Ripresa da discoteca

(Anna Lombroso per il Simplicissimus) – Se fossi in vena di consigli, raccomanderei di non credere all’ostensione quotidiana dei segnali incoraggianti della ripresa a cura dei celebranti dei sacrifici umani della distruzione creativa.

E difatti vedrete se il ritorno alla normalità annunciato da Draghi, officiato da Brunetta, auspicato da Monti e Prodi, non si tradurrà  nel ripristino  delle regole, temporaneamente sospese (come i licenziamenti e gli sfratti), della maledetta disciplina di bilancio che si realizza con il rigido rispetto del pareggio di bilancio, il padre di tutti i danni, disoccupazione, tagli allo stato sociale, a cominciare dalla sanità e dalla scuola, in nome dell’obbligatoria austerità, quella condanna penitenziale inflitta a chi ha troppo voluto e goduto.

La sua obbligatorietà torna fra le pieghe dell’esibizione di tutto quello che potremo fare con la  generosa elemosina europea,  perché è quello lo spirito delle condizioni vincolanti per ricevere i 127 miliardi di prestiti da restituire in combinazione con la tradizionale e doverosa erogazione di 20 miliardi che dobbiamo in veste di partner “contributore netto” dell’Ue, miliardi e per approfittare di quei famosi e decantati ottanta miliardi  e poco più a fondo perduto  da coprire in base al nostro Pil, orbato nel 2020  di 160 miliardi.

E difatti ci sono condizioni preliminari imprescindibili, quelle che ispirano le scelte in materia di investimenti e soprattutto le famose riforme strutturali secondo la cupola e il suo padrino al servizio dei padroni,  che fanno capire che la provvisoria indulgenza mostrata nel legittimare  incrementi del debito pubblico, altro non è che il consolidamento del ruolo antico e futuro che si vuole attribuire allo stato, autorizzato a spendere unicamente per fare l’onlus a beneficio compassionevole   delle aziende, ma non a tutte, non gli zombi (è draghi che le ha definite così, quelle piccole non strutturate e dunque parassitarie che è doveroso far fuori) soltanto  quelle che meritano salvataggi e aiuti, monopolistiche, strutturate, nel cui capitale aziendale  il “sistema Paese” ha interesse a entrare come azionista, in modo da potere, quando occorre, socializzare guasti e perdite.

Sono presupposti e criteri, ce lo ricordano di continuo, che siamo tenuti a rispettare per attuare una benefica selezione tra chi ha diritto e chi merita e quelli che hanno troppo a lungo beneficiato di spese scellerate e sperperi  gettati al vento per sostenere un sistema parassitario, per cambiare rotta e perché cito il Presidente, “ogni miliardo buttato oggi è un investimento negato per le prossime generazioni che carichiamo di debiti, impoverendole”.

Per chi non l’avesse capito dei miliardi buttati fanno parte i sussidi e gran parte degli  ammortizzatori sociali adottati in passato, che per un po’ potranno sussistere in forma id misure tampone per contrastare, scoraggiare e contenere il malessere, ma che sono destinati a una “riforma” sostanziale che interesserà anche la cassa integrazione, vincolando forme arbitrarie di sostegno alla formazione permanente del personale pubblico e provato, in modo da selezionare chi si dichiara disponibile e ha i requisiti per restare sui banchi dell’outlet occupazionale e chi non presenta le caratteristiche per essere “ristrutturato”.

A far capire che anche qualsiasi forma di reddito di cittadinanza sarà prossimante oggetto di creative rimozioni viene in soccorso tutta una banda di pifferai a libro paga del neoliberismo che vuole formare le nuove generazioni a sua immagine e somiglianza: sudditi e  fidelizzati del mercato, pronti alla rinuncia di qualsiasi autonomia in cambio di un posto fisso e di qualche quarto d’ora di visibilità e che vanno dagli psicofilosofi alla Galimberti che postula il Tso per qualsiasi oppositore alla narrazione ufficiale alla Fornero che, tanto per non fare discriminazioni, ce l’ha coi vecchi e pure con i giovani, pesimorti alla pari. E difatti è tutto un deplorare queste generazioni choosy e indolenti, ignoranti ma non ancora veramente digitali, iperprotetti da genitori che si rivolgono al Tar per tutelari i bocciati e menano i docenti che sequestrano il cellulare, negligenti e  impermeabili tanto, cito il Galimberti, chiusi “in reti di auto-conferma di quel che credono di sapere”.

Eh si, maledetta società maledetta tv cattiva maestra, maledetta rete che fa interagire milioni di imbecilli autoreferenziali, sembrano dire i saggi, che esonerano da ogni responsabilità il modello di sviluppo e dunque di istruzione, quello per il quale lavorano indefessamente e che ha sancito che  l’apprendimento scolastico e accademico deve necessariamente ispirarsi a principi e valori  in grado di fornire strumenti pratici in campi disciplinari “produttivi” e redditizi, l’economia o le cosiddette Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics), e preparare prodotti consoni al mercato del lavoro di domani, iperspecializzati e alieni da ogni forma di pensiero critico, grazie alla svalutazione delle materie umanistiche.

Di questa retorica che svela una forma esplicita di odio per i giovani – sarà per quello che tra i pensatori proliferano i fanatici del vaccino per i quindicenni, pronti al riscatto morale delle discoteche con corner dedicato alla somministrazione al gusto di mojito con colonna sonora dei Måneskin che vogliono “morire da re” – anche se sappiamo poco della loro potenziale reattività, della loro capacità e volontà di reazione, visto che da anni sono messi sotto silenzio e censurati i movimenti che si mobilitano contro le grandi opere, per la difesa del territorio, per la casa, contro la militarizzazione di vaste aree del Paese.

E figuriamoci come viene bene far coincidere questo ritratto di una gioventù inaridita senza bruciarsi con l’identikit a uso stampa dei percettori di reddito, che preferiscono farsi nobilitare dal divano mentre mamma fa le lasagne, fannulloni che rifiutano stoltamente paghe da Bangladesh, che giustamente leader illuminati vorrebbero adibire al lavoro manuale nei campi a scopo pedagogico, per i quali i più progressisti immaginano una dote per “prepararsi al lavoro secondo le regole della concorrenza e della competitività” e non la garanzia universale allo studio.

Quindi il prossimo passo per garantire che sia pronto un esercito di riserva di ricattati da scaraventare a occupare quei 500 mila lavoratori in mansioni esecutive che servono alla ripresa, sarà la cancellazione di qualsiasi forma di sussidio, con il duplice effetto di dare una sveglia ai bamboccioni e di condannare a livelli di sub-povertà fasce di adulti che sono stati costretti a subire l’umiliazione di ricorrere a un ausilio miserevole, dopo essere stati emarginati, rifiutati, condannati alla carità pelosa.

E c’è anche un altro aspetto che interessa il governo dei migliori, mettere in minoranza morale il movimento che in modo discontinuo, contraddittorio e con troppi disonorevoli cedimenti, aveva fatto del reddito di cittadinanza una sua battaglia. Si capisce che per il commissario liquidatore che si è comprato l’arco costituzionale a prezzi di ribasso, i 5stelle sono un sia pur piccolo elemento di disturbo, pur avendoli tacitati su tutto, trasparenza, Grandi Opere, Ponte sullo Stretto, ambiente, blocco dei licenziamenti, riforma della giustizia, per non dire dell’onestà, ostacolo per la semplificazione e la meritocrazia.

Se lo meritano, ma è pur sempre malinconico che la scommessa di milioni di italiani finisca come milioni di italiani, in stato di servitù volontaria.

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