La Lega è divisa, niente festa di Pontida

(Mario Ajello – il Messaggero) – Le solite feste di partito, quest’ anno no. Ne resiste soltanto una, la Festa dell’Unità. E le altre? Niente Pontida. Niente Atreju. Che pure erano diventati appuntamenti fissi e cruciali della cerimonia politica, bussole per capire le strategie dei leader e dei partiti. Bisognerà aspettare, forse, il prossimo anno per queste due feste da migliaia di persone. Colpa del Covid che non va via? «Non è tanto questo», ammettono nella Lega, anche se distanziare e contingentare la massa dei militanti appassionatissimi che di solito si riversano su quel pratone carichi di tutto, tra birre, corna celtiche e tanto sudore, sarebbe esercizio non facile.

E allora perché niente Pontida? Perché la base è la base e nelle feste già celebrate, per esempio quella di Cervia, i toni di lotta, i proclami identitari, sono stati apprezzati dalla base più di quelli misurati, governativi, giorgettiani, draghisti. Popolo incontrollabile, rischi di creare problemi alla stabilità – una cosa è Salvini che attacca la Lamorgese, e un’altra è un’intera folla che grida di nuovo Nord, Nord, Nord e solo Nord o che mostra tutte le divisioni di un mondo leghista che in questa fase è un po’ spaesato tra voglia di lotta e costrizione di governo.

I parlamentari non fanno che dire: «Nessuna informazione su Pontida, stavolta salta». Eppure è strano perché il rito del sacro pratone potrebbe fungere, come lo è stato altre volte, da perfetto volano elettorale per il voto di ottobre. «Il problema è che siamo divisi», dicono diversi parlamentari: «C’è un nordismo di ritorno, una rinnovata voglia di quell’autonomismo finito ingiustamente in soffitta, che potrebbero rovinare la festa». E anche l’immagine del Carroccio che sta al governo ma che vive il governo – non è il caso di Giorgetti ma di molti altri sì, e di quasi tutti nella base – come una camicia di forza.

PALCHI RISCHIOSI

Tra gli organizzatori delle Pontide degli anni scorsi c’è chi ironizza: «Finiremo per andare alle feste dell’Unità». Quelle ci sono. Con Conte super-ospite alla festa nazionale di Bologna, il 10 settembre, ma la voglia diffusa di invitare il leader M5S in tutte le feste dell’Unità minori sparse sul territorio – a riprova di come il popolo dem ami il capo degli stellati – viene frenata dal quartier generale: «I 5 stelle sono nostri alleati, ma non esageriamo… ».

E comunque il fatto che resistono le feste dell’Unità, mentre le altre no, è anche perché quello è il partito del congresso permanente e le feste servono anche per preparare nuove leadership. Se Letta non vince nel collegio di Siena, e se per lui le amministrative vanno male, ne trarrà le conseguenze (parole sue), ovvero potrebbe mollare. E guarda caso quello che aspira al suo posto, Stefano Bonaccini, sarà il più presente nelle feste dell’Unità: non solo a Bologna ma in Toscana, Marche, Liguria, a Modena (sua città) insieme a Prodi. In tutto, 40 date. E non solo per amore del palco.

ITACA

Guardando di nuovo a destra, ecco la mancata Atreju. «Non si fa perché siamo impegnati tutti nella campagna elettorale in tutti i territori dove si vota», è la spiegazione di Giorgia Meloni. Eppure la super-festa iper-mediatica (basti pensare all’arrivo di Orban nell’ultima edizione pre-Covid) sarebbe stata una vetrina elettorale per il voto a Roma stupenda. Ma è una festa in cui parlano tutti e ci sono tanti invitati degli altri partiti, mica possiamo regalare loro un palco in pieno scontro elettorale!», dicono in FdI.

E così uno come Salvini, che nel settembre 2019 ad Atreju andò, stavolta senza neanche Pontida farà il super ospite a Itaca (il 5 settembre), l’evento più di riflessione che di popolo organizzato dalla Lega sotto un tendone a Formello ma aperto a tutti (anche ai dem nel confronto su Roma tra Roberto Morassut e Francesco Giro). Quanto ad Atreju, c’è chi in FdI con bonaria malizia così interpreta la sospensione. Sarebbe la riprova che Giorgia non vuole candidarsi (anche se non ha ancora ufficialmente sciolto la riserva) capolista nel voto di Roma. Sennò, non avrebbe rinunciato a un’occasione mediatica così ghiotta e capace di proiettarla anche internazionalmente come nuova madrina della Capitale.

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