Beppe & Giuseppe, persi nel bosco di Nemi

(Nicola Graziani – agi.it) – Ci risiamo: Bruto, anche tu? Perché la sfibrante lotta tra Grillo e Conte – è evidente, nessuno invochi copyright nell’interpretazione – altro non è se non l’ennesimo riproporsi del dramma incentrato sul tema della successione al potere. La qual cosa, in una cultura paternalistico-tribale dalla forte connotazione minoico-mediterranea come la nostra, si traduce inevitabilmente nel parricidio, vero o figurato.

Quindi sì, ci risiamo. Zeus che liquida Kronos, il quale a sua volta ha liquidato Urano segandogli, il farabutto, i genitali perché non abbia più possibilità di figliare suoi potenziali rivali. Ahia. (Nota il colto: comunque, grazie alla parte offesa caduta in mare, sgorgò dalle onde la più bella delle divinità, Afrodite. Risposta: sai che consolazione).

È questo fatto cruento che segna l’inizio del tempo, delle ere, delle successioni. Della vita, insomma. Freudianamente parlando, non c’è figlio che non cresca se prima non ha fatto a fettine il genitore. E se accadeva persino nelle famiglie borghesi della Vienna d’epoca, pretendete che non avvenga anche a Roma e dintorni? Eccome: avveniva e avviene. Due brevi esempi, di squisita fattura democristiana.

Primo esempio: è il 1956, congresso provinciale della Dc di Sassari. Colpo di mano di un manipolo di giovanotti, che a sorpresa si prendono tutto (segreteria politica, amministrativa, tutti i gangli del partito locale) e si lanciano verso la conquista della Capitale. Tanto per fare due nomi, tra quelli che subito vennero ribattezzati i Giovani Turchi: Francesco Cossiga e Beppe Pisanu.

Secondo esempio, quasi contemporaneo al primo. In Irpinia l’onorevole Fiorentino Sullo era l’uomo più in vista. Aveva persino dato il suo nome ad un progetto urbanistico nazionale ambizioso e forse persino immaginifico. Non a caso venne bocciato. Comunque non fu questa la sua fine. La sua fine venne quando un gruppo di giovanotti lo misero da parte con un colpo di mano vibrato nel nome del rinnovamento. Tra loro c’era Ciriaco De Mita.

Il quale De Mita, al congresso della Dc del ‘69, tentò la manovra anche a livello nazionale, con un altro puledro di razza a fargli da compare. Si chiamava Arnaldo Forlani.

SI chiuda l’incompleta rassegna con il Psi, ed il ricordo del tentativo di Claudio Martelli di cavalcare le prime avvisaglie di Tangentopoli per mettere in mora Bettino Craxi, fino ad allora l’indiscusso vecchio del branco. Al vecchio del branco bastò un editoriale sull’Avanti per rimetterlo al suo posto, ma non è detto che per Martelli si trattasse di una iattura. Infatti, quando Craxi uscì di scena, tutti accorsero ad acclamare il nuovo segretario socialista: il povero Ottaviano Del Turco, cui era stata rifilata la solenne fregatura.

Berlusconi la lezione l’ha appresa fin dall’inizio, e quando in questi anni un delfino si è affacciato all’orizzonte, è stato prontamente lui a segargli il quid. La qual cosa lo ha mantenuto al potere, ma ora che anche lui dà segni di stanchezza Forza Italia non ha nessuno disposto a garantirle il futuro, e Zeus deve tentare di vendere a saldo a Salvini, che tira sul prezzo.

Una villa al di sopra di ogni sospetto

Non si sfugge all’eterno e ciclico rincorrersi delle ere e delle stagioni. Non a caso Esiodo metteva tutto sullo stesso livello: teogonia e cura dei campi. Perché anche gli dei dormono e si risvegliano, ma non è detto che lo facciano seguendo i bioritmi degli esseri umani.

Se ne accorse per primo James Frazer, il padre dell’antropologia. Cento e passa anni fa raccontò che sotto Roma c’è un bosco, con un lago. Dal lago, ogni notte, mentre gli uomini dormivano, si alzava in volo una dea per andare a caccia con la sua muta di cani. A lei gli abitanti del luogo dedicarono il bosco ed eressero un santuario.

Nel bosco e nel santuario viveva poi un uomo, un Re che custodiva un ramo d’oro sacro a Diana cacciatrice. Viveva nel terrore, il poveretto: era uno schiavo fuggitivo che aveva acquistato la libertà uccidendo il precedente re-custode, a sua volta un ex schiavo fuggitivo. Prima o poi, a qualsiasi ora del giorno come della notte, sarebbe arrivato dal nulla un altro schiavo fuggitivo ne avrebbe preso la vita, la libertà e il ramo d’oro.

Ora, la digressione serve a capire che per i Romani valevano due cose. La prima è che i re vanno ammazzati; la seconda che il potere rende soli, monarchi e monadi, mentre in cambio concede terrore. Fu per questo che Giulio Cesare distrusse la villa che si era appena fatto costruire.

Infatti Nemi (è di Nemi che stiamo parlando, del lago e del bosco che ha in comune con Ariccia) era allora come oggi meta delle fantasie vacanziere del romano medio. Nel 50 avanti Cristo come nel 1950 dopo Cristo era tutto un farsi la villetta fuori porta, e Cesare una volta diventato un po’ ricco, mentre era in Gallia, dette ordine di costruire a Nemi il suo buon ritiro.

Tornò, fece fuori Pompeo e, rifiutando per tre volte la corona di Re decise di definirsi l’Elevato. “L’Elevato” in latino si dice Dictator. Lui fece aggiungere: “a vita”. Non si sa mai. E per questo fece distruggere la villa di Nemi dove non aveva dormito nemmeno per una notte.

Infatti si era detto: vuoi vedere che adesso a qualcuno viene in mente l’idea? Nel senso che la coltellata liberatrice al re del bosco di Nemi poteva, chi lo sa, arrivare dritta a lui, che Re di Roma per carità non era, ma tanto ci somigliava.

A cose fatte, si dimostrò che aveva ragione perché Bruto, traditore massimo, nelle convulse giornate seguite alle Idi di marzo non trovò di meglio che proporre a Cicerone e Lucio Cesare, parente alla lontana della Vittima, un bel convegno a carattere politico, da tenersi simbolicamente proprio a Nemi. Cicerone, che non era certo stupido, rifiutò con una scusa di aderire a quella “res odiosa”, che in latino vuol dire “porcata”.

E così ancora oggi, nel nome dell’eterno e ciclico mutare delle stagioni e della commedia umana, assistiamo all’elevato che si ripara dal fuggitivo, nascosto negli anfratti della selva, pronto al parricidio nel nome della continuità di un potere solitario. O, almeno, della sopravvivenza politica. Persi nel bosco, l’uno come l’altro.

Perché magari il ramo d’oro non c’è più, ma in politica il vuoto non esiste e prima o poi qualcuno lo colma. Vicino ad Ariccia, per chiudere il racconto, viveva un giovane che avrebbe letteralmente seppellito tutti: Cesare, Bruto e persino Cicerone. Sarebbe diventato macché Re: Principe e Imperatore.

Si chiamava Ottaviano. Ma non era Del Turco.

6 replies

  1. GIACOMO SALVINI
    Un tempo, poco prima delle elezioni del 2013 e del boom del M5S, era il “Benito Grillo” che in pochi giorni era passato “da profeta a
    d itt at or e ” (Il Giornale), “il Duce Beppe” (Libero), “lo squadrista che fa paura”(Giuliano Ferrara). Il Giornale di casa Berlusconi, oltre a ricordare “l’omicidio” di Limone Piemonte, lo accostò anche a “B in L aden” e “all ’Is l a m” solo perché la moglie Parvin Tadjk è di origine iraniana. Due mesi fa, invece, dopo il video choc in cui aveva difeso il figlio Ciro accusato di stupro, non lo avevano risparmiato: “Il suicidio di Grillo”, titolava il 20 aprile il Giornale; “Grillo infanga una ragazzina”, gli faceva eco Il Temp o, mentre La Verità di
    Maurizio Belpietro ci andava giù ancora più pesante: “Grillo stupra la giustizia (e anche un po’le donne)”. Oggi, tutto d’un tratto, è tutto dimenticato: per i giornali e i leader del centrodestra, Beppe Grillo è diventato un politico da stimare. Un punto di riferimento da elogiare. Quasi uno statista. Perché? Perché ha avuto il merito di bloccare la corsa alla leadership del M5S di Giuseppe Conte.
    DOPO IL POST di martedì in cui Grillo ha accusato l’ex premier di non avere “né visione politica, né capacità manageriali, né capacità di inn o va z i o n e ”, ieri è scattata la ola della destra che ha esultato per la mossa del Garante che ha “l i q u i d at o ”Conte e ha “ripreso le redini”del M5S. Augusto Minzolini, da poco direttore de Il Giornale, solo due giorni fa, commentando la conferenza stampa del leader in pectore, si ergeva ad avvocato di Grillo accusando Conte di “s c ip p o ” e di “furto con destrezza”: l’ex premier “ha tentato di rubare il M5S a Grillo”. Ieri, dopo la rottura con il fondatore, il titolo emblematico: “Un vaffa a Conte”. Strategia fotocopia de La Veritàdi Belpietro che due giorni fa titolava: “Conte prova a scippare il M5S a Grillo”. E ieri: “Grillo liquida Conte: ‘È una droga’ ”. Bene, bravo, bis! Non poteva mancare Il Tempodi Franco Bechis: “Con te strappa a Grillo i suoi 5 Stelle”, scriveva martedì prima di festeggiare ieri legando la querelle del M5S allo sblocco dei licenziamenti che parte oggi: “È Conte il primo l i ce n z iat o ”. Per non parlare di L ib e r o, diretto da Alessandro Sallusti, che quasi si bea del fatto che Grillo abbia “v i o l e n t at o ” Conte elogiandone “il colpo di teatro”, pur specificando che il comico è “culturalmente violento e pronto a farsi esplodere con il nemico”. Però intanto ha fatto la cosa giusta, sostiene Libero. LA ROTTURA tra Conte e Grillo e lo sfaldamento del M5S ovviamente fa esultare anche il fronte politico del centrodestra che non arriva a elogiare direttamente il fondatore del Movimento, ma giudica positivamente la sua mossa in grado di azzoppare l’ex premier che gode ancora di un’alta popolarità. Tutti puntano ai voti dei delusi del M5S. Matteo Salvini a In
    Onda ha spiegato che quella del M5S è “una parabola esaurita”. Anche Matteo Renzi, che a gennaio ha fatto cadere il governo Conte-2 e dopo aver detto che “il M5S è morto e non ha futuro”, martedì ha esultato: “È andato tutto bene, secondo previsioni”. Chi prova esplicitamente ad attrarre i voti dei delusi del M5S è la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni: “Non vedo un futuro roseo per il M5S, tornerà il bipolarismo”, ha detto ieri. Che l’obiettivo sia quello lo spiega anche il deputato di FdI Mauro Rotelli, braccio destro di Meloni: “Molti elettori di destra in passato hanno votato M5S e sono rimasti delusi per l’incoerenza dei grillini: noi oggi parliamo a loro perché tornino a casa”.

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  2. Francesca Merlo.

    Conte in conferenza stampa ha più volte ribadito che le nomine vuole farle lui dunque ha un modello di partito non solo come gli altri ma ancora più verticistico. Si è proposto come monarca unico rifiutando persino la DIARCHIA con Beppe. Questa roba con il moVimento non c’entra nulla. I valori del moVimento ambivano a portarci verso una assenza di potere dall’alto dove l’intelligenza collettiva, condivisa e partecipata avrebbe permesso di elaborare proposte e prendere decisioni consapevoli (e responsabilizzanti i singoli) sulle cose che ci riguardano. Percorso già ampiamente rallentato dallo Statuto del 2018 che ha visto Di Maio come capo politico. La proposta di Conte è irricevibile, senza temi e per di più fatta da un non iscritto che ha trasformato la proposta di uno Statuto in una candidatura della sua persona. Bene ha fatto il garante fondatore a tutelarci e ha tutelare il NOSTRO moVimento. La verità è che dietro Conte si nascondono i Sanculotti del terzo mandato a cui ormai tutte le regole, principi, valori del M5S vanno stretti e hanno fatto di tutto per cambiarli in corsa accanendosi anche con la piattaforma Rousseau. Ora tentavano di fare fuori l’ultimo ostacolo, cioè l’ultimo fondatore rimasto. Se hanno questa visione è bene che escano e si facciano un loro partito (chi glielo impedisce?) invece di stravolgere il moVimento.

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  3. ALESSANDRO DI BATTISTA
    Il M5s esca subito dal governo Draghi e non sia più complice di questo disastro iper-liberista
    Uno dei peggiori governi europei viene quotidianamente incensato dalla peggiore stampa occidentale. Una schiera di giornalisti trasformatisi in cantori dell’altissimo elogiano le ovvietà draghiane e nascondono errori politici come faceva Emilio fede anni fa con Berlusconi. Solo che allora Fede era l’eccezione, oggi i lacchè sono la maggioranza.
    Alcuni giorni fa il Ministro dell’interno Lamorgese ha avuto il coraggio di parlare chiaro: «Occorre che ci siano le garanzie per i lavoratori come gli ammortizzatori sociali e la cassa integrazione, perché il rischio che dobbiamo evitare è quello che avevo paventato in passato, cioè della bomba sociale». Sono passati quattro mesi dall’insediamento dell’apostolo. Cosa è stato fatto per disinnescare l’esplosione? Mesi fa il Ministro Brunetta riteneva necessari 20 miliardi di euro al mese di scostamento di bilancio per ristorare famiglie ed imprese. Ebbene quanti ne ha messi a disposizione il governo Draghi? Quaranta, esattamente la metà del necessario ma nessuno ha osato sollevare la questione.
    Quando, ad agosto scorso, un importante esponente politico oggi al governo mi confidò che le grandi manovre per portare Draghi a Chigi erano iniziate, io ritenni che avesse sponsorizzazioni importanti. Senz’altro da parte del Dipartimento di Stato americano, sempre interessato ad avere alleati dall’assoluta fedeltà in Europa e ancor di più oggi che è in atto una guerra fredda 2.0 dalla quale l’Italia farebbe bene a stare alla larga. Ma anche da Bruxelles, dove in molti hanno storto il naso quando, durante il Conte II, venivano trovati oltre 150 miliardi di euro per dare ossigeno a milioni di cittadini sull’orlo della disperazione.
    Draghi è servito a questo. A soddisfare qualche burocrate a Bruxelles, non certo i cittadini italiani. Siamo in estate, circolerà un po’ di denaro, molti italiani andranno in vacanza dimenticando per un paio di settimane i drammi vissuti e molti altri, disillusi, resteranno a casa aggiungendo, comprensibilmente, polvere da sparo all’ordigno sociale. “Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto, chi ha dato, ha dato, ha dato, scordiamoci il passato”. Questa è, in sostanza, la linea politica di Draghi, applauditissima da Confindustria che chiede solo grandi opere ed il ridimensionamento del reddito di cittadinanza in un momento in cui andrebbe rafforzato, sostenuta dalla BCE, preoccupata dai fondamentali italiani peggiorati perché mesi fa si è deciso, giustamente, di dare una mano ai cittadini in difficoltà e lodata dalla gran parte della stampa nostrana, sempre più in confitto di interessi con i grandi gruppi bancari o con i fondi di investimento unico rimedio per tamponare la perdita di lettori.
    Qualsiasi altro governo che si fosse macchiato del reato più grave in tempo di crisi, ovvero abbandonare i cittadini in difficoltà, sarebbe stato messo sulla graticola. Ma lui è Draghi, il re mida della politica italiana, l’uomo capace di mettere tutti d’accordo, dalla Lega al PD, da Berlusconi al Movimento 5 Stelle, dalla Bonino a Tabacci. Insisto. Il fatto che non si parli di un nuovo scostamento di bilancio è osceno. Questo perché oggi, ancor di più che in piena pandemia, milioni di cittadini non dormono la notte pensando ai loro conti correnti prosciugati per tenere in piedi famiglie ed imprese. È la classe media la principale vittima del governo dei migliori.
    Basti guardare lo stop al cashback, una misura non certo rivoluzionaria ma senz’altro utile per rilanciare i consumi, contrastare l’evasione fiscale e favorire gli acquisti “fisici”, non essendo compatibile con quelli online. Oltretutto il cashback è stato utile anche per quanto riguarda la registrazione SPID, il Sistema Pubblico di Identità Digitale, passo importante verso la digitalizzazione dei servizi della pubblica amministrazione. Leggo di mal di pancia grillini al riguardo, da Patuanelli alla Azzolina. Mal di pancia, ahimè, prevedibilissimi. Il cashback non ha cambiato la vita di nessuno sia chiaro, ma è stata una misura particolarmente gradita per chi ha meno, oltre che per i negozianti, principali vittime della pandemia.
    È un governo iper-liberista e governa in un momento in cui la pandemia, avendo mostrato la necessità di un forte Stato centrale, ha messo in crisi proprio i dettami del laissez faire, ovvero del trionfo del libero mercato. A Palazzo Chigi sono approdati consulenti ultra-liberisti come Roberto Puglisi, Carlo Cambini, Francesco Filippucci, Marco Percoco e Carlo Stagnaro.
    Alcuni giorni fa 150 economisti hanno scritto una lettera a Draghi criticando aspramente tale scelta. Alcuni consulenti ingaggiati per controllare la spesa del Recovery sono noti, scrivono i 150, “per il sostegno aprioristico ad una teoria che afferma l’inutilità, se non la dannosità, dell’intervento pubblico in economia”.
    La restaurazione striscia ovunque. Prendiamo le infrastrutture, della più importante opera pubblica necessaria al Paese, ovvero la manutenzione dell’esistente, non parla più nessuno. Gli appetiti di molti costruttori, d’altro canto, non si placano con interventi che mettono in sicurezza strade e ponti. No, si soddisfano esclusivamente con le colate di cemento, alla faccia della transizione ecologica, parola ad oggi vuota, ipocrita, capace solo di indirizzare il voto degli iscritti al Movimento 5 Stelle verso un burrone ampiamente visibile per coloro che non confondono la politica con il tifo.
    Cingolani, scelto dal Movimento, è riuscito in questi quattro mesi ad affossare il servizio civile ambientale, idea che mi venne lo scorso anno e che è oggi sulla bocca di decine di congressisti USA; ha ritirato fuori il nucleare in barba a due referendum popolari che l’avevano cassato e, soprattutto, è riuscito ad inserire gli inceneritori (impianti che producono energia dai rifiuti) tra i progetti da agevolare all’interno del PNRR. La lotta agli inceneritori fa parte della Costituente del Movimento 5 Stelle, oggi, tale forza politica, governa con i principali sponsor dell’incenerimento dei rifiuti. Per non parlare dell’amore verso i gasdotti, dunque verso il gas, fonte fossile che ha poco a che fare con la transizione ecologica e molto più con le transazioni finanziarie.
    La santificazione di Draghi oltretutto non fa neppure bene a lui. Da che mondo è mondo l’eccesso di saliva produce arroganza e Draghi è diventato arrogante. Giorni fa ha detto in Parlamento: «dal giugno del 2018 l’immigrazione non era all’ordine del giorno del Consiglio europeo. È bastato semplicemente che io lo chiedessi e l’hanno messa all’ordine del giorno». A parte il fatto che quel che dice non è vero, dato che del tema si è discusso anche nei due Consigli europei successivi a quello del giugno 2018 (ottobre e dicembre 2018) ma è evidente che nel 2020 si sia affrontato meno il tema perché è scoppiata la pandemia, la quale, evidentemente, ha ridotto i flussi migratori.
    Il punto tuttavia qui è un altro. Anni fa si scelse di elargire miliardi di euro ad Erdogan, definito da Draghi “dittatore di cui abbiamo bisogno” per contenere i migranti che, passando attraverso la Turchia, cercano di entrare in Europa attraverso la rotta balcanica. Qual è stata la conseguenza di quella decisione? L’aumento di potere contrattuale da parte di Erdogan il quale, dopo il suicidio europeo (ed italiano in primis) con la guerra in Libia del 2011, è riuscito a penetrare nella regione ed oggi controlla gran parte della rotta del Mediterraneo. L’Europa, con Draghi accodato e silente, ha scelto di foraggiare ancor di più un dittatore piuttosto che lavorare affinché nuovi gruppi e partiti politici africani che combattono per il diritto di stare a casa propria possano concorrere liberamente alle elezioni. Un errore storico, una visione miope.
    Si dice che il governo dell’assembramento abbia azzeccato la campagna vaccinale. Scemenze. In nessun Paese occidentale ha regnato confusione e pressappochismo come in Italia. Io mi sono vaccinato prima di partire per la Bolivia e dopo pochi giorni il vaccino che mi hanno somministrato (Johnson&Johnson, più o meno identico ad AstraZeneca) è finito nella bad company. Ci ho messo giorni per capire se fosse stato vietato agli under 60 o meno. Politici e virologi (potenziali politici senza i voti) hanno detto tutto ed il contrario di tutto. Figliuolo ha disatteso una serie di promesse e alla fine il governo si è trincerato dietro alle fantomatiche raccomandazioni, ovvero ha scaricato le responsabilità sui cittadini facendogli firmare documenti di sgravio. I migliori sì, a non assumersi le responsabilità.
    Per concludere arriviamo alla questione morale. Durigon, il sottosegretario leghista pizzicato da Fanpage a millantare possibili reati e ad infangare l’onore della Guardia di Finanza (corpo direttamente dipendente dal Ministero dell’economia e delle finanze dove Durigon è il numero 3 o 4) è ancora al suo posto. Non solo. Mi dicono sia stato uno degli artefici della cancellazione del cashback. Siamo alle comiche. Il Movimento 5 Stelle, strenuo sostenitore del cashback si vede cancellare una sua proposta anche da un sottosegretario leghista per il quale – in modo poco convinto, dunque invano – aveva chiesto le dimissioni. Per non parlare della Casellati, beccata ad abusare dei voli di Stato pagati dalla collettività che dorme sogni tranquilli nell’era della pax-draghiana coperta da tutti i partiti nonché da un’anacronistica quanto stomachevole pelliccia di visone.
    È l’Ancien Régime che brinda lasciando al popoluccio distratto dagli Europei soltanto rabbia e briciole. È la restaurazione tornata, inaspettatamente, dopo il trionfo del più grande movimento anti-establishment dell’occidente. Il Movimento oggi, per volere del garante Grillo, si appresta, a quanto pare, a votare un Comitato direttivo. Credo che a fronte di questi 4 mesi tragici nei quali chi ha vinto le elezioni del 2018 è risultato politicamente inconsistente, sarebbe doverosa una votazione sulla permanenza o meno del M5S nel governo dell’assembramento. Perché errare humanum est, perseverare è draghiano.

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  4. LA VEDO NERA. Viviana Vivarelli.

    Al momento i tentativi di pacificazione di Fico o di Di Maio non hanno portato a passi avanti. Ppersonalmente, dubito molto che Grillo e Conte vogliano trovare un accordo. Sono entrambi troppo orgogliosi e pieni di sé e le loro idee su cosa debba essere un partito sono troppo divergenti.
    Ma la spaccatura avrebbe conseguenze funeste sul Parlamento e dunque sul Paese, rafforzando ovviamente la destra e Draghi. e mettendo in difficoltà lo stesso Letta.
    E’ ovvio che le varie componenti del M5S, una volta frantumato, potrebbero dar vita a vari partiti: ‘Controvento’, ‘Alternativa c’è’, ‘il partito di Grillo’, ‘il partito di Conte’, il gruppo misto… Ma la forza dell’attuale 33% sarebbe dispersa inevitabilmente indebolendo tutto il csx e determinando la vittoria schiacciante del cdx.
    E’ anche ovvio che, se Conte fondasse un partito vagamente somigliante al M5S ma senza il limite delle due legislature, raccoglierebbe tutti quei parlamentari che non vogliono abbandonare la loro poltrona al termine del secondo mandato: Fico, Taverna, Bonafede, Fraccaro, Lezzi, Toninelli, Castelli, Giulia Grillo, Crimi, Di Stefano, Patuanelli, D’Uva, Morra, Giarrusso, Sarti, Rocco, Sibilla… più tutti gli espulsi.
    Al 20 gennaio 2021 nel gruppo misto della Camera c’erano 49 persone e in quello del Senato 22. Ma in questa legislatura i cambi di casacca sono stati 259 su 900 e, se Conte e Grillo non trovano una soluzione, ci sarà un terremoto in Parlamento, da cui solo la destra e Draghi avranno da guadagnare e sarà una rovina per l’intero Paese, distrutto dal puntiglio di due sole persone.

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  5. Tommaso Merlo
    I fedeli di San Conte sono costernati, il loro venerato ha preso un palo clamoroso. Ha provato a forzare la mano, ma Beppe non gli ha mollato il Movimento. Se non si rimangia tutto, si torna al direttorio voluto dagli iscritti e a Rousseau. Giusto così. Un colpo che potrebbe salvare il Movimento.
    Certo, si poteva evitare tutto sto bordello, ma meglio tardi che mai. Toccherà ad altri fare la fotocopia sbiadita del Pd. Per San Conte non resta che un meritato ritiro spirituale oppure fondarsi la sua confraternita partitica. Un bel partitino personale in cui potrà spadroneggiare a piacere come leader unico attorniato da una cerchia di ossequiosi devoti e osannato da orde di fedeli e pellegrini provenienti da ogni social.
    Del resto era un’operazione che non stava in piedi fin dall’inizio. Non dovevano tirare in mezzo Conte e lui non doveva accettare.
    La sua è una figura istituzionale, ha fatto bene da premier e poteva ambire a guidare una possibile coalizione futura o a qualsiasi ruolo di rilievo. Ed invece è stato mal consigliato oppure ha avuto paura di sparire dalla scena. Un errore clamoroso.
    Conte ha accettato un ruolo non suo e nel modo e nel momento peggiore. Provando a fare il capo politico di una forza in cui non ha militato e non è neanche iscritto. Provando a trasformare radicalmente un Movimento dalla storia e dalla composizione così complessa dall’alto e in qualche mesetto. Provando a risolvere una crisi profonda e talmente anomala che per molti aspetti è ancora tutta da decifrare.
    E così ci siamo giocati anche l’infallibilità di Conte, amen. Ma perlomeno forse non ci siamo giocati il Movimento, di gran lunga l’esperienza politica più innovativa e fruttifera degli ultimi decenni.
    Toccherà ad altri fare la fotocopia sbiadita del Pd. Del resto l’operazione era un dejà vu. L’Italia si è sempre affidata a salvifici salvatori della patria e non è cambiato mai nulla.
    Il Movimento ha dimostrato come il cambiamento vero si genera solo dal basso e non c’è bisogno di nessun pifferaio magico. Bastano delle idee valide, cittadini di buona volontà e la determinazione di mantenere le promesse. Il Movimento ha realizzato molto considerando le convivenze forzate di governo e poi la pandemia. Ma strada facendo si è annacquato, ha perso sapore e palle e la fiducia di tutti coloro che auspicano un cambiamento radicale. Non balbettii in politichese e perbenismi e manovrine da corridoio.
    Serve il vero Movimento, serve che i cittadini tornino protagonisti e che tutti i fantomatici dirigenti colgano l’occasione del palo di San Conte per farsi un esame di coscienza e farsi da parte.
    Se San Conte fonderà il suo partitino porterà via voti al Movimento ma tanti altri potrebbero tornare.
    All’appello mancano infatti milioni di voti di elettori che avevano capito l’idea Movimento e man mano si sono allontanati in questi tre anni di palazzo che sembrano trenta.
    Il Movimento si regge su un’idea geniale che ha ancora molto potenziale anche perché sulla scena non è emerso nulla di nuovo.
    La ciliegina sulla torna sarebbe l’uscita dal mega inciucio draconiano e rimettere insieme i cocci in parlamento. Ma per ora godiamoci il colpo di Beppe e attendiamo gli assestamenti.
    Se il Movimento si salverà potrà ancora giocare un ruolo importante nel futuro del paese.

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    • “Se non si rimangia tutto, si torna al direttorio voluto dagli iscritti e a Rousseau. Giusto così.”

      dici davvero davvero?
      oppure non hai letto le ultime
      forse è il caso di zittirsi ed aspettare gli eventi prima di scrivere una montagna di ………..

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