Dal 26 giugno, quando questa ennesima truffa approderà all’aula della Camera, toccherà riempire piazze, teatri, mercati, mail e catene di passa parola, per spiegare i pericoli dell’aggressione all’uguaglianza del voto. Perché l’alternativa non sarebbe perdere un’elezione, ma il diritto a essere cittadini e non sudditi di un potere senza vincoli e pudori

(Gianni Cuperlo – editorialedomani.it) – Non illudiamoci. Senza un argine e una reazione di popolo andranno avanti come una locomotiva impazzita. Per coglierne la portata è bene farsi un quadro d’insieme partendo da un paio di numeri. Dal 1860 al 1993 gli italiani hanno votato con quattro diverse leggi elettorali. Compresa la parentesi del sistema plebiscitario fascista fanno i primi 133 anni dell’Italia unita. Poi, dal 1993 a oggi il Parlamento ha inteso licenziare cinque leggi elettorali diverse con l’ultima, il Bignami bis (sic), sulla rampa di lancio. Ora, se incrociamo la legislazione elettorale con la partecipazione al voto e limitandoci alla sola stagione repubblicana a spiccare è una seconda statistica: ci sono voluti 32 anni (dallo storico 18 aprile del 1948 alle regionali del 1980) per scendere sotto il 90 per cento dei votanti. Da lì, altri 32 anni (dal 1980 alle regionali siciliane del 2012) per scendere sotto la metà. La domanda è se esiste un collegamento tra i due fenomeni.
Ovviamente sì, sono più d’uno, ma quello fondamentale a partire dal varo del cosiddetto Porcellum – correva l’anno 2005 – è avere sottratto ai cittadini il diritto a scegliere il proprio rappresentante in Parlamento. Il punto è che al netto della raccomandazione della Commissione di Venezia (l’appello a non manomettere le regole elettorali nell’ultimo anno di legislatura!), la legge imposta oggi dalla destra imbocca l’identico sentiero tracciato nell’ultimo ventennio.

«Ipercinetismo elettorale»
Con l’aggravante di non rendere conoscibili gli eletti da parte del popolo sovrano introducendo uno degli aspetti incostituzionali più evidenti. Ora, perché nei primi anni ‘90 si scatena questo «ipercinetismo elettorale compulsivo» (copyright professor Fulco Lanchester)? La ragione di fondo fu l’implosione del nostro sistema politico.
Per gli smemorati, si confronti la scheda elettorale delle elezioni politiche del 1994 con quella delle politiche di sette anni prima (1987) e si vedrà come non un solo simbolo sulla seconda sia presente anche nella prima. Di prassi un fenomeno simile si manifesta all’indomani di una guerra civile o una rivoluzione.
In quel caso si trattò di una rivoluzione pacifica che impose un primato del valore della governabilità su quello, costituzionalmente garantito, della rappresentanza. Crollato il vecchio sistema dei partiti si doveva colmare il vuoto di potere venutosi a creare, ma ciò avvenne al prezzo di una ricaduta tra le altre: che la crisi della rappresentanza, figlia del venir meno delle grandi culture popolari, ha prodotto il ritorno a una disunione del Paese a partire da quella territoriale.
A conferma basti l’oscenità della «secessione» fatta bandiera da una forza di governo, la Lega, che torna oggi sul luogo del misfatto con la proposta di autonomia differenziata. E di fianco una governabilità intesa sempre più come accentramento dei poteri nell’esecutivo declinato adesso nella chiave di un premierato senza eguali a spasso per l’orbe terraqueo. E siamo al punto. Con la forzatura praticata la maggioranza porta a compimento quel tracciato e lo fa colpendo non solo le prerogative delle opposizioni, ma la tenuta del nostro ordinamento costituzionale.

Cui prodest?
Anche alla luce dei precedenti storici – entrambi gli schieramenti quando hanno stravolto le regole a ridosso delle urne si sono risvegliati all’opposizione! – nel teorema del professor Carlo M. Cipolla questa destra rischia di collocarsi nel quadrante di chi recando un danno a sé ne reca uno maggiore alla comunità. E allora, a chi conviene insistere su questo sentiero?
Non credo alla Lega o a Forza Italia che, assumendo a paragone il pranzo pasquale, si predispongono a vestire la parte dell’abbacchio e delle patate. La valutazione comunque spetta a loro. La certezza mia è che tutto ciò non convenga alla nostra democrazia e per questo la nostra dovrà essere un’opposizione netta, ferma, durissima fuori e dentro le aule del Parlamento.
Vuol dire che dal 26 giugno prossimo, quando questa ennesima truffa approderà all’aula della Camera, toccherà riempire piazze, teatri, mercati, mail e catene di passa parola, per spiegare i pericoli dell’aggressione all’uguaglianza del voto. Bisognerà, a una a una, bussare alle porte di quei quattordici e mezzo di milioni di No al referendum costituzionale sulla giustizia per dire che è di nuovo tempo di uscire di casa. Perché l’alternativa non sarebbe perdere un’elezione, ma il diritto a essere cittadini e non sudditi di un potere senza vincoli e pudori. Quindi, muoviamoci prima che si faccia tardi.
So di dire una cosa controcorrente ma non credo assolutamente che la scarsa partecipazione al voto sia dovuta all’ impossibilità di scegliere i candidati . Vorrei chiedere a chiunque , in passato quando questo era possibile, se aveva conoscenza diretta dei candidati al senato o alla camera . Ovviamente nella stragrande maggioranza dei casi si votava per uno anziché un altro su suggerimento e spesso era una pressione clientelare , parentale o amicale . Il crollo della partecipazione lo su deve allenare innumerevoli delusioni frutto di tradimenti delle aspettative , alla caduta delle ideologie, alla rinuncia al proporzionale puro , all’ immoralità della classe politica e alla mancanza di personalità di spicco in essa .
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Confido nel “Fatto”…sicuramente la Redazione assumera’ iniziative per “cassare”, in modo democratico naturalmente, questo ulteriore “obbrobio” politico partorito da questo caravanserraglio di inabili chiaccheroni e residuati nostalgici……
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