di 50 leggi e leggine intese a favorire la precarietà prodotte dal 2000 in poi, con la sostanziale cancellazione dell’ex rapporto di lavoro a tempo indeterminato, attraverso il cosiddetto “Contratto di lavoro a tutele crescenti”.

I datori di lavoro sono “moralmente” oltre che legalmente autorizzati a  stipulare e prorogare nuovi contratti a tempo determinato di durata superiore a 12 mesi senza – necessariamente – indicare una causale e, fino al 30 settembre 2022, anche con lavoratori che la stessa azienda abbia già impiegato a termine per due anni, allo scopo ad alto contenuto  “sociale” di favorire la ripresa dopo l’emergenza pandemica, diventata ormai permanente come sarà l’applicazione delle nuove disposizioni che non verranno meno anche qualora venisse raggiunto l’obiettivo di recuperare gli standard occupazionali pre-Covid.

E dunque il processo di “restaurazione”  del dettato del Jobs Act,  aggiunge alle ipotesi già previste: esigenze temporanee e oggettive, estranee all’ordinaria attività, ovvero esigenze di sostituzione di altri lavoratori, oppure esigenze connesse a incrementi temporanei, significativi e non programmabili, dell’attività ordinaria, la possibilità di concludere accordi capestro della durata non superiore a 12 mesi e sempre nel limite massimo dei 24 mesi, “a fronte di specifiche esigenze previste dai contratti collettivi” (di qualsiasi livello).

Ormai sancito, sotto  l’egida del bancario di Dio, il patto osceno di partiti, movimenti, Confindustria e sindacati, assistiamo alla totale liberalizzazione dei rapporti a termine, svincolati da quei lacci e laccioli che impedivano la libera iniziativa.

Con il risultato esplicito di poter sostituire i lavoratori licenziati dopo la fine del blocco, con precari sempre più intimoriti e ricattabili, di moltiplicare i modelli di contratti anomali e capestro che rispondano alla visione dle Ministro del Jobs Act, quel Poletti che voleva che gli accordi stipulati non avessero come riferimento “l’ora di lavoro, ma la misura dell’apporto dell’opera” auspicando il ritorno del cottimo, ormai largamente applicato in molti settori nei quali l’estemporaneo dipendente è remunerato “a pezzo” proprio come nel caporalato agricolo o nel lavoro nero a domicilio.

Adesso sfido quelli che ogni giorno ridicolizzano i complottisti a negare che se non c’è stata cospirazione, macchinazione, strategia, il Covid abbia rappresentato e rappresenti con l’imposizione di stati di eccezione, leggi repressive e limitative dei diritti, censura, dolore e lutti,  l’occasione per aggiungere ai decessi della malasanità, dell’imperio vaccinale, dell’abbandono di malati cronici, della soluzione finale per gli anziani, la morte delle conquiste del lavoro, delle garanzie e delle prerogative. E insieme la soppressione del sistema di ammortizzatori sociali in coincidenza con la non ipotetica cancellazione del reddito di cittadinanza o della sua conversione il lavoro coatto a finalità sociali in modo da garantire che si allarghi l’esercito degli schiavi, green pass-muniti.

6 replies

    • Pssssst… Paola? Vieni qua, sssssss… Non farti sentire, parliamo pianissimo, ma sappi che se la si stuzzica poi Anna riparte in tromba con i vaccini terrapiattisti, invece qui, sui diritti delle persone e i doveri della collettivitá nei confronti delle scelte dello Stato in materia di diritti,dá il meglio di sé.

      Ssssssssssss… sennó le salta il ticchio di nuovo.

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  1. L’unica volta che ho letto Anna Lombroso e non ho mollato a un quarto del testo.
    “Grande reset “ rende perfettamente l’idea.
    Analisi azzeccata.
    Non so se e come ne usciremo .

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  2. Elon Mask e i suoi robot umanoidi saranno il grande reset.
    I robot non si stancano mai, non contestano e producono surplus che farà arricchire le aziende.
    I lavoratori che faranno?
    Finalmente avranno un reddito universale di cittadinanza e potranno fare palestra andare a correre, ma soprattutto consumare, consumare, consumare perchè la ruota continui a girare…

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