L’Italia è totalmente dipendente dall’estero per la fornitura dei vaccini

(Laura Della Pasqua – la Verità) – I cervelli ci sono, quei ricercatori che hanno resistito alle sirene delle istituzioni internazionali. Ci sono anche i privati disposti a rischiare. Mancano però i soldi o arrivano con il contagocce. E soprattutto c’ è scarsa lungimiranza politica. Sui vaccini si proiettano i soliti mali italiani. I due vaccini made in Italy, Reithera e Covidevax, rischiano di naufragare nelle pastoie di una burocrazia che non ha i tempi della scienza e per assenza di investimenti.

Così siamo prigionieri delle forniture delle case farmaceutiche straniere. Una mancanza di autonomia che ha già avuto effetti pesanti sulla popolazione e ne avrà anche per il futuro: basta vedere quello che è successo con il blocco negli Usa del Johnson&Johnson.

Ormai è chiaro, la pandemia non si esaurirà di qui a fine anno. Ce la porteremo dietro per chissà quanto tempo ancora, tant’ è vero che la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha annunciato la trattativa con Pfizer per 1,8 miliardi di dosi dal 2021 al 2023.

Nel settore dei vaccini l’ Italia sconta errori politici sistematici. Siamo totalmente dipendenti dall’ estero, dalle multinazionali che ora spadroneggiano al punto da mandare in crisi intere nazioni per il solo fatto di non rispettare le consegne. Pfizer, Moderna, Astrazeneca sono partiti nella ricerca contemporaneamente alle due aziende italiane che hanno il brevetto dei vaccini (Reithera e Takis), ma con la differenza che hanno ricevuto montagne di soldi, anche contributi pubblici, oltre a essere strutturate con laboratori, tecnologie e dipendenti più all’ altezza della sfida.

Eppure l’ Italia è stata un punto di riferimento mondiale per la sperimentazione dei vaccini fino agli anni Novanta, fino al disastro Enimont che portò alla cessione della senese Sclavo, passata di mano in mano, fino ad arrivare alla britannica GlaxoSmithKline (Gsk) che vendette poi i vaccini influenzali italiani alla Seqirus controllata dall’ australiana Csl. Il nostro Paese quindi paga decenni di assenza dal settore.

Il ministero dello Sviluppo economico ha fatto sapere che al momento sarebbero almeno 4 le aziende pronte a produrre vaccini direttamente o in conto terzi: il loro nome è top secret. L’ obiettivo indicato dal ministero è di raggiungere entro l’ anno l’ autosufficienza vaccinale anche per il futuro. Ma al momento sembra un libro di buone intenzioni, perché «sono necessari non solo incentivi economici, già a disposizione, ma anche una semplificazione normativa dell’ industria farmaceutica» che non si annuncia facile.

Negli annunci del governo c’ è pure la creazione di un polo pubblico-privato relativo alla farmacia biologica e un polo vaccinale. Bisogna però cercare partner privati disposti a investire con i rischi d’ impresa che comporta la ricerca sui vaccini. Così il target fissato inizialmente dal commissario Francesco Paolo Figliuolo di 500.000 vaccinazioni al giorno entro fine aprile è stato ridotto di quasi il 40% (315.000) per la mancanza di dosi. E per il futuro, qualora si dovessero rendere necessarie altre massicce campagne vaccinali, resteremo in balia dei contratti firmati da Bruxelles e dei capricci delle Case farmaceutiche fornitrici.

Il nostro Paese ha un primato in Europa, ogni anno conteso con la Germania, per la produzione di farmaci. Ma abbiamo un ruolo marginale sui vaccini, a parte l’ infialamento di prodotti provenienti dall’ estero in base a qualche accordo commerciale. Lo stabilimento di Anagni del gruppo americano Catalent si occupa di confezionare l’ Astrazeneca: è quello che sollevò forti discussioni qualche settimana fa per la presenza di 29 milioni di dosi ferme nel deposito.

La Gsk a Rosia (Siena) è focalizzata sulla meningite: per modificare l’ impianto allo scopo di produrre vaccini anti Covid ci vorrebbero 7-8 mesi e bisognerebbe trasferire altrove la produzione dei farmaci anti meningite, patologia che comunque colpisce milioni di individui. A dicembre il gruppo ha annunciato un investimento di 18 milioni di euro per ammodernare la struttura e contribuire a infialare e confezionare l’ adiuvante pandemico del nuovo vaccino Sanofi-Gsk.

A Latina l’ Haupt Pharma della multinazionale Aenova, che produce per conto terzi, ha avviato un progetto di riconversione di un reparto per l’ infialamento di medicinali tra cui i vaccini. Il Pfizer sarà prodotto nello stabilimento di Monza del colosso farmaceutico americano Thermo Fisher. Si punta a sfornare 130.000 fiale al giorno, 30 milioni entro il 2021.

Sempre in Brianza opera la biorfamaceutica Adienne di Caponago, un’ azienda impegnata dal 2004 nella ricerca e sviluppo di farmaci per le malattie rare e per il trattamento del trapianto di cellule staminali emopoietiche: qui da luglio si produrrà lo Sputnik, ma non per l’ Italia.

Infine, nei laboratori di Roche Italia, vicino a Monza, sono stati messi a punto i test diagnostici utilizzati per la ricerca del vaccino Moderna e ora sono in corso studi, in collaborazione con l’ americana Regeneron, per un trattamento per la terapia con anticorpi monoclonali destinati alla cura di pazienti non ospedalizzati.

Fin qui abbiamo parlato di grandi gruppi stranieri e di aziende che producono vaccini di case farmaceutiche estere. I vaccini made in Italy sono legati a filo doppio alla possibilità di ricevere fondi. L’ imprenditore Lucio Rovati, a capo della Rottapharm Biothec, è impegnato in un prodotto tutto italiano. Il vaccino, chiamato Covidevax, è stato ideato dalla Takis di Castel Romano e Rottapharm si sta occupando dello sviluppo. Si basa su una tecnologia nuova rispetto alle altre già disponibili, a Rna messaggero (Pfizer e Moderna) e a vettore virale (Astrazeneca e Johnson&Johnson).

Per stimolare la reazione immunitaria essa utilizza un frammento di Dna che viene iniettato nel muscolo e promuove la produzione di una porzione della proteina Spike, la principale arma che il virus utilizza per entrare nelle cellule umane.

Nella fase di sperimentazione è stato coinvolto un consorzio di centri clinici italiani quali l’ Istituto Pascale di Napoli, lo Spallanzani di Roma e l’ ospedale San Gerardo di Monza in collaborazione con l’ università Bicocca di Milano. Per completare la fase 3 occorrono finanziamenti e poi bisogna stringere accordi con un pool di aziende per la produzione su larga scala.

C’ è poi il vaccino di Reithera, azienda di Castel Romano, entrato in fase di sperimentazione clinica avanzata. Le somministrazioni sui volontari hanno avuto risultati incoraggianti. L’ obiettivo è di concludere i test entro la fine dell’ anno. Lo studio si avvale della collaborazione dell’ Istituto Spallanzani ed è finanziato con 8 milioni dal Miur e dalla Regione Lazio e altri 81 milioni da Invitalia, entrata al 27% nell’ azionariato, mentre l’ azionista di maggioranza è la svizzera Keires. L’ azienda finora ha ricevuto meno di un quarto dei soldi promessi. Ma ora il vero interrogativo è se valga la pena di investire risorse su prodotti che rischiano di essere tagliati fuori dalle scelte europee, orientate a puntare su Pfizer e Moderna.

4 replies

  1. colpa del governoladro!
    se una volta ce li producevamo da soli i vaccini..
    poi cosa è successo?
    che le multinazionali hanno fatto ai nostri (im)prenditori (di seconda o terza generazione) un’ offerta che non potevano rifiutare PRENDI I SOLDI A SCAPPA

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  2. Le “colpe” arrivano da lontano: dal “caso” Marotta. Che fa il paio, negli stessi anni, col “caso” Mattei, il “caso” Ippolito, ed anche il “caso ” Olivetti-Mario Tchou.
    L’ Italia non doveva crescere, ma rimanere dipendente dagli US e dagli altri “vincitori” per motivi geopolitici.
    Era permessa solo la crescita del cemento, che dà benefici fittizi e consente infiltrazioni mafiose. Le mani sulla città.
    E purtroppo vedo che , a distanza di tanti decenni, si continua nello stersso modo.

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  3. Qualcuno si dovrebbe ricordare che in Italia il neoliberismo, cioè la difesa del profitto al posto della difesa dei cittadino, si è talmente diffuso che la gente lo considera naturale, tant’è che al primo posto nei sondaggi c’è quella Lega che ha dimezzato gli ospedali pubblici in Lombardia, ne ha tagliati un terzo in Veneto, e con Giorgetti vorrebbe eliminare anche il medico di famiglia a favore di una sanità tutta privata che cura solo i più ricchi, e ricordiamoci che Renzi ebbe il 40% solo promettendo 80 euro, mentre gli Italiani se ne fregarono del fatto che ha sempre voluto azzerare lo stato sociale.
    Ma evidentemente i cervelli degli Italiani sono troppo plagiati dai falsi slogan di venditori di pentole parolai per capire quali sono le cose che contano e cosa sia la fuffa al posto di diritti fondamentali.

    Coi vaccini è stato lo stesso. Per decenni i governi di dx e di sx hanno penalizzato la ricerca, con tagli alla scuola e ai laboratori, preferendo acquistare all’estero qualunque cosa servisse (vedi le mascherine dalla Cina), rendendo il popolo italiano sempre più dipendente dall’estero, mentre a nessuno fregava del milione di giovani che emigravano perché i governi erano troppo intenti a occuparsi solo dei propri interessi.
    Una burocrazia lentissima e paralizzante ha fatto il resto, per cui i due vaccini italiani, Reithera e Covid eVax, non sono stati presi molto in considerazione, non hanno goduto di fondi pubblici e sono annegati nelle paludi di una burocrazia asfissiante, che nessun Governo, nemmeno Conte e nemmeno Draghi ha cercato di sveltire, mentre si regalano miliardi alle lobbye e alle armi.
    Nei laboratori di Monza, Rovati ha fatto il punto sulla sperimentazione del Covid-eVax, il secondo totalmente italiano dopo Reithera, un vaccino che, per stimolare la reazione immunitaria, utilizza un frammento di Dna che viene iniettato nel muscolo e promuove la produzione di una porzione specifica della proteina Spike, la principale arma che il virus SarsCoV2 utilizza per entrare nelle cellule umane. L’efficienza del processo è aumentata dalla tecnica dell’elettroporazione, che favorisce il passaggio del Dna nelle cellule grazie a una leggera scossa elettrica generata da un apparecchio creato dalla Igea, un’azienda di Carpi. Il Covid e-Vax potrà essere somministrato ripetutamente senza il rischio che l’organismo generi una risposta immunitaria contro il vettore, come nel caso dei vaccini genetici a vettore virale, induce una potente risposta anticorpale e cellulare, può essere prodotto in tempi più brevi e a costi più ridotti di altri vaccini, adattandosi a modifiche per fare fronte a possibili nuove varianti del virus, e non necessita della catena del freddo per la conservazione.
    La sperimentazione coinvolge l’ospedale san Gerardo, l’istituto Spallanzani di Roma e l’Istituto Pascale di Napoli. Ma è solo alla prima fase che dovrebbe concludersi entro l’estate, per cui sarà pronto nel 2022.
    In quanto al Reithera, ha avuto parecchie critiche, perché oggi l’Ue vuole vaccini a Rna come quelli di Pfizer, Moderna e a giugno CureVac. L’Italia potrà contribuire alla produzione dai primi mesi del 2022: Thermo Fisher a Monza, Novartis a Torre Annunziata, ReiThera e Takis a Castel Romano.
    ReiThera ha avuto 8 milioni dalla Regione Lazio e 81 dallo Stato ma è già stato superato perché è a vettore virale, dunque può scatenare trombosi.
    Draghi ha destinato alla ricerca sui vaccini 86 milioni di euro, niente! Se si pensa che alle armi ha destinato 36 miliardi, più ne ha impegnati altri 19 prendendoli dal Recovery Fund, cadono le braccia.
    È di questo che Salvini dovrebbe parlare, altro che riaperture a go go!

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  4. Purtroppo la ricerca non si improvvisa in pochi mesi, nonostante ci facciano credere che noi “siamo i migliori” (ma non concludiamo mai alcunchè, alla prova dei fatti).
    Tutto viene dal dopoguerra, quando Marotta fece il tentativo di fondare anche da noi un centro di ricerca serio. Era riuscito a convincere anche Daniel Bovet e le cose stavano andando bene quando… Intervenne la Magistratura.
    Idem col caso Felice Ippolito e la ricerca intorno al nucleare civile : eravamo molto avanti in quei tempi nella ricerca sul nucleare grazie a Bruno Touschek ed i suoi ragazzi.
    Di Enrico Mattei si sa (anzi, non si sa…) ed anche di come è andata a finire l’ Olivetti, punta di diamante della nostra industria più innovativa (incidente automobilistico del suo più stretto collaboratore e tecnico Mario Tchou compreso).
    L’ Italia non si doveva affrancare in termini di autonomia energetica e tecnologia ad alto valore aggiunto. I politici del tempo sono stati conniventi, siamo cresciuti solo sul mattone (con poco calcestruzzo, a quanto pare), e ora siamo nella m…a fino al collo. E non se ne esce in due e due quattro. Ammesso e non concesso che se ne voglia uscire: pare che il nostro futuro sia nei “servizi”.

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