Povertà. A sinistra il più concreto resta Francesco, tra retorica di “Mario” e promesse del “nuovo” Letta

(di Fabrizio D’Esposito – Il Fatto Quotidiano) – Volendo provocare, ma non più di tanto, a sinistra il più lucido e concreto resta sempre papa Francesco. Basta leggere l’anticipazione sulla Stampa di ieri di un brano del libro-intervista con il vaticanista Domenico Agasso, Dio e il mondo che verrà, in uscita domani. Ancora una volta, il pontefice insiste su ambiente e poveri e indica una strada pragmatica per arginare il capitalismo famelico. Cioè, quattro criteri “per scegliere quali imprese sostenere: inclusione degli esclusi, promozione degli ultimi, bene comune e cura del Creato”. Ché ormai “è tempo di rimuovere le ingiustizie sociali e le emarginazioni”.

Le parole di Francesco – che sabato ha festeggiato i suoi otto anni di pontificato – sovente si scontrano con la mera retorica di governi e politica. Per restringere il discorso all’Italia, l’ultimo a fare un esercizio di stile su povertà e ambiente è stato il premier Mario Draghi. Meno di un mese fa, in occasione del voto di fiducia alle Camere, l’ex capo del Bce ha citato proprio Francesco sulla necessità di proteggere l’ambiente e poi ha menzionato la Caritas per quanto riguarda l’impoverimento degli italiani in questa guerra pandemica. Ma da allora il nuovo Mite, il ministero per la Transizione ecologica, ha pensato soprattuttto a distribuire incarichi e consulenze, mentre i richiami all’emergenza sociale sono stati controbilanciati dalla pletora di turbo-liberisti sbarcati a Palazzo Chigi.

Certo, un mese è poco per giudicare, ma il draghismo non sembra avere tanta voglia di disturbare i padroni del vapore di quel capitalismo che rende sempre attuale Karl Marx: “L’accumulazione di ricchezza all’uno dei poli è dunque al tempo stesso accumulazione di miseria, tormento di lavoro, schiavitù, ignoranza, brutalizzazione e degradazione mentale al polo opposto”.

Appunto.

Ovviamente, una citazione di papa Bergoglio l’ha fatta ieri anche il “nuovo” Enrico Letta, neosegretario del Pd dopo le dimissioni di Nicola Zingaretti. Pure l’ex premier tornato dopo sette anni di esilio francese si è interrogato sulla povertà: “Penso al mezzo milione di italiani che hanno perso il lavoro, a loro noi guardiamo cercando le migliori soluzioni per il loro futuro. Mi viene in mente la frase di Papa Francesco che dice che vorrebbe un mondo che sia un abbraccio fra giovani e anziani”.

Indi ha promesso “misure per la povertà”. Troppo generico per essere efficace e dare la sensazione di far uscire il Pd dalle comode e benestanti Ztl dei centri urbani. Al contrario di quello che ha detto l’ex tesoriere ds Ugo Sposetti, fortemente critico con Draghi e Letta, in una conversazione con l’Espresso: “Il popolo, qui a Roma, è per esempio Torpignattara, Cinecittà, è tutto il lungo nastro della Tuscolana. Se tu percorri quella strada e ti fermi a ognuno dei semafori, guardi a destra e a sinistra, tutti quei palazzi. Chi ci parla, con quelli che stanno lì dentro, con tutte quelle persone?”.

Post scriptum. L’unico leader politico che in questi anni ha detto di aver seguito le indicazioni di Francesco è stato Beppe Grillo. Indovinate con che cosa? Con il turpe e odiato reddito di cittadinanza, ça va sans dire.

Categorie:Cronaca, Interno, Politica

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13 replies

  1. Da ateo convinto e praticante mi unisco al sincero elogio di D’Esposito verso un Papa che sta
    disperatamente tentando di rimettere un po’ di Cristianesimo in una Chiesa che lo aveva
    dimenticato già dai tempi remotissimi del concilio di Nicea.
    Papa Bergoglio è diventato il portabandiera di una dottrina sociale che ribalta la più che millenaria
    alleanza tra il Potere Temporale e il Potere Spirituale, dando voce agli ultimi, ai diseredati, ai
    poveri, agli oppressi, agli sfruttati.
    Se togliamo gli orpelli dei dogmi di fede, Francesco parla e predica come il più autorevole rappresentante
    di quella “sinistra” che, in Italia e nel mondo, aveva smarrito la strada, il coraggio, la missione e perfino
    la voce per rappresentare e difendere la vita e la dignità degli emarginati.
    Lo lasciano parlare, si dichiarano perfino d’accordo con lui ed elogiano la passione con cui cerca di
    resuscitare lo spirito evangelico, ma nei fatti continuano per la loro strada con farisaica determinazione.
    La scelta di un neoliberista della prima ora come Enrico Letta a guidare le sorti di un partito che, solo
    a chiacchiere, si dichiara “popolare” la dice lunga su chi comanda ancora nel PD.

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    • “Da ateo convinto e praticante…” faresti meglio ad occuparti dei tuoi utensili agnostici e lasciare le cose di pertinenza sacra a chi non ha fatto della sua vita, la negazione del trascendente. I tipetti come te mettono fuori le corna solo quando piove e tempesta; ritorna a parlare di politica e pesto, anche se nemmeno là sei un granché.

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      • Da atea e non battezzata……………….La maggior parte degli uomini di oggi non sono tanto atei o non credenti, quanto increduli. Ma colui che è incredulo non è fuori dalla sfera della religione e di non poter esprime un commento per “le cose di pertinenza sacra a chi non ha fatto della sua vita”
        Condividere il pensiero di Papà Francesco che da voce agli ultimi, ai diseredati, ai poveri, agli oppressi, agli sfruttati, non è riservato solo ai credenti ” Per la teologia, solo ciò che è sacro è vero, per la filosofia solo ciò che è vero è sacro.”

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      • Apprezzo lo sforzo Tracia, ma le cose non stanno così e il discorso sarebbe lunghissimo da dipanare. Non so se è un lapsus o se è voluto, ma, come che sia, Bergoglio non deve fare il Papà, ma il Papa, cosa assai più complessa che fare il genitore (cosa per altro già complicata di suo). E’ la Funzione che riveste che deve seguire, non il suo pensiero individuale.

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      • Secondo la cronologia ufficiale della Chiesa cattolica i papi che hanno regnato nella storia della Chiesa cristiana sono stati 266; Papa Francesco è quindi il 266° papa della storia della Chiesa.
        Di questi 266 papi riconosco solo Papa Giovanni XXIII, detto il Papa buono e amato dal popolo, bistrattato dalla chiesa stessa
        e Papa Francesco altrettanto bistrattato ,ma benvoluto dalla gente. 2000 anni non bastano per dipanare le dispute di
        cosa deve essere o seguire un Papa, visto che hanno fatto di tutto, tranne quello che Gesù predicava.
        L’accento sulla à era solo provocatorio.

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    • E a proposito di “Se togliamo gli orpelli dei dogmi di fede, Francesco parla e predica come il più autorevole rappresentante di quella “sinistra” che, in Italia e nel mondo, aveva smarrito la strada, il coraggio, la missione e perfino la voce per rappresentare e difendere la vita e la dignità degli emarginati.”, meno male che il Che Guevara dei Papi dice qualcosa di “fasssssista” ogni tanto:

      “Vaticano: “Non è lecito benedire le unioni gay. Dio benedice l’uomo peccatore, non il peccato” “.

      E tutto questo, dopo aver personalmente sostenuto “Sono favorevole alle unioni civili, le persone omosessuali hanno diritto a una famiglia”, non fa altro che confermare, invece che risolvere, il problema della sua estraneità al Soglio Pontificio.

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      • Per una disamina approfondita di un altro punto di vista su ‘sta cosa Francesco, invito nuovamente a compulsare la ricchissima rubrica di Sandro Magister sull’Espresso.

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  2. Ho un dubbio….dopo Draghi, improvvisamente dopo 2 anni Zingaretti non sopporta più le “correnti”.Dopo arriva subito Letta.E’davvero un caso?
    Meditare …
    Comunque Giuseppe stai mooolto attento

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  3. Pd – approfondimento.

    Agiografie.
    DI FRANCESCO MERLO
    C’è dunque di nuovo, e davvero, un “dolce Enrico”. E quando Letta alza il nasone alla Bergerac dai fogli fitti fitti e dice “non c’è bisogno di un nuovo segretario, ma di un nuovo Pd”, sembra addirittura di sentire Antonello Venditti che canta: “qui tutti gridano: noi siamo diversi / ma se li senti parlare sono da sempre gli stessi”. Non ci sono gli applausi e non ci sono le bandiere e non tanto perché lo streaming non li prevede. C’è, appena appena, una borraccia rossa con su scritto “bella ciao”, ed è una scenografia che solo in apparenza somiglia al nuovo “dolce Enrico” che, comunque, non diventerà mai un trascinatore: “il partito non è un concorso di bellezza” e “sento il peso di guidarlo portando il nome di Enrico”, che è il nome “della dignità, del decoro”.

    La verità è che solo il giorno prima era più bella e più “lettiana”, più “dolce Enrico”, anche se altrettanto povera, la scenografia che faceva da sfondo all’annuncio della candidatura – “io ci sono” – : due cartine colorate dell’Italia, la geografia al posto dell’ideologia. E infatti ieri Letta non ha mai pronunciato la parola sinistra: “il territorio – ha scandito – sarà il nostro campo di gioco””. Ha elogiato la montagna, l’Italia di prossimità, le stanze della politica nella provincia. E ancora: “solo noi possiamo contendere le città alla Lega”. E significa, ha spiegato, “la politica nelle sezioni, nei circoli, nelle piazze trasformate in agorà della democrazia”. Ed era suggestivo anche il tweet d’addio a Casadei, con la foto di Enrico insieme al “grande Raul” davanti al mare di Cesenatico e una birra, che è alcool, ma moderato.

    “Saremo progressisti nei valori, riformisti nel metodo, radicali nei comportamenti” ha detto e ridetto, ed è uno sdoppiamento che può nascondere l’arcitaliano di Longanesi, “autoritario in cucina, democristiano a letto, comunista sul posto di lavoro”, oppure, visto in positivo, può diventare il manifesto del Centro Sinistra moderato, del “niente rivoluzione ma rigore morale”: vi prometto la fatica del governare contro la velocità della battuta, della rottamazione, del vaffa e della ruspa, vi garantisco l’impegno a sciogliere i nodi invece di tagliarli, vi restituisco la caparbietà delle competenze. E si batterà, ha aggiunto, per una riforma che guarisca l’Italia del tasformismo, sconfigga l’idea che il gruppo misto sia “il paradiso del Parlamento”. E contro le mille identità dei voltagabbana non cita un Pirandello qualunque ma il Pirandello di Gabriele Lavia “l’ultimo spettacolo che ho visto”, l’ultimo re del teatro italiano.

    Di solito porta gli occhiali di metallo come Landini che riecheggia quando dice – e come dargli torto? – che “i professori sono il meglio d’Italia”, e che non si può fare a meno del lavoro: le auto, per dire, possono farle elettriche, ad acqua o con le ali, ma mai senza il lavoro di tecnici, impiegati, innovatori, lavoratori ai quali vanno restituiti diritti, spazi di democrazia, qualità di vita e, promette Letta, “ai quali va finalmente data una partecipazione all’impresa”. La chiama la politica “del cacciavite e dell’anima”.

    Ma Letta somiglia pure a Mario Draghiperché ha girato il mondo, parla le lingue e nel suo romanzo di formazione non ci sono droghe e rivolte giovanili. È cattolico ma non sbaciucchia la corona del Rosario. Anche esteticamente è l’antidoto a Salvini. Non esibisce le immaginette della Madonna e, nelle dirette su Facebook o su Instagram, non riempie le mensole con Gesù, la faccia di Putin, il cappellino di Trump, la foto di Baresi e il berretto dei carabinieri. Né, come Salvini, mangia i tortellini col ragù che è una sgrammaticatura della dieta sovranista forse più grave dei congiuntivi di Di Maio, perché i tortellini si mangiano in brodo e il ragù si mangia con le tagliatelle.

    Letta è moderato anche per geografia: pisano di nascita, abruzzese di famiglia, eletto più volte nelle Marche, è né Sud né Nord: in medio stat virtus. È un uomo del Centro Italia, Abruzzo e Romagna comprese, il primo che sarebbe Sud ma non lo è, e la seconda che sarebbe Nord ma non lo è: questo centro Italia è quel che rimane del centrosinistra. Dunque via col liscio in politica: la campagna interna, la mazurka di periferia, l’Italia di mezzo, la Terza Italia dei grandi economisti Giacomo Becattini e Giorgio Fuà. Il rischio di Letta rimane quello che travolse il suo governo: il vorrei ma non posso. Dice: “vorrei il voto ai sedicenni”, “vorrei sul sud un impegno speciale”, “vorrei che al mio posto ci fosse una donna”, “vorrei lo ius soli”.

    E però ieri al Nazareno Letta è stato molto più professore di quando era fuggito, di quando la politica entrò in conflitto con la sua dignità personale e non ci fu più regola, non ci fu più etichetta: “Qui non vogliono cambiare nulla tranne me”. Adesso invece “i mie due telefoni, quello italiano e quello francese sono diventati caldissimi; ma so già che torneranno a spegnersi”. È insomma così che ieri è (ri)nato il Pd “alla francese” con il preside di Sciences Po, che è ritornato da Parigi dove ha insegnato ma dice “ho imparato”, che è il vezzo di tutti i professori che si fanno allievi dei propri allievi: “porto i giovani nel cuore”, “come Papa Francesco credo che non c’è futuro senza l’abbraccio con i giovani”, “non saremo il partito che guarda ai giovani ma saremo il partito dei giovani”. E non è necessario aggiungere che i suoi giovani non sono le sardine, ma i ragazzi senza gas, miti e pazienti, che non occupano il Nazareno ma studiano il mondo per sfidare il mondo come gli amatissimi Giulio Regeni e Patrick Zaki. E c’è Parigi come Altrove forse un po’ troppo esibito: “Stavo facendo altro, non pensate che la vita finisca qua dentro”, “mi hanno detto ‘sei matto a lasciare Parigi’ per un incarico di partito”. Alla fine prematura del suo governo, che comunque firmò il capolavoro di licenziare Berlusconi senza farlo cadere, Letta rifiutò di trattare la resa e di accettare il ministero degli Esteri o la Commissione europea e scelse Parigi, come ha raccontato Marc Lazar su questo giornale.

    Parigi è l’antica tradizione dell’Italia, non è Yale, Oxford o Harvard ma è l’eccellenza démodé ed è stata per almeno un secolo la capitale del provincialismo italiano, non solo “l’uovo fritto più caro del mondo” come diceva Italo Calvino che abitò di fronte al Flore, ma anche una consacrazione e una scuola di formazione: “ho imparato che la vita non è solo Pd”. E infatti ora al Pd torna la cultura che lo rese egemone. E finisce il populismo, la politica ridiventa studio, e senza più sgrammaticature si torna a parlare l’Italiano, il Francese e l’Inglese: “per essere italiani nel mondo bisogna essere europei in Italia” diceva già l’avvocato Agnelli. Paese e mondo: anche nell’orchestra di Raul Casadei c’è la fisarmonica che è austriaca e il clarinetto per il Klezmer che è la musica degli ebrei aschenaziti dell’Est Europa. Dunque val la pena di correre il rischio di Mino Maccari che, malandrino del pensiero, diceva: “Non è quando li prende / ma è quando li rende / che Parigi ci offende”.

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