Fontana, altro conto a Lugano. Si indaga su due milioni sospetti

(di Davide Milosa – Il Fatto Quotidiano) – Una società aperta nel paradiso fiscale delle Bahamas controllata da una fondazione in Liechtenstein e nata con un capitale iniziale di due milioni di euro. La stessa società aprirà poi un conto in Svizzera presso la Ubs di Lugano affidando la gestione a due trust di Nassau. È il 2005. Poco dopo su questo nuovo conto atterrano altri tre milioni da un vecchio conto del 1997 aperto sempre presso la Ubs di Lugano. Totale: 5 milioni, circa. E’ denaro di una eredità materna, dichiarerà nel 2016 il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, facendolo emergere attraverso lo scudo fiscale. Tutto ok. Fontana aveva titolo per operare su entrambi i conti. Ma c’è un particolare rilevante: la madre del presidente nel 2005 era in pensione da almeno sette anni. E dunque, da dove arrivano i primi due milioni? Parte da qua l’inchiesta sui conti svizzeri del governatore lombardo indagato dalla procura di Milano per autoriciclaggio e false dichiarazioni in voluntary rispetto proprio alla vicenda dei 5,3 milioni scudati nel 2016. Reati che secondo i pm si sono consumati nel momento in cui Fontana, all’epoca ancora sindaco di Varese, ha compilato la voluntary disclosure per far emergere il denaro. L’iscrizione risale ormai a qualche settimana fa. Ora però i magistrati hanno inviato ai colleghi svizzeri una richiesta di rogatoria di 14 pagine.
Il documento, girato per competenza anche al ministero di Grazia e Giustizia, è molto articolato e contiene diverse richieste.

I camici del cognato – Da dove parte l’inchiesta

L’indagine sui soldi svizzeri nasce dal caso della fornitura di 75mila camici ad Aria, la centrale acquisti della Regione Lombardia, da parte di Dama spa, società che detiene il marchio Paul & Shark ed è riconducibile ad Andrea e Roberta Dini, cognato e moglie di Fontana. “La difesa di Fontana – è scritto in un comunicato della Procura di Milano – si è dichiarata disponibile a fornire ogni chiarimento in sede rogatoriale” e anche “se del caso, mediante produzione documentale” e “presentazione spontanea dell’assistito”. L’iscrizione del presidente leghista, già indagato per frode in pubbliche forniture rispetto alla parte dei camici, è arrivata dopo il deposito di una nota della Guardia di finanza e di due report dell’Agenzia delle entrate. Nel mirino ci sono due conti entrambi aperti presso Ubs a Lugano. Il primo, quello del 1997, è riferibile a Maria Giovanna Brunella, madre di Fontana, deceduta nel 2015. Su questo, è noto, aveva l’operatività lo stesso governatore che in quel periodo era sindaco leghista nel comune di Induno Olona. Ciò che invece appare come una novità rilevante è che su quel primo conto erano presenti tre e non cinque milioni. Nel 1998 la madre del presidente, di professione dentista, andrà in pensione. Nel 2005 nasce poi un nuovo conto e qui il contenuto della nota della Finanza svela un elemento inedito. In quell’anno Fontana è presidente del Consiglio regionale della Lombardia. Andiamo con ordine: poco prima dell’apertura del conto del 2005 viene costituita la società Montmellon Valley con sede alle Bahamas. Le quote, secondo la Procura, sono detenute da una “Fondazione Obbligo”, sede a Vaduz in Liechtenstein, dietro la quale, sostiene l’accusa, vi sono i beneficiari finali, ovvero i familiari di Attilio Fontana. A questo punto viene aperto il secondo conto sempre presso la Ubs, mentre “la fondazione dei Fontana” affida la gestione delle quote a due trust di Nassau. Una tripla schermatura.

Le richieste dei magistrati: di chi è quel denaro?

Ma c’è di più: stando agli accertamenti della Finanza, il secondo conto del 2005 nasce con in pancia già 2 milioni di euro che apparentemente nulla hanno a che fare con l’eredità della signora Brunella. Di chi sono e come sono stati messi insieme? A quella data la madre di Fontana è in pensione da otto anni. Sul conto del 2005 riferibile alla società appoggiata ai due trust triangolano così i primi 3 milioni del 1997 andando a comporre la provvista finale e mischiandosi con il deposito iniziale di 2 milioni. Per la procura di Milano, il vero nodo da sciogliere sono i due milioni. Di questo si occupa la rogatoria firmata dai tre pubblici ministeri titolari del fascicolo assieme al procuratore aggiunto Maurizio Romanelli. La prima richiesta riguarda il chi ha aperto quel conto e chi ha portato i 2 milioni e in che modo. Stesso quesito rivolto alla banca per la posizione aperta nel 1997. La Procura ha chiesto di avere tutti gli estratti conto. Anche in relazione ad alcuni movimenti di denaro, che stando alla ricostruzione dell’accusa sono avvenuti tra il 2009 e il 2013. Si tratta di operazioni in entrata e in uscita tra i 129mila e i 400mila euro. Lo studio dei movimenti bancari, secondo i magistrati, potrà dare risposte definitive. La vicenda del conto svizzero del presidente emerge fin dal maggio scorso dopo una segnalazione per operazione sospetta da parte della milanese Unione fiduciaria che ha il mandato di amministrare il conto estero. Il 19 maggio 2020, infatti, Fontana allerta la fiduciaria per disporre un bonifico di 250mila euro al cognato Andrea Dini. L’ipotesi della Procura è che il bonifico, mai andato in porto, fosse il risarcimento per Dini che aveva dovuto, su indicazione anche dello stesso Fontana, trasformare la fornitura ad Aria in donazione come attesta una mail del 20 maggio mandata da Dini all’ex direttore generale di Aria, Filippo Bongiovanni, lo stesso che il giorno prima invierà a Fontana l’Iban di Dini. Sia Bongiovanni sia Dini sono indagati per la vicenda dei camici, oltre che per frode come il governatore, anche per la turbata libertà nella scelta del contraente. La segnalazione della fiduciaria arriva così alla Banca d’Italia e alla Procura che inizia a indagare arrivando in poco tempo a rilevare una criticità nella fornitura di Dama ad Aria.

Grazie allo scudo risparmiati 50 mila euro

Tornando ai conti svizzeri, le due note dell’Agenzia delle entrate hanno studiato da un lato le capacità economiche dei familiari di Fontana rispetto alla presunta eredità da 5,3 milioni. Un tesoretto depositato in Svizzera che secondo gli esperti tributari non può corrispondere alle entrate dei genitori del presidente, medico condotto il padre, dentista la madre. Oltre a questo si è studiato quanto Fontana ha risparmiato in sanzioni scudando i conti con la causale eredità. Il calcolo, secondo i pm, si avvicina ai 50mila euro. Il denaro dichiarato con la voluntary, in modo legittimo, è sempre rimasto in Svizzera. Ci sono poi le carte dello scudo che la Procura ha tentato di recuperare sentendo i professionisti che nel tempo si sono occupati dei conti esteri della famiglia Fontana.

Amnesie&uffici allagati – Le carte non si trovano

Ma fin dall’inizio il tentativo di fare chiarezza da parte della Procura di Milano si è scontrato con amnesie, uffici allagati, carte che non si trovano e scarsa collaborazione da parte dello stesso Fontana. Una storia nella storia quella dei documenti della voluntary disclosure. La Guardia di finanza nei mesi scorsi ha fatto visita al commercialista di fiducia di Fontana e all’avvocato Valerio Vallefuoco. Stando a quanto viene spiegato in Procura, Vallefuoco, associato anche presso uno studio svizzero di Lugano, ha detto di non avere quei documenti, aggiungendo che nel suo ufficio c’è stato un allagamento. Il commercialista di Varese invece avrebbe detto di aver solo firmato i documenti e di non averli. Chi li avrebbe materialmente visionati è un terzo commercialista, però deceduto. Ma ora la Procura punta direttamente al bersaglio grosso: l’origine dei due conti e di quei 2 milioni presenti fin da subito sulla posizione aperta nel 2005 che per la difesa sono però solo un errore contabile.

4 replies

  1. Fontana non si tocca!
    Ma cosa crede quel trozkista di Greco? Di incastrare con tanta facilità un onorato membro
    della Banda Bassotti?
    Quei cinque milioni andranno ad aggiungersi ai 49 misteriosamente spariti, alla “cascata
    di diamanti” (chissà dov’è andata a cascare?), e agli infiniti intrallazzi e ruberie in cui s’è
    specializzata la banda padana.
    Non solo nessuno di loro si farà un solo giorno di galera, ma, grazie a qualche bizzarra
    decisione di giudici un po’ troppo accomodanti, potranno godersi il malloppo… magari
    pagando pegno in comode rate mensili per i prossimi cent’anni..

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  2. E il bello è che non c’è nessuno che osi nemmeno ventilare un’eventuale richiesta di dimissioni.
    Capisco i suoi sodali (quando si tratta di amici degli amici anche l’indignazione si può sospendere), al limite anche i politici, ma è mai possibile che, tra tutte le anime candide ultimamente così tanto disturbate dal fatto che un giornalista abbia saltato la fila per farsi vaccinare (cosa oltretutto non vera, ma facciamo pure finta che lo sia) non ci sia proprio nessuno perlomeno in grado di notare qualcosa di strano? Capisco perfino l’indignazione a comando, ma solo a comando…

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