Elly Schlein

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – In un’Europa normale — tra guerre, crisi energetiche e sistemi di welfare minacciati dall’inverno demografico e dalla penuria di risorse pubbliche dirottate altrove — non fuggiremmo spauriti davanti al tabù della tassa sui grandi patrimoni: l’avremmo già fatta. E invece no. La famigerata “patrimoniale” è come la linea dell’alta tensione: chi la tocca, muore. È e resta la parola che, solo a evocarla, ti fa perdere le elezioni prima ancora di sapere quando si tornerà al voto. Dagli armadi della sinistra rispuntano fuori antichi scheletri: Visco che a fine 1995 rilancia la tassazione dei Bot al 12,5%, Bertinotti che nel 2006 lancia la campagna “Anche i ricchi piangano”, Padoa-Schioppa che nel 2007 dice in tv “le tasse sono una cosa bellissima”. Dai cassetti della destra riemergono i soliti slogan: meno tasse per tutti, non metteremo mai le mani nelle tasche degli italiani. E via così, fino alla successiva fiammata polemica, buona giusto per animare un paio di talk-show. Eppure, non passa giorno senza che non ci piovano addosso le cifre di una disuguaglianza sempre più insopportabile. Le ultime arrivano dalla Banca d’Italia: il 10% delle famiglie detiene il 60,6% della ricchezza nazionale, mentre la metà meno abbiente ne detiene solo il 7,2. Cos’è questo, se non è uno scandalo sociale e fiscale?

Ci indigniamo tutti, quando leggiamo che Elon Musk ha una ricchezza personale di 839 miliardi e paga due spicci di tasse perché ha pochi redditi e molte stock option. Che i 3.000 miliardari del pianeta pagano imposte per lo 0,3% della loro ricchezza. Che Giovanni Ferrero re della Nutella ha un patrimonio 700.000 volte più grande del reddito di un contribuente medio. Che nel Belpaese la rendita immobiliare è tassata al 10%, le plusvalenze azionarie al 26 e il lavoro dipendente al 43. E ci arrabbiamo ancora di più, quando scopriamo che i salari reali hanno perso l’8% del potere d’acquisto mentre il tasso di profitto è arrivato al 44. Che i poveri assoluti sono ormai 6 milioni. Che nelle liste d’attesa della sanità pubblica più di 2 milioni di cure sono in ritardo di centinaia di giorni. Che nella scuola primaria solo 2 bambini su 5 hanno accesso al tempo pieno mentre gli stipendi degli insegnanti sono inferiori del 33% alla media Ocse. È la macabra contabilità dell’ingiustizia, e sarebbe sufficiente a giustificare una riflessione collettiva: se pochi hanno tantissimo, e molti hanno poco, sarebbe logico riscrivere il patto sociale chiedendo un modesto sacrificio ai primi, per sostenere i bisogni dei secondi. Ma qui c’è il grande paradosso: a quanto pare è tutto inutile. Chi ci prova, è un bolscevico nostalgico di Stalin, del Gosplan e dell’esproprio proletario.

Elly Schlein ha osato. Le è andata male, perché ha detto una cosa giusta nel modo e nel momento sbagliato. La “patrimoniale” è un affare troppo serio per essere liquidato con una dichiarazione estemporanea, non chiara nei contenuti e non concordata con gli alleati. La sortita schleiniana ha innescato la sollevazione non solo dei cinici meloniani immemori del loro brodo di coltura da destra popolare, ma anche di opinionisti autorevoli e consapevoli delle criticità oggettive del tributo. E ha incassato la sconfessione non solo dai sofferenti/evanescenti “riformisti Pd”, ma anche dai pentastellati contiani sempre inclini ai distinguo. Si è persa così anche questa occasione, per affrontare in modo serio e responsabile la vera mucca nel corridoio della fase, cioè l’esplosione di iniquità sociali ormai accettate quasi come un male di natura, contro il quale non può esistere una cura. Invece esiste. Presenta valide ragioni etico-economiche. Ma sconta precise condizioni tecnico-geografiche.

L’ostacolo tecnico è cruciale: qual è la base imponibile? Titoli azionari e obbligazionari? Case e ville, in un Paese che ha un catasto kafkiano? Partecipazioni in società, quotate e no? Auto, yacht, opere d’arte? Trust e holding, dietro alle quali si schermano molti rentiers del capitalismo familiare? Già questo è un esercizio complesso: l’Italia è una giungla fiscale, con tassi di infedeltà da terzo mondo, autonomi che dichiarano redditi da fame, metà della popolazione che non paga un centesimo di Irpef e lo 0,1% che denuncia meno di 300 mila euro l’anno. L’ostacolo geografico è banale: nel mercato globalizzato i capitali scelgono di farsi tassare dove conviene. Anche l’Italia ha introdotto per i ricchi che si trasferiscono qui una tassa forfettaria: Renzi l’aveva fissata in 100 mila euro, Meloni l’ha alzata a 200 mila. Come risolviamo il corto-circuito, se con una mano cerchiamo di attrarre e con l’altra proviamo ad imporre? Anche questo è un nodo da sciogliere. Certo, potremmo limitarci ad aggredire quei 100 miliardi di evasione e a sbloccare quei 1.331 miliardi di cartelle esattoriali che lo Stato non riesce a riscuotere. Ma gli evasori votano: perché disturbarli?

Anche i ricchi votano, ma nessuno li vuole ridurre sul lastrico. E anche la “patrimoniale” ha le sue criticità, ma nessuna ne inficia la praticabilità. Un’imposta sulle grandi fortune esiste in Francia e in Spagna, ma anche in Svizzera e in Norvegia che l’hanno accompagnata con una Exit Tax a carico dei contribuenti che vogliono espatriare. Nessuno di quei Paesi è finito in bancarotta. La Commissione europea ha appena pubblicato uno studio (Wealth Taxation, including Net Wealth, Capital and Exit Taxes) che sottolinea la complessità di questo tipo di tassazione: “L’introduzione di patrimoniali a livello puramente nazionale è inefficace e rischia di scontrarsi con le regole del mercato unico… Senza un solido coordinamento internazionale, i grandi patrimoni aggirano la tassa… spostando i capitali su veicoli societari o asset tassati in modo più favorevole”. Ma tassare i ricchi non è una lotta contro i mulini a vento. Bruxelles ci avverte solo che una buona “patrimoniale” funziona bene se è supportata “da registri patrimoniali e immobiliari pubblici di altissima qualità”, da un collaudato “sistema di scambio di informazioni finanziarie tra Stati membri” e da “unità speciali di controllo dedicate ai soggetti con patrimoni molto elevati”.

Se si vuole, si può. Persino nell’era di Trump e del tecno-capitalismo digitale. È questa la vera battaglia che tutte le forze progressiste d’Europa dovrebbero fare insieme. Sulla scia delle proposte già avanzate da Piketty e Zucman, e sperimentate da Mamdani a New York. Ed è su questo che Schlein dovrebbe concentrare i suoi sforzi, mobilitando il partito socialista europeo: una nuova tassa comunitaria, non un altro balzello tricolore, che spaventa non solo chi ha i soldi, ma anche il ceto medio che li ha persi. Secondo Oxfam, un’imposta sui patrimoni netti superiori ai 5,4 milioni frutterebbe solo da noi 13 miliardi di euro: i soldi che spenderemo per missili e droni nel 2027. Ci si può e ci si deve ragionare, con spirito costruttivo e non punitivo. Senza scordarsi la lezione del socialdemocratico Olof Palme, che diceva “noi dobbiamo combattere la povertà, non la ricchezza”. Ma senza arrendersi allo sberleffo del turbo-finanziere Warren Buffett, che risponde “la lotta di classe non è finita, l’abbiamo vinta noi”.