(Stefano Baudino – lindipendente.online) – Come diramato nella giornata di ieri dalle agenzie di stampa, il gip del Tribunale di Firenze ha disposto negli scorsi mesi l’archiviazione delle accuse nei confronti di Marcello Dell’Utri nell’inchiesta sui mandanti occulti delle stragi del 1993. Nella medesima indagine era iscritto, fino al momento della sua morte, anche l’ex premier Berlusconi. L’archiviazione – la sesta in totale da circa un trentennio – ha scatenato reazioni da parte dei membri della famiglia Berlusconi e degli esponenti del centro-destra, a partire dalla premier Giorgia Meloni. Quest’ultima ha dichiarato come tale passaggio proverebbe «l’assoluta inesistenza» dei legami tra Berlusconi e la mafia. Una gigantesca falsità smentita dalla sentenza definitiva con cui, nel 2014, Dell’Utri fu condannato per concorso esterno, in cui non solo si provò il patto stipulato da Berlusconi con Cosa Nostra negli anni Settanta, ma anche come esso rimase in atto almeno fino al 1992, anno delle bombe di Capaci e via D’Amelio.

Nello specifico, Dell’Utri era indagato dai magistrati per aver istigato e sollecitato il boss stragista Giuseppe Graviano a organizzare la campagna di attentati nel “continente” nel 1993. Dopo le morti di Falcone e Borsellino, infatti, le bombe furono esportate nelle città del nord e del centro Italia – Firenze, Milano e Roma – provocando 10 morti fra i civili e decine di feriti. Secondo i magistrati, Dell’Utri avrebbe svolto un ruolo di “indicatore dei luoghi” in cui consumare le stragi, al fine di creare un clima di terrore funzionale al progetto politico di Forza Italia. Secondo il gip, evidentemente, mancavano i dovuti riscontri per aprire la strada di un vero e proprio processo. Sui presunti mandanti esterni di quella stagione stragista sta indagando, ancora oggi, anche la Procura di Caltanissetta.

«L’incredibile storia dell’inchiesta di Firenze, mostra una volta di più in quali condizioni si trovi la giustizia italiana, e conferma anche che la sconfitta del referendum di marzo è stata un’immensa occasione perduta per il nostro Paese», ha commentato Marina Berlusconi, concludendo come suo padre sia stato, a suo avviso, «uno dei principali protagonisti della lotta alla criminalità organizzata in Italia». Appresa la notizia, ha voluto pubblicare una dichiarazione anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la quale si è accodata al leitmotiv di giornata affermato come questo tassello rappresenti «l’ennesima conferma di una verità storica e giudiziaria incontrovertibile». «Dopo decenni di indagini e processi – ha detto la premier -, si chiude anche quest’ultimo capitolo con l’unica conclusione possibile, ovvero l’assoluta inesistenza di rapporti tra Silvio Berlusconi e la criminalità organizzata». A detta di Meloni, infatti, «per trent’anni un’intera comunità politica, composta da milioni di italiani che esprimevano liberamente il proprio voto, è stata ingiustamente posta davanti al sospetto infamante che il consenso raccolto nelle urne poggiasse su finanziamenti mafiosi o dinamiche illegali», ma i fatti e le decisioni giudiziarie avrebbero «spazzato via definitivamente ogni ombra: quel dubbio non aveva fondamento allora e non lo ha oggi».

Eppure, le verità definitivamente “storicizzate” dalla giustizia raccontano una realtà ben diversa. Per capirlo, basta leggere la sentenza con cui, nel 2014, la Suprema Corte ha inflitto a Marcello Dell’Utri la condanna a 7 anni di carcere per concorso esterno in Cosa Nostra. Nella pronuncia si legge una ricostruzione assai chiara: «Grazie all’opera di intermediazione svolta da Dell’Utri veniva raggiunto un accordo che prevedeva la corresponsione da parte di Silvio Berlusconi di rilevanti somme di denaro in cambio della protezione da lui accordata da Cosa Nostra palermitana. Tale accordo era fonte di reciproco vantaggio per le parti che a esso avevano aderito grazie all’impegno profuso da Dell’Utri: per Silvio Berlusconi esso consisteva nella protezione complessiva sia sul versante personale che su quello economico; per la consorteria mafiosa si traduceva invece nel conseguimento di rilevanti profitti di natura patrimoniale». Nello specifico, il patto a cui si fa riferimento fu sancito nel 1974, in occasione di un incontro tenutosi a Milano tra Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri, l’allora capo di Cosa Nostra palermitana Stefano Bontate e il mafioso Francesco di Carlo, e rimase effettivo almeno fino al ’92 (l’anno delle stragi). Con un particolare: i pagamenti di Berlusconi alla mafia non vennero interrotti nemmeno dopo il massacro da parte dei corleonesi ai danni dei mafiosi palermitani nella celebre “Seconda guerra di mafia” all’inizio degli anni Ottanta, con la salita al potere di Totò Riina dentro Cosa Nostra. «L’avvento dei corleonesi di Totò Riina non aveva inciso sulla causa illecita del patto. Berlusconi aveva infatti costantemente manifestato la sua personale propensione a non ricorrere a forme istituzionali di tutela, ma avvalendosi piuttosto dell’opera di mediazione con Cosa Nostra svolta da Dell’Utri. A sua volta Dell’Utri aveva provveduto con continuità a effettuare per conto di Berlusconi il versamento delle somme concordate a Cosa Nostra e non aveva in alcun modo contestato le nuove richieste avanzate da Totò Riina», ha concluso la Cassazione.

Come se non bastasse, nel 2021 la Suprema Corte ha pronunciato un’altra importante sentenza che conferma ulteriormente queste verità, sancendo che scrivere che «la Fininvest ha finanziato Cosa Nostra ed è stata in rapporti con la mafia» sia assolutamente legittimo. Il verdetto in questione ha chiuso il processo intentato dalla Fininvest, holding fondata nel 1975 da Berlusconi, contro il magistrato Luca Tescaroli, il giornalista Ferruccio Pinotti ed RCS, la Casa Editrice che nel 2008 ha pubblicato il loro libro dal titolo “Colletti Sporchi”. All’interno del saggio, gli autori avevano aperto un focus sul tema dei rapporti tra Cosa Nostra e la società di Berlusconi, i cui vertici hanno versato periodicamente 200 milioni di lire «a titolo di contributo» alla mafia. Seguendo la linea dei giudici di primo e secondo grado e respingendo l’ennesimo ricorso della Fininvest, la Cassazione ha effettuato la «verifica dell’avvenuto esame, da parte del giudice del merito, della sussistenza dei requisiti della continenza, della veridicità dei fatti narrati e dell’interesse pubblico alla diffusione delle notizie». Checché ne dicano familiari, politici e giornalisti legati all’universo berlusconiano che, ancora oggi, continuano a negare senza imbarazzi la verità dei fatti.