Salerno, quella fattura che proverebbe la colpa di De Luca per il mastodontico Crescent

I pubblici ministeri Rocco Alfano e Guglielmo Valenti hanno riesumato davanti alla Corte quella che considerano la “pistola fumante” che collega il governatore campano alla società di servizi Ifil e al gruppo Rainone, gli imprenditori edili che hanno realizzato il mastodontico progetto

(di Vincenzo Iurillo – Il Fatto Quotidiano) – La prova del “dolo intenzionale”, la pistola fumante della colpevolezza del governatore Pd della Campania Vincenzo De Luca nel processo per il mastodontico Crescent sul lungomare di Santa Teresa di Salerno, sarebbe in un dettaglio che chiama in causa il figlio, il deputato e vicecapogruppo dem Piero De Luca. Un dettaglio trascurato dai giudici del Tribunale durante il dibattimento di primo grado concluso con l’assoluzione dell’ex sindaco di Salerno. E che i pubblici ministeri Rocco Alfano e Guglielmo Valenti hanno riesumato davanti alla Corte d’Appello, durante una lunga requisitoria con la quale hanno chiesto la condanna di Vincenzo De Luca a un anno e mezzo di reclusione.

Quel dettaglio ha un nome e una storia: Ifil C&D, la società di Mario Del Mese, nipote dell’ex parlamentare ed ex presidente commissione Finanze Paolo Del Mese. Una impresa di servizi che secondo la Guardia di Finanza di Salerno è stata una ‘cartiera’ di fatture per prestazioni inesistenti, “caratterizzata – si legge in un’informativa del 2016 allegata all’indagine su Piazza della Libertà – dall’avere rapporti esclusivi con società impegnate nell’esecuzione di grandi opere pubbliche nella città di Salerno che, nonostante una pluriennale esperienza nel settore delle opere edilizie, pagano alla Ifil somme per non meglio precisate consulenze”.

Ifil fallisce nel 2015 dopo aver emesso fatture anche per il pastificio Amato – che voleva riconvertire una vecchia fabbrica in un complesso residenziale – e per le società del gruppo Rainone, gli imprenditori edili che hanno realizzato il Crescent. Su questo fallimento e sulle sue ombre è in corso da quattro anni un processo per bancarotta fraudolenta: prossima udienza il 28 aprile, Mario Del Mese ne è fuori perché ha patteggiato subito, tra gli imputati c’è Piero De Luca, che avrebbe usato Ifil come un bancomat per i viaggi in Lussemburgo, dove all’epoca lavorava come Referente della corte di Giustizia presso l’Ue.

Ifil, secondo l’accusa, gli pagava i biglietti aerei e Peppino Amato mise a verbale il perché: il rampollo del sindaco, amico di Mario Del Mese, “era socio occulto dell’Ifil” e così “portava i soldi in Lussemburgo”. Piero De Luca ha sempre negato. Dell’assetto societario di Ifil, per un periodo, fece parte un avvocato che con De Luca jr ha diviso lo studio legale.

Il dettaglio che la procura generale di Salerno ha fatto riemergere è una fattura di 20.000 euro di Ifil a una società dei Rainone per una consulenza relativa alla partecipazione a una gara per il rifacimento di una strada. “Sappiamo tutti qual è la forza non solo economica, ma anche tecnico e organizzativa del costruttore Rainone: è davvero difficile spiegare perché abbia bisogno di una società esterna per partecipare a questa gara”, ha sottolineato in aula il pm Rocco Alfano. Che poi, subito dopo, una spiegazione la dà: “La Ifil per altro è una società che, guardo caso, in quello stesso periodo, prenota e paga viaggi propri, dei propri familiari al figlio di De Luca, Piero De Luca, e la Ifil non è un’agenzia di viaggi, è una società di supporto alla partecipazione alle gare”. In sintesi: la triangolazione tra i De Luca, Rainone e la Ifil sarebbe “un elemento sintomatico di quel dolo intenzionale richiesto” per emettere una condanna.

E da qui scaturisce la protesta dei pm verso la sentenza assolutoria di primo grado che “alla vicenda Ifil non dedica nemmeno una riga, non c’è traccia, nonostante la ampia documentazione prodotta, neanche per stroncare il ragionamento dell’ufficio della Procura rispetto all’esistenza degli elementi sintomatici del dolo”. Fino a far sbottare i magistrati dell’accusa: “A questo punto depenalizziamo l’abuso d’ufficio, diciamo che la prova del dolo intenzionale è una prova diabolica e chiudiamola qui”.